Concerti Imperia Martedì 21 novembre 2006

Volo al Tenco!

© Robero Molteni

Genova - Il sole si infila tra i raggi della ruota, che rotola fluida sulla lingua d’asfalto più antica. La città del santo fratello di Romolo mi aspetta, la strada scivola sotto la mia moto... scivola, scivola, scivola… AZZO, SCIVOLA PURE LA MOTO!
SBAMMM! SCCCHHH... ahia… cheddolore… ahia… porcalap… nooo… i jeans, e le mani, le ginocchia, la moto… non si ferma più… neanche io… SBAM!!! Il guard-rail: io mi son fermato, la moto va aff… mi ha sentito, s’è fermata pure lei.

Flash-back:
-Ciao, come stai?
-Bene, tu?
-Bene, grazie. Senti, c’è modo di andare al Tenco?
-Sì, ho i biglietti…
-Grande! È una vita che voglio andarci!
-Perché non vieni anche alla conferenza stampa? È interessante, ci sono tutti e poi gli puoi parlare, è a mezzogiorno.
-Volo! Ci vediamo nell’atrio tra un’ora e mezza.


Esco di casa, porto il cane a spasso e vado a comprarmi una chitarra. L’amico Dino, del negozio vicino a casa, mi ha fatto provare una fantastica Folk da palco rossa: prezzo giusto, la prendo al volo! Torno a casa, la lascio a malincuore e agguanto la moto, così faccio prima. Ore 12.45: la sirena dell’ambulanza suona fa-la, melodia sgradevole e monotona. Il collare mi dà fastidio e andare sdraiati contromano mi fa venire nausea. Madonna come brucia tutto. E il telefono squilla a tutto spiano.
-Mamma… non ti preoccupare, sai? Mi sono appoggiato con la moto… come dove, PER TERRA, MAMMA! Mi stanno portando al pronto soccorso, ma non ti preoccupare… (si dice sempre così)
Questo è stato il mio “esordio” al Tenco.

Devo dire che ho sempre desiderato andarci, ma il prezzo mi stava sembrando un po’ alto. Mio fratello, disabile, saputo che ero caduto ha detto: “È un minchio! Proprio oggi che dobbiamo andare a vedere Samuele!” (adora Bersani e la musica in genere) e ha ragione, in entrambi i casi.
Quindi la sera, scortato da mamma e papà più fratellino, ferito e zoppicante ma felice, arrivo finalmente alla meta.
L’atmosfera è allegra, informale, festosa; gli artisti passano tra noi come se niente fosse, non ci sono buttafuori. E non servirebbero è tutta gente normale, ma allora ESISTE!?!
Lo spettacolo comincia, il presentatore, Antonio Silva, senza giacca né cravatta, scherza amabilmente e si ha la piacevole impressione di essere ad una spaghettata tra vecchi amici.
Lauzi, assente giustificato, colora delle sue immagini tutta la rassegna e per la prima volta mi rendo conto della sua reale grandezza e mi commuovo un po’. Ma continua la festa, per fortuna.
Un Gino Paoli meno scontroso del solito, anche se un po’ incazzato con Bruno lo è, andarsene così. Bersani, grande tecnico e distaccato, ma sotto sotto molto tenero nel porgere le parole dei due grandi “assenti” che sono lontano… lontano.
Appare Rocco Papaleo, con un nome tanto italiano e uno scazzo internazionale, ironico e introverso, discontinuo, sempre di traverso, mai centrato sull’enorme ponte della nave Ariston e il suo essere di sbieco emerge anche dai racconti, esilaranti a tratti, un minimalista non-filosofo bukowskiano e beffardo, ma anche straniato e folle.

A dire il vero, di Bukowski ne ho visti parecchi, in questi tre giorni. Alcuni veri, altri meno, anzi, per dirla con lui “un intellettuale dice cose semplici con parole difficili, un artista cose difficili in maniera semplice”. Al Tenco ho trovato entrambi, con più o meno talento o esperienza. E poi Noa, Noa, Noa, Noa: un angelo meraviglioso capace di fare uscire il miele dalle orecchie e un bambino, dai capelli grigi, che canta come un grido di dolore il teorema della serata, con l’amore di figlio, la paura del bambino, talento che si fa tutt’uno col pianoforte, così musicale da far dimenticare voce, note, parole per bere in un flusso lento, tormentato, dissetante, disperato la sua arte.
Maurizio Lauzi, diventato amico di mio fratello appena lo ha visto, con quella libertà da pregiudizi che solo chi è stato tra gli ultimi conosce...Poeta maledetto anche lui.

Seconda serata: la botta si fa sentire, ma stoico, fingo di stare bene e porto Matteo (il fratellino) da solo con me, fortuna che l’amica giornalista, Daniela, mi aiuta. Più modesta della prima, nonostante Caparezza sia molto divertente e i Quintorigo straordinari nella tecnica, un po’ freddi e intellettualistici forse, si sente la guerra, la morte, le porte, il lago d’Averno, la sofferta salita, una colonna sonora senza film.
Laquidara brava, ma “mineggia” e fa rimpiangere Noa, e tanto.
Cristicchi simpatico e furbo con una versione “strumentale” (a buon intenditor) di impegno civile che non nuoce a nessuno, ma fa molto spettacolo. E un grande “Maledetto” che si presenta apparentemente fuori forma e invece spara su dell’ottimo blues nelle vene di tutti Willy lupo-mannaro Deville! Vado a cena dopo, ma la stanchezza e i dolori mi fanno perdere la session.

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