Concerti Imperia Lunedì 11 marzo 2002

La dannazione della frontiera

Genova - Ora che tutto si è concluso si smaltisce l’indigestione con le ultime frattaglie, coi commenti dei commenti, con le analisi terminali, prima di far calare definitivamente il sipario su questo 52° Festival della Canzone Italiana e soprattutto sul ritorno di Pippo Baudo, così “imbarazzantemente felice di esserci”, come ha scritto qualcuno con un colpo di assoluto genio. Una gioia, una libidine che gli si leggeva negli occhi, nei gesti, nelle parole, nello stare al gioco, anche quando faceva le pubblicità era contento, trasudava libidine, professionale libidine ma sempre tale era. Contribuiva all’autocreazione dell’evento, momento per momento, come un sacerdote che crea la sacralità della funzione religiosa grazie ai gesti e agli oggetti, ai sacri feticci. E, nel caso di Baudo, erano tutti sacri feticci, le ragazze al suo fianco, Loredana Bertè con la sua straziante e dolorosa invocazione di dolore, con le sue follie raccontate da chi era dietro le quinte, con gli attacchi di panico prima di andare in scena. Sacri feticci i giovani che trattava da babbo severo, la giuria di qualità e le giurie popolari, il sindaco di Sanremo. Tutti. Lo stesso giornale che ha raccontato così bene la sua gioia ha anche aggiunto: “Un atto umanitario restituirgli il festival”.

Sarà vero? O è stato un crimine? In altre mani l’evento si stava lentamente e fisiologicamente esaurendo e forse non era un male.
Per Sanremo, per l’ ambiente, per la nostra necessità di tornare a elaborare pensieri, a non saltare i tragici titoli dei giornali, gli orrori in Medio Oriente, le lugubri fughe di notizie su futuri usi di piccole atomiche da parte degli Stati Uniti. Tutto sfogliato con distratta noncuranza in questi giorni, tutto visto come una nociva intrusione.

Il sabato della finale la città si è via via trasformata, io ho evitato la sala stampa e ho vagabondato nella zona decadente e magnifica fra i vecchi binari a mare per osservare con attenzione l’impatto ambientale di quel delirio collettivo che andava montando con impressionante rapidità. Ormai i vincitori li sapevo, quei nomi che poi si sono rivelati veri li facevano tutti dal giorno prima, li ho rivelati telefonicamente alle 18 di sabato a un amico (sono quasi meglio del mago Do Nascimiento). Mi sono allora permessa il lusso di guardare, di pormi, come in fondo impone il mio mestiere di scrittrice e di analista di costume, come vera osservatrice: la gente che aumentava progressivamente, una marea umana di famiglie, di ragazzi, di anziani, con un trancio di pizza in mano e la macchina fotografica o la telecamera, una psicosi collettiva, un fluire continuo da attacco di panico. Via Roma era intasata da una fila di macchine lunga chilometri e chilometri. La dannazione della frontiera, ho pensato. Dell’essere ultimo avamposto senza strade dove si svolge un evento mediatico colossale che mobilita miliardi in pubblicità, contratti, appalti, lavoro. E chissà l’autostrada, e chissà chi doveva arrivare in Francia… ma molti erano anche francesi che avevano fatto il percorso inverso, Sanremo sabato era come una immensa otre che si riempiva da un lato e dall’altro. Un misto di Carnevale di Venezia e di Sagra paesana. Erano tanti, tantissimi, troppi. Ho visto facce cariche di aspettative, oppure vuote, istantanee di un’Italia, e di un mondo fatto di tivù che alla fine annulla tutto (anche l’evento Benigni, stragonfiato, bello ma in fondo leggero come una bolla di sapone e destinato alla stessa fine). Un mondo di sponsor e di divi o aspiranti tali alla ricerca dei 5 minuti di notorietà che a nessuno vengono negati, un mondo che pareva al capolinea, sabato pomeriggio. Arrivavano da Bordighera, da Imperia, da Ospedaletti, in macchina, treno, motorino, passavano il pomeriggio in cerca di vip e ritornavano la sera a casa a vedere la gara in tivù. Altri sarebbero restati anche la notte, in giro, fra locali e capannelli davanti ai ristoranti cercando Mara Venier o Fiordaliso. Li ho trovati bivaccati nelle sale d’aspetto della nuova stazione, la mattina alle cinque quando sono partita per Bologna. Pensavo fosse vuota, come al solito, e invece in molti avevano trovato rifugio in quelle sale sempre deserte, dopo l’orgia collettiva, l’euforia e la stanchezza che segue, erano entrati nel luogo di conforto per eccellenza, che sembrava vivo e vero per la prima volta.

Cosa mi rimane? La sorpresa di Francesco Renga, colto, carino e bravo, il trasformismo inquietante e raffinato della Pravo, gli occhi golosi di tanti ragazzini per il mio pass, la felicità dei negozianti, lo zampillo colorato e le luminarie. E il mare, che restava impassibile testimone di una cosa molto simile a uno scempio, sicuramente redditizio

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