Gastini e Ranaldi alla CAMeC - Imperia

Mostre Imperia Venerdì 15 luglio 2005

Gastini e Ranaldi alla CAMeC

© Enrico Amici

Imperia - Alla – di La Spezia l’estate si sente e si vive grazie all’originale idea della direzione artistica di riallestire alcuni lavori delle collezioni permanenti (Premio del Golfo, Cozzani e Battolini) in funzione dell’elemento mare. L’accoglienza è quindi un à rebours nell’universo figurativo degli anni ’40 e ’50, tra cui spicca una marina di Ettore Sottsass del ’52, una "carta" di forte impatto di Capozzi del ’49 e una tavola di pescatori del ’52 di Renato Birolli, di cui ricorre quest’anno il centenario dalla nascita.

Ma il bello, per così dire, viene salendo le scale.
Perché la novità, ovvero le personali di Marco Gastini, Echi e Renato Ranaldi, Dispositivi per l’ora d’aria, in mostra dal 15 luglio al 15 settembre, hanno trovato residenza al primo e secondo piano del nuovo edificio. La fruizione dei lavori, collocati all’interno della sezione Enclave - un programma per i progetti d’artista – comincia proprio sulle scale.

A metà della prima ariosa rampa, sulla parete, campeggia Senza titolo, un lavoro (vedi nell'immagine sopra) recente del 2004 (di ardesia, pigmenti e vetro), di Marco Gastini, che fa da introduzione ad un nucleo di dipinti concepiti in relazione agli elementi primari dell’aria, dell’acqua, del fuoco e della terra.
È una costruzione verticale, a metà tra pittura e scultura, con ha un che di familiare. Il fondo pittorico blu, dai contorni volutamente liberi e graffianti, parla del nostro mare e l’accumulo di ardesia che gli si sovrappone, a cui si aggiungono elementi di vetro, appartiene alla stessa radici di tratti tipici del territorio spezzino - profondamente ligure, ma anche parente stretto di quella Toscana delle cave di marmo tanto prossima.
Entrando nelle stanze abitate da questo artista si prova un’esperienza ancora di vicinanza e appartenenza in creazioni che sono materiche ma ariose, fatte di segni pittorici che rimbalzano e si protendono nello spazio in emanazioni oggettive, scultoree. Immerse in un costante dialogo tra segno e sua espressione tridimensionale, di cui è espressione esemplare un grande foglio di pergamena a vassoio, 250X460, Le tensioni esistono, vengono generate e si rigenerano in pittura, (del 1981), sul cui blu spiccano segni neri, quasi grafìe, che si contorcono come alcune sparse carrube marroni – un’opera, questa, che segna l’uscita di Gastini dal bianco, tratto caratterizzante di un periodo precedente. Questi strani frutti mi colpiscono e rimandano ancora una volta a qualcosa di estremamente familiare. «Stavo pensando alla disputa tra energia materiale ed energia naturale», spiega Gastini: «il rapporto con l’atto del dipingere e, casualmente, ho trovato questi fagioloni che avevano lo stesso segno usato da me».

Altrove, i dipinti, che rimandano ai quattro elementi, attingono ad un’immaginario che li avvicina a spiagge o approdi invernali post-mareggiata, carichi di quelle rovine sagomate dalle onde, che solo il mare sa portare, fatte appunto di vetro, legno, ferro e tessuti, come nel lavoro di Gastini. A volo di gabbiano, nell’ultima stanza, la materia crea un’esperienza quasi abitativa della pittura di Gastini, che ci permette di annidarci sotto le rovine di tela e ferro, (è il caso di Nel volo… attorno, del 2003), come sotto braccia protettive, ma anche minacciosamente avvolgenti. Chiude e apre, a seconda del percorso, un lavoro sempre tra tela, ferro, vetro e colore organizzato, sulla parete del ballatoio, come una partitura musicale per otto tempi «cinque righi, fatti a Weimar nel ‘98», precisa l’autore.

Come spiega le due esposizioni sono occasioni di apprendimento rispetto ad una ricerca trentennale, per entrambi gli autori, nell’espressività artistica contemporanea, ma anche un momento di aggiornamento rispetto ai singoli percorsi sperimentali.

Renato Ranaldi, vestito di lino bianco e di uno sguardo tra lo stupito e il contrariato, parla di “responsabilità linguistica”, che può anche diventare “responsabilità di rovesciamento verso l’ordine delle cose”, mentre passiamo sotto il suo Vanitas blu royal, (2002): un intreccio a soffitto di telai, che sembrano finestre, scale, edifici o resti della pittura al cui centro campeggia come una cattedrale, del contemporaneo consumare, un vassoio con bicchieri e bottiglia. Un colore, il blu reale, che ritorna anche nell’ultima installazione (dal titolo composito Biliho co' i' ciuho e la berva, 2002;Arredo 1 per i' ciuho e la berva; Arredo 2 per i' ciuho e la berva; Arredo 3 per i' ciuho e la berva, 2002; Imbuto - strettoia, 1992): al centro di una vasta stanza, composta da più elementi cromaticamente omogenei, ognuno con un proprio titolo, e un’identità tra cui una vecchia caffettiera, scale a pioli, un palo con testa di ciuco in bronzo. «L'intenzione profonda è far sposare materiali antitetici come il bronzo e la carta, in un contrasto violento» spiega Ranaldi entrando con me nella stanza, «il desiderio è quello di incastrare due direzioni mentali che, certe volte sono antitetiche».

Ranaldi è prodigo di parole di fronte al suo lavoro. Calibrato e deciso coglie la necessità del confronto e non si nega. «Blu reale, da re», precisa, «colore dell’ermellino dei re francesi, che rappresenta una certa velenosità perché nessun cibo di quel colore potrebbe essere commestibile. Una cromaticità che emana luce propria. Colore dell’inconsistenza. Le cose che lo indossano diventano più leggere ed entrano nell'idea dell'essere in bilico». A questo blu reale, che è un azzurro pallido, fa da contrappunto il Grande Nudo, (2005), un altro intreccio di telai, questa volta a parete e rosa pallido (vedi immagine in basso), un lavoro che esprime un’idea di perdita nei confronti della pittura che, il telaio appunto, non fa. «Nostalgia per una dimensione che si sposa con un recupero nostalgico», conclude Ranaldi, «perché il nudo non c’è, ma viene evocato dal colore rosa». In chiusura, sul ballatoio, una serie di sette pezzi, composti da una base, supporto pittorico, e da isole tridimensionali di pasta di colore trafitte, attraversate da spilloni. Così che «la pasta devota alla pittura, si mette al servizio della scultura», per dirla con le parole di Corà. Un attraversamento che sa di perlustrazione corporea, indagine del materico tipica dell’infanzia, nelle parole dell’autore: «alla fine c’è bisogno di un eros che diventi responsabilità linguistica, al di là di qualsiasi sfoggio d’erudizione».

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