Concerti Imperia Giovedì 12 novembre 2009

Premio Tenco: l'intervista con Franco Boggero

© Laura Milone, Genova, 2008

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Genova - Secondo Franco Boggero nella vita di un cantautore, o almeno nella sua, ci sono tre fasi. «Inizialmente canti guardando il vuoto per la timidezza. Nella seconda agganci lo sguardo degli spettatori - generalmente non tantissimi - rivolgendoti direttamente a qualcuno di loro. Nella terza sei su un grande palco, di fronte a una vera platea, accecato dalle luci. E di nuovo perdi il contatto con chi ti sta davanti». Boggero, di professione storico dell'arte, è entrato nella fase tre.
Grazie all'album Lo so che non c'entra niente (Folkest Dischi) è tra i candidati alla Targa Tenco per il miglior cantautore esordiente (Boggero suona nella terza serata al Teatro Ariston di Sanremo, sabato 14 novembre).

L'ironia dei suoi testi - che cercano nelle piccole gioie e debolezze umane il motivo per un sorriso - torna anche in quel termine "esordiente" a fianco del suo nome. Lui che scrive canzoni da quando era sui banchi di scuola, che ha anche rischiato di andare a Sanremo negli anni Settanta, ma che non ha mai cercato disperatamente di sfondare e si è fatto prendere dall'amore per l'arte. Ecco, ora, a 56 anni, debutta. Come ci si sente? «I miei vecchi amici dicono che doveva succedere prima o poi. È stato tutto molto veloce. La registrazione del disco, il Premio Bindi, il Folkest di Spilimbergo, la Targa BG Barbieri». Poi il Tenco, primo vero palcoscenico importante. Non sembra emozionato Franco, anzi: «ora vediamo di andare avanti. Non ho neanche il problema di recuperare materiale, ho 20 anni di canzoni nel cassetto. Potrei già fare almeno due cd».

Nella carriera di Boggero ci sono alcuni incontri particolari. Giorgio Conte, fratello di Paolo, ma soprattutto la D'Sband: «un gruppo di persone straordinarie di Taggia», dice, che lo hanno portato in giro a cantare. «Dobbiamo andare, mi dicevano, piuttosto alla festa del fungo, ma andiamo».
Con Augusto Forin ha anche lanciato il progetto Arcivernice: «andavamo a suonare nei posti più impensabili, volevamo convertire la popolazione alla canzone d'autore». L'incontro con il pianista Marco Spiccio, il contrabbassista Federico Bagnasco e il batterista Daviano Rotella, porta a Lo so che non c'entra niente, registrato nell'agosto del 2008 al Teatro Cargo, e prodotto dal friulano Bruno Cimenti. 14 brani tra umorismo e malinconia, come Sfumature: «che racconta l'imbarazzo di un uomo appena uscito dal barbiere, con le orecchie che sventolano senza più protezione». O come L'appartamento, che ironizza sull'immagine delle case del centro storico genovese.

Franco rimane principalmente uno storico. Lavora per la Soprintendenza per i Beni Storici e Paesaggistici della Liguria : «questo mestiere mi ha dato la possibilità di vivere situazioni diversissime nel giro di poco tempo. A volte è più avventuroso di quando viaggiavo da solo per il Sud America. Incontro il politico locale, il contadino burbero che trova un reperto in casa sua, il sindaco, il parroco cordiale, il parroco meno cordiale. Come quello che continuava a versarmi da bere e, quando io ho messo la mano sul bicchiere per dire basta, mi ha versato il vino sulla mano dicendo: non vorrei più vedere quel gesto». Tutte cose che finiscono nelle canzoni di Franco, ovviamente.

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