Assja Djebar a Sanremo - Imperia

Libri Imperia Lunedì 11 settembre 2006

Assja Djebar a Sanremo

Imperia - «Quel giorno stavo scrivendo l’ultimo capitolo del libro La donna senza sepoltura. Non sentii nemmeno le sirene. In seguito, ho scritto un piccolo poema sul vivere quotidiano dopo l’attacco, una cronaca dei giorni successivi con i rigurgiti di discriminazione». Queste le parole con cui Assja Djebar non molto tempo fa ricordò l’11 settembre 2001 a New York. Scrittrice di origine algerina, Djebar a giugno 2006 si è insediata tra gli immortali dell’ : prima tra gli scrittori del Maghreb. Mercoledì 13 settembre sarà ospite d’eccezione a Sanremo, al Palafiori (ore 17.30) per inaugurare la nuova serie dei Grandi Incontri e raccontare il profondo intreccio che lega la sua scrittura alla questione del vivere contemporaneo.

Nata nel 1936 a Cherchell (Algérie), Fatima-Zohra Imalyène, questo il suo vero nome, Djebar vive oggi tra Parigi e gli Stati Uniti, è conosciuta dal vasto pubblico non solo come romanziera, saggista (Quese voci che mi assediano, Il Saggiatore), ma anche come storica, cineasta (il primo lungometraggio, Les enfants du nouveau monde, vinse il premio della critica a Venezia nel 1979; La Zerda et les chants de l’oubli fu premiato come miglior film storico a Berlino nell’83), docente universitaria (prima alla Louisiane State University, dal 2002 a New York) e drammaturga (nel 2000 è stata impegnata, al Teatro di Roma, su un dramma musicale in cinque atti, Filles d’Ismaël dans le vent et la tempête).
Spirito indipendente, Djebar fu sì la prima algerina ad essere accolta all'École Normale Supérieure (seppure interruppe gli studi nel ’56), ma la si ricorda anche far fronte con gli studenti algerini: forme di solidarietà che le costarono l’allontanamento da scuola per alcuni mesi). Rispettando le premesse, ha sempre coniugato l’impegno letterario con una forte aderenza e analisi sulla realtà che la circonda. Djebar, che ha cominciato a pubblicare alla fine degli anni ’50 (La Soif nel 1957 e, nel 1958, Les Impatients), è scrittrice francofona, profondamente consapevole e orgogliosa della cultura araba, ma vive da sempre e paga la doppia identità che la lega alla cultura francese e alla cultura materna.
Perciò tra le sue ossessioni professionali le piace ricordare quella per le sue due lingue: «la lingua francese è quella della scrittura, la sola che si insegnavano nelle scuole. La lingua dell’antico colonizzatore, che è divenuta irreversibilmente quella del mio pensare, mentre ho continuato a amare, soffrire e pregare in arabo. Ho vissuto in arabo e scritto in francese». Si è imposta all’attenzione di pubblico e critica con la raccolta di novelle Femmes d'Alger dans leur appartement, ma è tradotta in una ventina di lingue e all’interno della sua bibliografia si ricordano in particolare L'Amour, la Fantasia, Chronique d'un été algérien, Vaste est la prison, Le Blanc de l'Algérie, La Femme sans sépulture, La Disparition de la langue française.

Attraverso i suoi scritti, Djebar si è spesso soffermata sulla questione della donna. Già alla fine degli anni Cinquanta, in veste di giornalista a El Moudjahid, nei suoi articoli puntava spesso l’attenzione sul contributo delle donne nella guerra d’Algeri. Più in generale, narrando della condizione femminile nel suo paese, ne ha promosso l’emancipazione dentro il rispetto delle scelte personali: per esempio quando le si parla di velo sì, velo no, Djebar si inquieta: «Non di un velo, ma di molti bisognerebbe parlare. Veli che poi, forse, appartengono meno al mondo arabo e sono più sugli occhi del mondo Occidentale. In un mio vecchio romanzo racconto di una donna dell’Algeria dopo l’indipendenza, una donna bruscamente svelata che si sente fragile. La voglia di liberarsi dal velo è una progressione lenta, perché conquistarsi la libertà del corpo è difficile.
D’altra parte in Occidente si è dominati dall’immagine profusa dai media, che trattano il corpo della donna in modo volgare, mercificandolo. Io difendo ogni donna e la sua libertà di decidere su se stessa. Protestai contro lo stato che impediva alle ragazze di entrare a scuola con il chador. Non si possono escludere i ragazzi dall’educazione su questioni di costume. E poi essere mussulmano/a è anche una cultura, non solo una religione».

Nel suo recente discorso d’insediamento all’Acadèmie Française, Djebar ha recuperato e sottolineato la portata e l’antichità della lingua e della letteratura araba, ha mediato sul ruolo della lingua e della cultura francese nel suo paese, salutando questo riconoscimento come l’apertura di una porta non soltanto verso di lei - già premiata per la pace nel 2002 - e la sua opera, ma nei confronti di tutte quelle «ombre ancora vive dei miei confratelli - scrittori, giornalisti, donne e uomini d’Algeria - che, negli anni '80, hanno pagato con la loro vita il fatto solo di scrivere, di esporre le loro idee o semplicemente di insegnare... in lingua francese».

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