La Banalità del Male, spettacolo di e con Paola Bigatto - Teatro Sociale di Camogli - Camogli (Genova)

10/10/2018

Martedì 15 gennaio 2019

Ore 21:00

TERMINATO

Camogli (Genova) - Questo testo chiama la voce. Così ha pensato Paola Bigatto, attrice e drammaturga formatasi alla scuola di Luca Ronconi e Renata Molinari, leggendo il libro-inchiesta La banalità del male di Hannah Arendt.  Da questa folgorazione, è nato lo spettacolo in scena al Teatro Sociale di Camogli nella serata di martedì 15 gennaio (ore 21). Un successo che conta ormai più di trecento repliche su tutto il territorio nazionale.

Camogli (Genova) - Hannah Arendt dà alle stampe Eichmann in Jerusalem, più noto in Italia con il suo sottotitolo La banalità del male, nel 1963, riunendo gli articoli scritti come reporter per il “The New Yorker” sul processo al tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961. Eichmann, con il suo grigiore, il suo linguaggio burocratico, le sue frasi fatte, incarna, nello sguardo acuto dell’autrice, l’uomo senza idee, più pericoloso dell’uomo malvagio. Il nuovo concetto di banalità del male rivoluziona le consuete categorie morali: Hannah Arendt sarà così al centro di una polemica filosofica, etica e politica. La sua scrittura, passionale nell’indignazione, raffinata nella speculazione, sempre incandescente, ha consentito di dar voce al saggio, trasformato e ridotto a monologo: la professoressa Arendt, docente di filosofia politica a Chicago nel 1963, ripercorre, in una possibile lezione, le condizioni del processo, le circostanze storiche degli eventi, le considerazioni filosofiche. Con l’aiuto di una lavagna, una carta geografica e una cattedra, gli spettatori diventano ‘allievi’ e testimoni dello svilupparsi del pensierofilosofico.

Camogli (Genova) - «Lo spettacolo - spiega Paola Bigatto -  è strutturato seguendo i tre grandi aspetti del testo: la cornice e la vicenda processuale, lo sguardo critico sul processo di Gerusalemme; la struttura portante e costituita dagli avvenimenti storici, centrali per seguire la vicenda di Eichmann, e gli avvenimenti bellici e politici; all’interno di questo percorso sono presenti le considerazioni filosofiche dell’autrice, non solo comunicate come riflessioni, ma spesso sviluppate in presa diretta, come se nascessero nell’atto di parlare agli allievi. Aspetto teatralmente imprescindibile, in quanto è in questa costruzione progressiva che lo spettatore si sente attivo e partecipe di un processo di pensiero. Ho scelto di concludere la lezione-spettacolo con una storia per me particolarmente significativa, riportata dall’autrice in maniera rapida ma incisiva: è la storia di Anton Schmidt, un semplice caporale dell’esercito tedesco, che sfugge al meccanismo del male banale e, trasgredendo agli ordini criminali, presta aiuto agli ebrei. Il suo esempio e il suo sacrificio ci mostrano come la riflessione e la formazione di una coscienza etica amplifichino la percezione della nostra libertà e aprano all’uomo la possibilità di attuare il bene».

Hannah Arendt osserva la macchina della giustizia di Israele con implacabile senso critico. Non esita, ebrea, a indagare le responsabilità morali e dirette del popolo ebraico nella tragedia della Shoa, né ad attribuire a tutto il popolo tedesco pesanti responsabilità durante il Nazismo e ipocriti sensi di colpa durante la ricostruzione post-bellica. E attraverso questo sguardo acuto, tagliente, spesso quasi molesto, ci suggerisce quale sia la principale artefice delle tragedie naziste: la menzogna eletta a sistema di vita sociale e politica, la menzogna come strategia esistenziale attuata prima di tutto nei confronti di se stessi, la capacità di negarsi delle verità conosciute e il meccanismo criminale che porta il male ad essere agito inconsapevolmente o nascosto alla propria coscienza. Hannah Arendt ci offre cosi una formidabile riflessione sul presente: il male estremo rappresentato dal Nazismo non resta relegato nei responsabili dei massacri e dell’organizzazione, ma appare come una realtà sempre esistente, in agguato nella pigrizia mentale, nell’inattività sociale e politica, nel delegare le scelte di vita ad altri da noi, nell’usare la mediocrità come alibi morale. In una parola, nella rinuncia a quell’attività che, “da Platone in poi, siamo soliti chiamare pensiero”.

Questo evento è stato aggiornato con nuove informazioni il 24/08/2019 alle ore 06:31.

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