Libri Imperia Sabato 27 luglio 2013

Meduse mortali in Costa Azzurra? Il libro di Giuseppe Conte

© esapekka / flickr.com

Martedì 30 luglio, alle ore 21.00, Giuseppe Conte presenta il suo ultimo romanzo Il male veniva dal mare (Longanesi, 2013, 448 pp, 18.80 Eu) presso i Bagni Germana di Arma di Taggia (lungomare dl Levante). Introduce Lamberto Garzia.

Genova - Loro comparvero al l’improvviso, da levante, dove era ancorata la meganave Sirena, entrata in porto il giorno prima, e arrivarono in una frazione di secondo sino a una cinquantina di metri dalla riva.
Nessuno avrebbe potuto capire cosa erano. Avevano forme dai contorni incerti ed emanavano un chiarore lampeggiante, non si potevano confondere con riflessi del sole, perché si era appena alzato sull’orizzonte e la scia di luce che mandava verso la costa era pallida e occupava uno spazio diverso sulla superficie del mare. Quelle macchie dalla luminescenza sempre più forte apparivano come entità a sé, vive di vita propria, erano come figlie, in un universo rovesciato in un attimo, di un secondo sole sottomarino, invisibile.

Stavano a un pelo dalla superficie dell’acqua e la tingevano di un colore strano, che mescolava giallo dorato e rosso sangue.
Si fermarono. Così di colpo, come per uno scatto di repulsione verso la riva e la risacca. E verso le condizioni miserevoli del corpo di quella giovane donna sulla spiaggia.
Qualunque cosa fossero, stavano lì, né minacciose né benevole. Era come se avessero captato tutto l’orrore di quel cadavere. E il pianto trattenuto di Marlon.
Poi una, una sola di quelle macchie di luce si distaccò dalle altre. Avanzò verso la riva. Aveva una forma che ora si distingueva un po’ meglio, ed era simile a quella di un disco appena rialzato intorno al centro.

Nyamé, di fronte all’apparire improvviso di quei bagliori inspiegabili, fu preso da una sensazione di stordimento, di paura irragionevole, che lo paralizzò. Aveva spento la telecamera, convinto di aver fatto un buon lavoro, e non ebbe la prontezza di riaccenderla. Si rese conto soltanto che Marlon si era rialzato. Lo vide con i piedi già in acqua. Marlon fece qualche passo in avanti, sfidando la scivolosità delle pietre e il va e vieni della risacca. Quella macchia di luce stava pulsando lì davanti, senza più avanzare.
«Marlon, dove vai? Stai attento!»
Il senzatetto non lo ascoltò. Avanzò ancora.
Si curvò un po’, spingendo in avanti la testa, aguzzando gli occhi come per vedere meglio.
È matto, sta per tuffarsi, pensò Nyamé.
Invece qualcosa lo bloccò lì, e vi restò, come ipnotizzato. Abbassò la testa, si portò la mano alla fronte, sulla parte destra, la chiuse a pugno, ve la spinse contro. Rimase in quella posa forzata, come se stesse in ascolto. Ma di qualcosa che nessun altro udiva.

Nyamé perse qualche secondo a guardarlo, a tentare di capire cosa gli stava capitando. Poi, con le mani che gli tremavano, riaccese finalmente la telecamera, la puntò.
Fu inutile. Niente.
In mare quei bagliori rossastri, quelle entità sconosciute, quella che era venuta più vicina alla riva e le altre, erano scomparse. Volate verso l’orizzonte, o verso levante, o inabissate. Non si poteva dire, era stato come un dissolvimento, istantaneo. A una velocità che aveva lasciato esterrefatto Nyamé, e che non apparteneva a nessuna creatura marina sul pianeta.
Marlon si prese la testa tra le mani.
Tossiva, sputava.
Ma non si decideva a tornare. Continuava a scrutare il mare palmo a palmo, come se quella macchia luminosa potesse ricomparire da un momento al l’altro. Quando rimise piede sui sassi della riva, fu scosso da un tremore di freddo. Andò a prendere la sua coperta, si asciugò, se la lasciò sulle spalle. Aveva in faccia una espressione stravolta, gli occhi accesi, la bocca tirata in una specie di sogghigno. Nyamé ne ebbe paura.
Glielo chiese fissandolo.
«Che cosa ti succede?»
Non rispose.
«Non stai bene? » gli domandò ancora.

Marlon fece un gesto con la mano, come a dire che non c’era da preoccuparsi. Con quella coperta incolore che gli copriva il capo e gli scendeva sulle spalle come un mantello sembrava un monaco o un guerriero di tempi lontani. Nel passato. O nel futuro.
«Cosa è stato?» disse Nyamé.
  Le hai viste anche tu.»
«Macchie luminose... dischi, non so cos’erano.»
«Io lo so.»
«Che cosa?»
Marlon scosse la testa. Aveva ancora le lacrime agli occhi, le asciugò strofinandoci contro la manica del maglione.
«Niente, niente...»
Tossì forte, poi si accoccolò sui sassi, sempre con la coperta sulla testa, e cominciò a mormorare, emetteva suoni profondi, ripeteva parole incomprensibili, forse un nome di donna.

Nyamé ebbe paura che Marlon avesse una crisi di nervi, e bisogno di aiuto. Si rese conto allora di sapere poco di quel vecchio senzatetto, lo aveva conosciuto anni prima su quel tratto di spiaggia, dove lui scendeva sin dagli anni del liceo a studiare all’aria aperta. Marlon era sempre lì, e fu inevitabile che cominciassero a parlare tra loro, Nyamé a fare domande, il senzatetto a rispondere seguendo una logica incompatibile con quella dei professori, più libera e per il ragazzo molto più aff ascinante. Conosceva leggende del mare, storie di navi negriere o fantasma, e conosceva anche le specie delle conchiglie, le alghe, i ricci, i granchi, poteva parlarne per ore. Ma di sé non aveva mai raccontato quasi niente. Perché tremava ora, e lasciava che gli uscissero dalla gola quei lamenti?

Qualunque cosa fossero, quelle macchie di luce non avevano dato a Nyamé il tempo di riprenderle.
Gli restava quel ritrovamento, quel cadavere spiaggiato che per le pagine di cronaca del suo giornale poteva diventare il fatto del giorno. Fece ancora qualche ripresa del corpo della ragazza, perfezionò qualche zoomata. Era un cronista, prima di tutto veniva quello.
Telefonò a Mark Breton, il direttore di Terra&Mare, il piccolo giornale online in cui lavorava, e soltanto dopo aver parlato con lui e aver avuto l’incarico di preparare un servizio gli venne in mente che il tempo stava passando, che era ora. Qualcuno presto sarebbe arriva-to a correre o a portare a spasso il cane sulla spiaggia.
« Chiamo la polizia » gridò a Marlon.
Lui non rispose, tossì ancora forte, si frizionò la testa con la coperta.
Nyamé pensò che era appena cominciata una giornata davvero difficile.

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