Concerti Imperia Lunedì 16 novembre 2009

Canzoni in dialetto? Via libera al Festival di Sanremo

Genova - La notizia è ormai ufficiale. Il dialetto entrerà ufficialmente al prossimo Festival di Sanremo, e dalla porta principale. La presunta rivoluzione sarà possibile grazie ad una modifica al regolamento di ammissione dei brani fortemente voluta dalla Lega Nord, che già da tempo aveva proposto anche la creazione di una apposita sezione di gara dedicata ai brani con testi in dialetto regionale.

Scrivo presunta perché, nella storia del Festival e più in generale della musica nazionale, il dialetto non è certo una novità. Già a partire dalla prima metà degli anni ’80, con la Creuza de ma di Fabrizio de Andrè, il dialetto aveva varcato i confini del folklore locale per diventare (o tornare?) linguaggio di una musica pronta a varcare i confini regionali. E poi, in fondo, per quanti anni la musica napoletana era stata il primo alfiere dell’italico cantare?
La scelta dialettale di De Andrè, che rappresentava un rovesciamento di paradigmi dopo quarant’anni di scolarizzazione di massa offerta – anche – dalla musica popolare, fu un segnale: poco ci volle perché nel 1991 Pierangelo Bertoli, cantautore emiliano, salisse sul palco dell’Ariston per cantare Spunta La Luna dal Monte assieme ai Tazenda, brano in cui almeno una parte del testo è scritta e cantata in dialetto sardo.
L’inghippo, infatti, sta lì: lo storico regolamento del Festival permetteva solo limitati inserti in lingue non italiane, dialetti o straniere che fossero. Quello fu l’esordio vero e proprio del dialetto (vado a memoria collettiva, notoriamente a breve termine, perché non sono andato a spulciare i precedenti 40 anni di Festival per cercare eventuali eccezioni sparite nel dimenticatoio) nella tradizione sanremese.

Ma ancor più dei Tazenda mi vengono in mente i veneziani Pitura Freska: rincresce un po’ dirlo per chi oggi si fa alfiere della proposta, unico caso di brano (parzialmente) in un dialetto parlato a nord del Po ad essere salito alla ribalta nazionale.
L’esempio è interessante anche perché la storia del brano che presentarono in quel lontano 1997 (sempre di più un anno di particolari alchimie per la musica italiana) è legata a stretto giro proprio alla Lega. Come?
Semplice.
Nel 1996 era stata eletta Miss Italia Denny Mendez, giovane centroamericana divenuta cittadina italiana e, per questo, ammessa al concorso per la reginetta d’Italia. La sua elezioni suscitò le inevitabili polemiche del caso, tanto che l’anno successivo fu proprio il Carroccio (che all’epoca attraversava la sua fase più secessionista, sono gli anni del Parlamento del Nord, per capirci) ad organizzare una Miss Padania che, tra folklore e boutade, salvaguardasse la bellezza italica.

Proprio sull’onda di quell’elezione i Pitura Freska si presentarono, con alle spalle i loro vent’anni di storia di ska veneziano, con il loro brano Papa Nero: andatevi a riguardare il video e a rileggervi il testo. Sfruttando appena il pretesto dell’elezione della nuova Miss di colore, i Pitura si interrogano, con ironia ed intelligenza, sulla possibile elezione di un papa africano: un Papa nero che canta / 'le me canson in venessian / parche' el 'se nero african.

Ma va letto tutto il testo di questo brano, che il dialetto rende difficile capire nel cantato: perché è un inno di gioia e di speranza, che tra il provocatorio ed il disincantato promette una rivoluzione legata all’elezione, ad una carica di importanza mondiale, di un uomo di colore. Un uomo con radici nell’Africa nera, ma che conoscerà i problemi delle persone, sarà vicino alle loro difficoltà, le saprà riaccendere di entusiasmo, parlerà di rispetto della natura.
Rivista oggi, io non riesco a fare a meno di leggere, in quella loro (all’epoca, almeno) brillante provocazione, il racconto attualissimo dell’elezione di Obama, la descrizione di una carica ideale evidentemente già anelata, seppur giocando con l’assurdo, all’epoca.

Al di là delle coincidenze, però, ci sono altri due elementi da tenere in considerazione. Innanzitutto il fatto che, più o meno seriamente, all’epoca la Lega sorrise dell’elezione della miss di colore inventandosi un concorso di bellezza: oggi temo che le avrebbero fatto baciare una statuetta di Alberto da Giussano e imparare a dire cassola come fanno Aldo Giovanni e Giacomo a Che Tempo che Fa.
In più, e questo è l’aspetto più importante, la storia ci insegna che nulla ha mai vietato il dialetto a Sanremo, o che cantanti di ispirazione dialettale (Gigi d’Alessio?) abbiano raggiunto la ribalta nazionale. Ed oggi, forse, imporlo per regolamento è la più sonora sconfitta alla tradizionale spontaneità della parola dialettale, che in fondo nemmeno tanti decenni di televisione forzata sono riusciti a cancellare dalle nostre orecchie e dalle nostre laringi.

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