Libri Imperia Le Grotte Lunedì 5 agosto 2013

Andrea G. Pinketts: «I miei bar, come chiese sconsacrate»

Genova - Questa volta non è un romanzo, sta tra l'autobiografia e il memoir, il libro Mi piace il bar! (Barbera, 2013, 110 pp., 13.90 Eur) che Andrea G. Pinketts, reduce dallo stress di scegliere tra decine di bellezze la miss Muretto 2013, presenterà a Imperia questa sera, lunedì 5 agosto (Le Grotte, ore 20.30).

Pinketts è un grande scrittore, ha iniziato una rivoluzione del linguaggio spesso sottovalutata, sto aspettando che la porti a termine. E ci conto. Perché non è soltanto un creatore di storie in cui è facile rispecchiarsi, è un innovatore sul piano linguistico ed è un creatore sensibile e raffinato, acuto e pungente, attento a tutto ciò che accade e magicamente capace di amalgamare il contemporaneo con un passato che i più giovani non hanno visto.

Pinketts ha scritto la storia d'Italia come Montalbán quella di Spagna, basta saperlo leggere senza lasciarsi soggiogare soltanto dalle trame. E questo ultimo libro racconta sia la nostra storia, sia un percorso creativo parecchio originale attraverso i bar di mezzo mondo. Quelli dove Pinketts ha scritto e spesso trovato ispirazione.

Dove hai scritto il tuo primo romanzo: Lazzaro vieni fuori»? Al famoso Le trottoir di Milano?
«È uno dei pochi libri iniziati a casa, il primo novembre 1984. Mi aveva colpito la suggestione di Lazzaro mescolato con il giorno dei santi, l'ho continuato perché il giorno dopo era quello dei morti: siccome mi occupo di santi e morti, mi è sembrata una situazione particolarmente fertile per dare vita a un personaggio. Poi l'ho continuato nei bar, ma Le trottoir non esisteva ancora. Da allora la tradizione vuole che ogni mio romanzo veda la prima luce il giorno dei santi. Quando ho saltato il primo novembre, non ho scritto niente per tutto l'anno. È una specie di tradizione masochista: mi sono suo costretto all'ansia febbrile di Halloween, cioè la notte delle delle streghe che precede la creazione. Peraltro Lazzaro è ambientato in Trentino, quindi completamente atipico rispetto ai miei luoghi, e in un Trentino inventato, un luogo della memoria, un omaggio a mia nonna che ci è nata. Ma mi piaceva anche l'idea dell'uomo di città, quale sono, alle prese con una natura ostile».

Qual è il libro che ami di più e in che bar lo hai scritto?
«Come dice il titolo di un dramma di Arthur Miller: erano tutti miei figli. Ogni libro era il libro perfetto per me, nel momento in cui l'ho scritto. Ogni libro era perfetto nel momento in cui l'ho concepito e quando è stato scodellato dall'editoria. Nel '90, quando ho scritto Il senso della frase, non avrei immaginato che sarebbe uscito nel '95 e, quando l'ho riletto, ho ritrovato proprio quell'anno: Gianna Nannini, Edoardo Bennato, Cattolica, i Mondiali. Il '95 era già un'epoca totalmente diversa. Per cui mi sono reso conto che i mondiali del '90 non li aveva vinti l'Italia, ma io, Gianna Nannini e Edoardo Bennato. Un romanzo che ricordo particolarmente è L'assenza dell'assenzio, iniziato proprio nel '95: il primo libro iniziato a Le trottoir

E questo memoir sui bar che hai appena pubblicato?
«Ho iniziato a fare lo scrittore -ero un ottimo pugile- perché così potevo comunque prendere a pugni un mucchio di gente, ma anche bere e fumare, nel frattempo questa allure di scrittore mi rende interessante agli occhi di avvenenti fanciulle. Meglio uccidere con la penna spaccando i cuori, che uccidere con la spada. Il libro è una sorta di autobiografia etilica che racconta con la mia voce l'evolversi dei bar del mondo, dagli anni '80 a oggi. Ma soprattutto del concetto di bar. Che è una chiesa sconsacrata per certi versi: il bar è un culto pagano ma ha molti fedeli, adepti e perpetue».

Qual è l'evoluzione del concetto di bar?
«In questo libro ho cercato di analizzare, quasi da entomologo, il concetto di bar come se fosse insetto: mi sono accorto che i bar non sono insetti, ma sono infestati da persone. Esiste la tela del ragno del seduttore matricolato e la resa totale del milite ignoto, infatti non lo conosci».

Quali sono i tuoi bar di riferimento nel Ponente ligure?
«Ho scritto Fuggevole turchese tra il bar della Suerte a Laigueglia e il Caffè Roma di Alassio: è il mio unico libro marittimo, la mia risposta a Ventimila leghe sotto i mari. Sempre alla Suerte ho iniziato Depilando Pilàr. Ma il mio bar storico del Ponente è il Saloon di Laigueglia».

L'immaginario collettivo vede lo scrittore come un essere solitario, chiuso nella sua stanza, davanti al computer. Tu invece lavori in mezzo alla gente, interagisci, ti distrai. Sei uno scrittore anomalo, almeno per la nostra epoca: come fai?
«Scrivere è sicuramente qualcosa che appartiene all'essere profondamente solo e non c'è posto migliore per sentirsi solo che in mezzo a una folla di groupie. Nel momento in cui l'idea diventa parola, tutto ciò che è circostante resta il circo, mentre tu sei lo stante. È allora che avviene il miracolo: la moltiplicazione dei pani e dei Pinketts. Il concetto da cui parte questo libro è, direi, biblico. Perché Noè, salvato da un suggerimento di Dio, costruisce un'arca grazie alla quale riesce a approdare a quello che sarà il suo mondo: la prima cosa che farà, sarà edificare una sorta di altare per ringraziamento e la seconda sarà piantare una vigna. L'uomo delle caverne diventa un animale sociale nel momento in cui dalle caverne si trasferisce alle taverne cioè ai bar, che in fondo sono le altre chiese. Anche nei periodi di crisi i bar e le taverne non saranno mai vuoti. Perché la gente ha bisogno di spirito, che sia divino o alcolico è irrilevante».

A proposito di anomalie, parlando di te, che scrivi con carta e penna, si può tornare alla vecchia cara parola manoscritto, sostituita ormai da dattiloscritto. È quasi emozionante. Come se non fosse cambiato niente...
«Ma si vede la differenza».

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