Libri Imperia Venerdì 7 novembre 2008

Marino Magliani, poeta e uomo libero

Genova - Un libro per pensare. Per uscire con calma dalla vita di tutti i giorni. Quella notte a Dolcedo di Marino Magliani (Longanesi 2008, 263 pp., 16 Eu) non è un libro che possa prendervi alla gola subito. Ha piuttosto il ritmo di un fiume lento, che scorre tranquillo anche perché sa che l’acqua arriva dove vuole. Ha il ritmo lento, al sole, delle campagne di Liguria. Chissà perché mi ha fatto venire in mente il saliscendi che la strada compie per arrivare a Cipressa, dall’Aurelia. Ci sono curve, tratti diritti, ed il mare sullo sfondo che azzurra gli ulivi. Così è un poco questo libro di Magliani. Dicono che sia l’erede di Biamonti. La voce tra le pagine – quella che ciascuno di noi sente quando legge – assomiglia al canto notturno che saliva dalle pagine di Biamonti. Un’aura marina difficile da prendere tra le dita. Parole eleganti perché scelte con il bulino ma dotate di una semplicità naturale. Come il pane di Triora appena sfornato, non so se mi capite.

La storia comincia piano piano. In sordina. La Germania dell’Est non costituisce un buon inizio per chi vuole scoprire subito le fasce di Liguria. Però sembra un incipit necessario. Anche perché serve a spiegare come il film si snoderà. Non sono ubriaco. Il libro in parola sembra avere la trama cinematografica di un film come Le vite degli altri. Anche qui l’associazione mentale per me è stata immediata. Pellicola che da taluni può essere considerata di una noia struggente, oppure semplicemente pallosa, ma che mi ha entusiasmato per una delicatezza sottile, come un merletto che trema all’aria del primo autunno.

Poi la Liguria si fa strada. Ho scoperto in Magliani la terra della mia infanzia. Cresciuto a San Pietro, dopo l’ospedale di Sanremo, là dove la campagna si avvivava ancora di lucciole luminose di notte ed il mare si vedeva di lontano nel caldo di estati gialle come prugne spaccate, so com’è la campagna ligure. Quella vera. Che non esiste più nei libri, né tantomeno nelle riviste. Diciamo che non è più la strada per San Giovanni, ché gli echi ed i colori come i profumi sono davvero cambiati dai tempi di Calvino, ma è una campagna sana, che sa di terra e muschio.
In Magliani l’ho ritrovata. Accanto alla storia del libro, che ci mette un poco a decollare ma poi si insinua nella mente come un sospetto di tradimento che non te lo levi fino a quando non hai verificato, c’è la storia interiore di chi ha vissuto nelle campagne. E nei paesi liguri, ma quelli del Ponente, diversi da tutti gli altri.

La storia in sé è forse un escamotage, un pretesto narrativo o romanzesco per raccontare una Liguria chetata dal sole. Però il dramma sta sempre lì, sotterraneo, come acqua che passa nella pancia della terra e prima o poi da qualche parte verrà esplosa a cercare il cielo.
Un eccidio perpetrato dai tedeschi, da chi ultimamente sembra essere balzato agli onori delle cronache per processi assolutamente postumi, che arrivano troppo tardi. Però la morte è stata data e quindi una giustizia tutta terrena deve arrivare, almeno.
Una bambina risparmiata come un fiore su di un campo di letame è la levetta da piegare con un dito per far iniziare la danza dei personaggi. Lo sguardo di una bambina che non è stata uccisa – a differenza di tutti gli altri, nessuno escluso – costituisce un modo per guardare attraverso gli occhi della paura, dell’angoscia e del ricordo. Una memoria che non scende mai giù. Ed anzi spinge un uomo a cercare una risposta dentro una vita dove si troverà meglio che in patria. Tra il cemento che sta per essere sventrato per farne decine di palazzi.

Quello che si respira tra le campagne di quest’uomo che viene a spegnere una vita ormai stanca, ma ancora interrogativa, è un’ansia di libertà. Il protagonista vive libero questi ultimi anni della sua vita. Vive in mezzo alle campagne con poche cose. Si lava le cose da solo, mangia i pomodori con l’olio di Liguria – quello denso come sole concentrato in un battito di cuore – durante l’inverno cerca di combattere l’umidità delle nostre valli come può. Ma è assetato di libertà, quella che gli hanno negato.
Vive nella vallata di questa Liguria un poco anche immaginaria come se fosse l’ultimo uomo sulla terra. Così – come lui – l’altra protagonista, quella donna che sa di mare, piedi scalzi e uomini che con lei hanno riso tra le lenzuola dopo averla presa. Sembra che i personaggi di questa commedia fatta di profumi e rimbalzi letterari sottopelle si cerchino nella più completa libertà di movimento.

È un libro poetico, chè le immagini nutrono la scrittura in continuazione, quasi avessero il timore che potesse seccarsi, finire la linfa. Magliani è poeta, e uomo libero. La sua biografia, per quanto smilza nelle note contenute nella quarta di copertina, è la stessa dei suoi personaggi. Uomo nomade, capace di fare mille lavori pur di non perdere una libertà interiore che soltanto pochi individui riescono a preservare. Non è da tutti rinunciare per vivere senza pastoie.
Non si deve avere fretta nel leggere Magliani. È uno scrittore che va centellinato alla sera tardi, oppure alla mattina presto quando l’alba fuori non è ancora uscita ed il chiarore che la precede non ce la fa ancora. Ti rilassa. Ecco, l’ho detto. Non sarà uno scrittore capace di inchiodarti alla pagina di subito, come questi thriller che ti scottano le dita se li lasci, ma sa farsi leggere come d’incanto.

Sa creare immagini vive, sa far affiorare voci dimenticate, sa creare un incanto in quattro righe. Come gli ulivi quando d’inverno sembrano cantare al sole ed al vento di un mare che non esiste da altre parti, come quando una storia sai che sta per finire ed un grumo di dolore si accende dentro il cuore chè non sai dove metterlo, così è Magliani. Delicatissimo, entra in punta di piedi nella tua mente e ti regala scene che gli occhi ci mettono un poco a mettere in luce. Le sue frasi sembrano semplici, e lo sono, ma anche complesse perché sanno di vita, sperma, uva pigiata e vecchi portati al ricovero da dove si vede il mare. Sanno la vita, più semplicemente di tutto.

Dicono che Biamonti fosse entrato nelle grazie di Giulio Einaudi perché avesse scritto una cura per certi alberi su di un pezzo di carta o su di un quaderno. Da quando è morto è sceso un grande buio su di un cantore del mare come lui. Magliani non raggiunge quelle profondità misteriose e paurose che Biamonti sapeva vedere sul mare, con una malinconia tenerissima che ti faceva quasi piangere e gridare dal male come il vento che batte la Provenza e sradica i nervi. Ma ha un animo da cantore notturno anche lui, e sa far muovere i sentimenti come un pittore lieve, incandescente.

Sa muovere le parole e ricrearle. Se ne dicon di parole, lo dice anche la canzone, ma pensate quale potere le parole possiedono:un potere fortissimo, tragico o comico a seconda di come le metti in fila, e secondo il tono che usi per farle uscire. Saperle imbrigliare in immagini semplici ma quasi vive, anzi che parlino, non è da tutti. Lo fanno e lo sanno fare soltanto i poeti, i santi e i marinai. Quelli che aspettano il vento sul mare. Quelli che il vento ce l’hanno nel cuore. Anche se il freddo non lo sentono mai.

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