Libri Imperia Sabato 30 maggio 2009

È morto Nico Orengo, scrittore di confine

© Foto del poeta Marco De Carolis

Nella notte tra venerdì 29 e sabato 30 maggio 2009 - presso l'Ospedale Molinette di Torino - è venuto a mancare lo scrittore Nico Orengo. Aveva 65 anni e da tempo soffriva di problemi cardiaci e polmonari. Un ultimo attacco respiratorio gli è stato fatale. Lascia la moglie Chiara Simonetti e quattro figli. Orengo era atteso proprio sabato 30 alla Fiera del Libro di Imperia. La manifestazione ha osservato un minuto di silenzio in onore dello scrittore.

La camera ardente è allestita lunedì 1 (ore 15.30-19.30) e martedì 2 giugno (ore 10-17) nel Salone Primo Levi del palazzo della Stampa (via Marenco 32, Torino).
Il funerale è in programma mercoledì 3 giugno (ore 10) nella chiesa di San Massimo (via Mazzini 29, Torino).

Genova - È morto Nico Orengo, da un po’ ce lo aspettavamo, era malato, la tosse non smetteva di tormentarlo. Siamo stati a Mosca insieme due inverni fa, con sua moglie Chiara. C'erano quindici gradi sotto zero e spesso gli mancava il respiro.

L'ho incontrato la prima volta, alla fine degli anni Ottanta, nella sua casa della Mortola, sopra i Giardini Hanbury. Era un uomo di confine, lì si sentiva a casa sua più che altrove, in quell’estremo lembo di Liguria che, con la sua scrittura, ha sempre cercato di salvaguardare dall’ingordigia degli speculatori. Intervistatrice alle prime armi, ero lì per Radiorai.


Scrittore prolifico, quasi ogni anno sfornava un romanzo, Le Rose di Evita e Il salto dell’acciuga, tra i più intensi. Siamo diventati amici, avevamo in comune l’amore per la Liguria, le sue coste e il suo entroterra: per un lungo periodo ci siamo scambiati mail ogni mattina, mi raccontava aneddoti del mondo letterario, mi parlava del Ponente e degli speculatori. Era sempre pronto a intraprendere battaglie per la salvaguardia del paesaggio, tanto da passare qualche guaio, perché ne Gli spiccioli di Montale aveva denunciato una speculazione edilizia.

Mi ricordo ancora con gioia il weekend che abbiamo passato insieme nelle Langhe con sua moglie Chiara, i suoi figli Vladimiro e Antonio. Il più piccolo doveva ancora nascere. Negli ultimi anni aveva un rifugio in più, la casa di famiglia di Chiara: si era affezionato a quella terra tanto da ambientarci uno dei suoi romanzi più belli, Di viole e liquirizia, dove tanto per cambiare se la prendeva con gli affaristi.


C'ero rimasta un po’ male, quando senza avvisarmi mi aveva fatto diventare il personaggio di un suo libro, con tanto di nome e cognome. Però Nico sapeva essere generoso a modo suo, era stato lui a presentare Francesco Biamonti a Giulio Einaudi. Italo Calvino, ancora vivo, aveva accolto lo scrittore di San Biagio della Cima a braccia aperte.
Sì, era anche generoso, si era subito schierato dalla parte di Cesare Viel, il mio compagno, allora giovane artista, che era stato attaccato sulla Stampa da Lorenzo Mondo, per una performance su Cesare Pavese. Era intervenuto sostenendo l’operazione, anche contro un suo vecchio compagno di strada come Mondo.

Poi, per la seconda edizione del Premio Giardini Hanbury, aveva fatta sua una mia idea: ricostruire il paesaggio di Italo Calvino, attraverso le foto storiche della Riviera che mio padre aveva raccolto per tutta la sua vita: le avevamo messe tutte vicine, erano tante. «Bell’idea, ma le immagini sono troppe in così poco spazio. Bisogna essere più essenziali», ci aveva sgridato Giulio Einaudi. Il paesaggio di Calvino scomparso sotto al cemento era lì di nuovo, una mostra che poi, più elaborata, è stata esposta anche alla New York University. Grazie Nico. Italo ne sarebbe stato contento. Tu lo conoscevi bene.

Qualche anno fa, Orengo aveva coinvolto Ernesto Ferrero, Antonio Ricci, Marco De Carolis e me, nella giuria del Premio dell’Olio, a Badalucco in Valle Argentina. Gli era balzata in testa anche questa idea per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno al paesaggio e ai muretti a secco, che stanno crollando sotto il peso dei secoli.
La giuria aveva scelto di premiare Renzo Piano che per venire aveva preso l’aereo da New York. In quell’occasione mi coinvolse senza preavviso per moderare il dibattito. Non ero assolutamente preparata. Non so come, ma riuscii ad arrivare fino in fondo a quella giornata, e a tener testa bene o male anche a quell’istrione di Ricci. Erano questi gli scherzi che si divertiva a combinare. Quel premio, con suo grande disappunto, ebbe solo un’edizione, perché gli amministratori avevano altro a cui pensare. Ci rimase male. Negli ultimi anni aveva dato vita a molte iniziative pubbliche, soprattutto nell’entroterra del Ponente.

Amava mangiare i piatti tipici dell'entroterra, il capretto con i fagioli innaffiato con del buon Rossese. E da tanti anni voleva comprare un uliveto, alla fine ce l'aveva fatta ad averne uno tutto suo. Ci teneva alla sua terra, era cresciuto alla Mortola, amava pensarlo come un posto selvaggio e spesso raccontava che da bambino d’estate camminava a piedi nudi. Poi aveva proseguito gli studi a Torino. Era anche stato ospite per un anno da suo zio a Roma, il critico Giacomo De Benedetti. Lì aveva frequentato l’ultimo anno delle magistrali, incontrando personaggi come Elsa Morante, Moravia e Pasolini, sempre presenti nel salotto di suo zio. Una grande fortuna per un futuro scrittore.

Una vita intensa, piena di libri e di scritture. E, come Biamonti, di tante sigarette. La prima volta che andai a trovarlo, per un’altra intervista, nella sua casa di Torino, rimasi colpita dal soffitto del suo studio, grigio di fumo. Che dire, quando l’amica Annamaria mi ha telefonato oggi per darmi la brutta notizia, è come se avessi sentito che, dopo la morte di Biamonti, un'altra parte importante che mi riguarda nel profondo se n’è andata via per sempre, anche perché non ci sarà più Nico nel Ponente a far la guardia al territorio. Non ci sarà più Nico con i suoi capelli lunghi, quell'aria trasandata da dandy, quel suo stile unico. Non ci regalerà più i suoi ironici fulmini su Tuttolibri e non scriverà più romanzi ambientati in quella provincia magica e maledetta.

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