Questo Grinzane è donna - Imperia

Libri Imperia Sabato 21 gennaio 2006

Questo Grinzane è donna

Imperia - Su undici premiati, al 25° Grinzane Cavour sette sono donne, con una giuria di soli uomini o quasi (fa eccezione Francesca San Vitale). Una svolta? Ripercorrendo la storia del premio, tra le file dei suoi vincitori, tante donne non si erano mai viste, anzi alcune edizioni ne sono del tutto prive. Nella terza fece capolino Nathalie Sarraute (1984), nella quarta Nadine Gordimer (1985) e più avanti Lalla Romano (1988), in due edizioni Laura Pariani (1994 e 2000), dalla Russia nel ‘90 Tatjana Tolstaja e Cecilia Kin e dopo Paola Capriolo, Anita Desai (India), Rossana Ombres e altre.

Ma quest’anno, così declinato al femminile -forse anche per via del convegno - si stabilisce un altro traguardo sul fronte dell’inclusione M/F, legato al Premio della Traduzione. Il primo a una studiosa donna, con l’arabista Isabella Camera D’Afflitto -anche accorta organizzatrice del convegno. E visto che di novità si sta parlando, è proprio l’arabista Camera D’Afflitto, che nel suo emozionato discorso di ringraziamento -dedicato “a tutti i traduttori dall’arabo che lavorano nell’ombra”- ha annunciato il progetto, insieme con il fondatore e presidente del premio, nonchè ispanista, Giuliano Soria, di istituire il Grinzane Cavour Cairo, dove recentissimamente è stata costituita un’altra delle giurie scolastiche all’estero (13 in tutto, l’ultima inclusa, situate preso licei italiani da Bruxelles a Buenos Aires, da Praga a Tokio).

Ma torniamo al 25° Grinzane. Molto attese Assia Djebar Premio per la Lettura, e la Premio Nobel (1992) Rigoberta Menchù a cui è stato assegnato il Premio Speciale 25 anni. Uniche a presenziare la cerimonia d’assegnazione, dal momento che gli italiani e gli stranieri premiati per la narrativa parteciperanno solo all’ultimo atto del Grinzane: a giugno, quando al Castello -che dà nome alla manifestazione- si sveleranno i nomi dei cosiddetti Supervincitori, selezionati questa volta dalle giurie scolastiche. Ma veniamo subito alle nomination per poi parlare delle donne presenti con maggiore agio. Nelle terne dei vincitori figurano per la narrativa italiana Tullio Avoledo con Tre sono le cose misteriose (Einaudi), Silvia Di Natale con L’ombra del cerro (Feltrinelli) e Silvana Grasso con Disìo (Rizzoli). Per la narrativa straniera sono stati selezionati Roddy Doyledall’Irlanda con Unba faccia già vista (Guanda), dall’Egitto Gamal Gitani con Schegge di fuoco (Jouvence) e dalla Colombia Laura Restrepo con Delirio Feltrinelli.

Due donne profondamente diverse hanno salutato i riconoscimenti. L’algerina che vive tra la Francia e New York Assia Djebar e la guatemalteca, di origine maya Rigoberta Menchù. L’intelletuale e la donna ex-analfabeta e strenue autodidatta. La prima completamente dedita alla sua missione di scrittrice, quanto la seconda animata dalla lotta per la pace. Djebar cita Proust e Primo Levi e parla del piacere profondo della Lettura, da lei stessa provato fin dalla prima infanzia e quindi humus da cui è scaturito il lavoro sulla parola e il narrare della Djebar odierna. Interrogata sulla questione “velo”, Djebar ricorda il romanzo scritto a vent’anni, Ombra sultana di cui sta correggendo le bozze, al cui centro sta la vicenda di una donna algerina emigrata a Parigi e progressivamente spinta a svelarsi, ricostruendo se stessa anche in funzione di questa nuova libertà. Spiega Djebar che il compito dell’autore è proprio quello di rendere conto di una pratica del velarsi e dello svelarsi, delle trasformazioni che ogni individua incontra nella vita.

Menchù parte invece dal punto zero: lo sterminio della sua famiglia, il dolore per un figlio atteso molto e nato morto. Parla di cultura come di qualcosa di non (o non solamente) scritto che sta piuttosto nelle forme di vita, fede e spiritualità di un popolo e non tanto nei libri. Oggi la sua agenda è fittissima, impegnata com’è al governo e in molte ONG internazionali. Quello che le manca, confessa, è proprio il tempo. “Sono un simbolo”, afferma e non sono importanti le sue cariche, ma piuttosto la sua missione in favore delle politiche sociali, di un agire volto all’inclusione, alla pace, al superamento di discriminazioni e ingiustizie al di là di tutte le differenze etniche, politiche o sessuali. Una missione che definisce globalizzata.

E se la Djebar, appena entrata tra gli immortali dell’Academie Francaise, dedica molto del suo tempo anche all’insegnamento universitario in America e critica i governi arabi per il poco impegno che determina la scarsissima visibilità di questa cultura nel mondo (pochi autori tradotti, pochi aiuti all’editoria, scarso impegno nell’insegnamento della letteratura), Rigoberta Menchù è appena divenuta la presidente di una fondazione che sta lavorando alla costituzione di un’università Maya e, salutando i molti intervenuti, conclude da rivoluzionaria: “Quando sarò presidente del Guatemala faremo grandi cose”.

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