Concerti Imperia Lunedì 12 maggio 2008

Una sera nel nome di Battisti

Squisiti lettori, il vs. scriba mondano prediletto (io, n.d.r.) torna a raccontare seratona annunciata su queste colonne or è una diecina di giorni: la VII edizione della Lira Battistiana di Imperia, sabato 10 maggio scorso. C'erano tutti, ma la sera inizia chiacchierando con una leggenda che cammina, cioè Pietruccio Montalbetti, leader dei Dik Dik. A parte la voce impostata a perfezione, Pietruccio è una miniera di aneddoti e, con aria di non parere, racconta in mezz’oretta le cose più favolose. Genere: «Bé, le prime volte che Lucio Battisti si presentava da me e mi faceva sentire le sue canzoni io glielo dicevo: Lucio, guarda che ‘sta qui è ‘na cioféca non va mica bene)». Quando sale sul palco, a metà spettacolo, gli basta una buona chitarra acustica per raccontare il metodo compositivo del Battisti e precisare: «Battisti è cambiato del tutto quando ha conosciuto Mogol. Mogol era così: magari si era in macchina, chiedeva: avete un foglio, un pezzo di carta? E ci scriveva un testo. Poi lo dava a Lucio che ne faceva una canzone».
Ma come mai i due si sono separati? «Mah, tutti parlano di questioni economiche: e c’erano di sicuro. Una sera, però, l’ho chiesto a Lucio, dicendogli che tutti mi facevano questa domanda. Oh, non l’avessi mai fatto: è stato ore a spiegarmelo! In breve, però, Battisti e Mogol avevano scritto racconti, pezzi d’Italia per anni: quadri figurativi. A un certo punto Lucio ha avuto voglia di passare, non so, all’impressionismo».

Oltre al Montalbetti, però, c’era e ha cantato Ambra Borelli, la Ragazza 77, Renato dei Nuovi Angeli, il bassista del gruppo che tradusse in italiano uno dei più singoli di tutti gli anni Sessanta: Happy together dei Turtles. Si mangia una buona Napoli e si beve in questa compagnìa con l’organizzazione del Circolo Parasio di Porto Maurizio, poi ancora si ascoltano i briosi Verderame che, con eccesso di parsimonia, presentano Il nostro caro... album, loro cd d’esordio e infine, sullo sgommante Audino dell’Alessandro, fidanzato di Monica Donìda ci si sposta al Menestrello di Arma.
Lì, suona the piano man extaordinaire Franco Barbera, già al Tenco nel 1979 con l’Assemblea Musicale Teatrale. La serata, cioè oramai la notte, è insieme battistiana e donidiana: Carlo Donìda ha scritto, fra l’altro, La compagnia, recentemente scempiata da vascorossi, ma resa prima immortale da Marisa Sannìa. Con un pianista così, un’altra pianista in veste però di cantante (Monica Donìda, appunto) e il conforto di un possente Nero d’Avola Zisola, si arriva alle 4 del mattino di Pentecoste che proprio non ci se n’accorge. Grazie a chi ha partecipato a quella sera, che è la penultima in ordine di tempo, grazie poi a chi ha resistito leggendo fin qui e, come sempre, buone camicie a tutti.

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