Concerti Imperia Lunedì 4 marzo 2002

La Mazzucato al Festival per mentelocale

Arrivando a Sanremo sembra Natale, per un attimo provo una piacevole sensazione di straniamento, il tempo pare procedere a ritroso, come alla moviola, quando si materializza una stella cometa luminosa vicino a una splendida mimosa in fiore.

Vicino all’Ariston c’è una calma irreale, la quiete prima della tempesta o il tranquillo disinvolto interesse di una città che, tutto sommato, continua la sua vita sopportando passerelle, paparazzi, curiosi, camion di tecnici che ingombrano le strade, e tutto quel fervore che anima, precede e segue la manifestazione canora più attesa dello Strapaese?

I giornalisti accreditati sono moltissimi, e mi sorprendo piacevolmente quando, al ritiro del famoso “pass”, (quello che tutti portano al collo, con un senso di potenza un po’ cafona, come se si fosse diventati, per incanto, membri di una effimera massoneria ciarliera e pettegola, pronta a cogliere il minimo dettaglio, ad assalire il vip canoro per la strada, a tentare lo scoop) mi riconoscono e mi sorridono, pensavo fosse una liturgia complicata, verso la quale nutrivo un certo timore reverenziale.

Invece tutto semplice, leggero come la giornata limpida e il mare cristallino. La sala stampa mi ricorda i tendoni della festa dell’Unità che fanno a Bologna al parco Nord e mi viene da ridere. È dietro la vecchia stazione a mare, dove è rimasto il bar e l’edicola, e l’edificio ha assunto una sua decadente e lugubre bellezza. Parlo con qualche inviato, alcuni sono sperduti come me, altri come Willy Molco o gli inviati del Secolo XIX, si muovono con la sapiente sicurezza di chi ne ha fatti tanti e sa esattamente cosa fare e dove mettere le mani. Ma essere sperduti, estranei e partecipi nello stesso tempo, ha i suoi vantaggi, si può tentare di avventurarsi nei territori proibiti, si può chiedere quello che nessuno oserebbe chiedere: «Come faccio a intervistare Patty Pravo?». Si sa che la Divina non vuole seccature o almeno si dovrebbe sapere, ma io ci provo lo stesso anche se capisco che sarà un’impresa ardua e per il momento mi accontento di quello che scrivono le biografie ufficiali e delle notizie sul suo album di prossima uscita, RADIO STATION: “un universo di atmosfere e repertori che hanno la capacità di esaltare tutta la passionalità che lei, con la sua voce ed interpretazione, sa esprimere fino a toccare tutte le sue anime, come se facesse brillare le sfaccettature di un diamante”.

Molto lirico, invogliante. Entro sera leggerò quello che scrivono degli altri. È un po’ come il libro con le biografie dei parlamentari. Incenso sparso senza risparmio, tentativo di rendersi più interessanti, più in, più tutto. Procedo nel mio giro da bolognese scrittrice capitata per caso o quasi. S'intravedono, vicino allo zampillo, alcune ragazzine aspiranti veline o letterine con l’ombelico in bella evidenza e capelli artificialmente allungati e imbionditi in attesa di qualcuno che le fotografi. C’è un senso di tristezza nei loro sguardi uguali, negli occhi spenti finché non individuano una macchina fotografica, nella discinta esibizione dell’essere “pronte a tutto per diventare come la Belvedere”.

Da segnalare l’unica cosa seria che vedo nel corso della mattinata: la CIGL distribuisce adesivi e volantini con la scritta: “Perché il lavoro è lavoro, Sa(n)remo in sciopero”. Volantini che richiamano la battaglia in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma anche le battaglie per sanità, pensioni, scuola. Ricordano la manifestazione a Roma del 23 marzo, e fanno sentire tutti i lustrini, la passerella su cui questa sera i cantanti si esibiranno per registrare la sigla, i capricci della Arcuri, le luminarie stradali e le facce comprese degli addetti ai lavori, fanno sentire tutto, se è possibile, più vuoto, più baraccone, più melanconicamente adatto a dimenticarsi per cinque giorni di quello che ricorderemo per tanto tempo.

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