Concerti Imperia Martedì 5 marzo 2002

Il grande ipermercato sanremese

In attesa dell’esibizione dei big, stasera, in attesa soprattutto del pezzo di Enrico Ruggeri e di quello della Pravo, che sembrano gli unici veramente interessanti, è stata un'altra giornata – caleidoscopio.

Giornata calda (18°) di prove e di passerella, giornata di frenetiche rincorse nelle raffinate hall degli alberghi, giornata di polemiche che, come al solito, rinvigoriscono partecipanti e comparse, primi attori e co-protagonisti, disturbatori e infiltrati. Sono vitamine, qui, le polemiche. Tutti ci sentiamo un po’ giù se la Arcuri fa il broncio rovinando il suo bel visino, se la gente si inferocisce perché non vede bene i cantanti in passerella e grida ”Vergogna!!" (almeno per qualcosa resta alta la capacità di indignazione, non è poco e vivo con sollievo le grida di questo popolo di fan arrabbiati, potremmo coinvolgerli nei girotondi e nelle prossime manifestazioni di piazza, promettendo, alla fine, due parole di Nino D’Angelo al posto di Nanni Moretti). Tutti viviamo momenti di ansia se, fino all’ultimo, resta in forse l’esibizione di Tiziano Ferro nel Teatro del Mare. In realtà io non sapevo neanche chi fosse, ma pare che sia un quasi-divo attesissimo per il quale alcune ragazze sono venute in treno da Salerno.

Girovagando col mio pass per via Roma che comincia a diventare una bolgia dantesca, mi viene in mente una metafora perfettamente adattabile alla Sanremo che sto conoscendo in questi giorni (l’anno scorso nel periodo del festival ero rimasta tappata in casa). Non è più una città, si è magicamente trasformata, è un grande centro commerciale, di quelli fantascientifici che si trovano nelle estreme periferie delle città. Sanremo è l’ipermercato d’Italia. Luminoso, pieno di vetrine, attraente e ripugnante nello stesso tempo, pieno di folla e di oggetti. Si prova la stessa faticosa ansia di vedere e prendere che si prova girovagando nei piani di un centro commerciale, passeggiando per le sue poche strade intasate in attesa di vedere i cantanti entrare a provare, nell’attesa di farsi notare da qualcuno o di notare qualcuno a cui strappare una dichiarazione. Gira un po’ la testa, l’euforia inebria, si cammina a fatica, ma siamo tutti felici di essere parte di questa orgia collettiva, di questo rito di consumo. Perché tale è, si comprano dischi, giornali, si consumano immagini, parole, bla bla inutili e filosofeggiamenti affascinanti. Siamo davvero in periferia, alla frontiera dell’Italietta, in un mega ipermercato aperto 24 ore su 24 per soli cinque giorni, ma così ricco e opulento che è capace di lasciare una sazietà prolungata, un senso di appagamento che si protrarrà nei mesi a venire.

Certo è difficile, quando i giornali titolano: “Palestina, strage di bambini”, o “Afghanistan, torna la guerra”, è difficile scivolare con l’occhio sull’immagine dell’auto colpita dall’esercito israeliano, per soffermarsi sulla faccia della Ventura che racconta il suo "look provocante per gioco, grazie a due stilisti che vestono la mia anima e sono i Peter Pan della moda", o su Giorgino che tutti chiamano così e non ho capito se è un cognome o un diminutivo del nome. È difficile credere davvero che qui, nell’ipermercato luminoso e profumato dell’Italia che si fa provincia, stia accadendo qualcosa per cui vale veramente la pena esserci, per cui è giusto parlarne e straparlarne fino alla nausea, fino all’ossessione. Poi viene da pensare che l’evento si autocrea, che nasce da una ormai cinquantennale autoconvinzione collettiva, e allora va bene esserci, guardarlo e scriverne un po’ perché “the show goes on”, e poi perché, persino qui, nel umido nulla allietato dagli scrosci dello zampillo fosforescente, forse, si può trovare qualche spunto, qualche incontro, qualche momento di riflessione seria, che merita davvero.

Forse si può usare questa enorme sagra che celebra corpi e parole spesso in cortocircuito fra loro, per dire qualcosa di importante e farlo sentire meglio, chissà.

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