Intervista a Biancamaria Furci: l'importanza di un linguaggio inclusivo nel mondo dell'attivismo

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Mentelocale.it sta collaborando con Silvia Frattini, laureanda in Informazione e Editoria presso l’Università degli Studi di Genova, per la realizzazione della sua tesi di Laurea sul tema del linguaggio di genere. Iniziamo pubblicando una serie di interviste da lei curate sull'inclusività della lingua italiana in vari ambiti, da quello strettamente linguistico a quello dei social network. L’intento di questi contenuti è quello di raccogliere punti di vista da parte di professionisti/e della materia, in modo da poter avere i mezzi per comprendere le varie sfaccettature del linguaggio fluido ed essere in grado di potersi fare un’idea personale sulla questione.

Genova, 26/09/2022.

Di seguito pubblichiamo l'intervista a Biancamaria Furci.
Leva 1993, Biancamaria è caporedattrice per Bossy e utilizza i suoi canali social per sensibilizzare il pubblico su temi come fat accceptance e diritti umani.

Attivismo e social network sono concetti che ormai vanno a braccetto. Esprimere le proprie idee e combattere battaglie (come quella della parità di genere) con rispetto e con un linguaggio adatto, inoffensivo e soprattutto inclusivo è diventato oggetto di controversie. Infatti l’idea di forme linguistiche più fluide e inclusive non è condivisa da molti che vedono la questione come un vezzo, un qualcosa di poco importante, quasi un capriccio. Ma una lingua in cui chiunque può riconoscersi non è un buon punto di partenza per cambiare la società?

«Le persone a cui mancano le parole per descriversi e per descrivere la propria realtà possono meglio di chiunque spiegare quanto sia fondamentale avere a disposizione un vocabolario che includa anziché escludere. Per questo momenti come i "coming out" sono così importanti: perché spesso avere un modo per chiamarsi non è una forma di etichettamento, né un modo per conformarsi a un modello prestabilito, è invece un modo per riconoscersi. Quando parliamo delle cose, quelle iniziano a esistere. E capisco faccia molta paura assistere a un mondo che cambia e nel quale il linguaggio evolve, ma è necessario per non lasciare nessuna soggettività indietro e per avere strumenti aggiornati per raccontare la società che abitiamo e in cui ci muoviamo. Se mancano le parole viene a mancare tutto, cede una struttura fragile fatta del contributo di tutte le persone che la animano».

Il pubblico social è per lo più formato da giovani e la scelta di utilizzare nuove forme linguistiche come la scevà o l’asterisco, secondo me, ha una valenza quasi educativa. In che direzione sta andando secondo te la diatriba sul linguaggio di genere considerando il ruolo sempre più centrale di internet anche per quel che riguarda l’attivismo?

Anzitutto, è molto triste che ci sia una diatriba in corso. Alcune evoluzioni del linguaggio sono nate in senso provocatorio, alimentate proprio da una necessità nuova di comunicazione che tracimava dagli argini e chiedeva dignità con urgenza, e poi sono naturalmente evolute perché le persone hanno sentito che una loro esigenza era stata accolta, anche in modi impensati e insperati. Ed è esattamente questo che fa una lingua: si adatta alle persone che la parlano per rappresentarle. Non è difficile capire perché questi fenomeni nascano sui social, dove c'è una piazza enorme di persone molto diverse fra loro che hanno trovato spesso per la prima volta spazi di discussione realmente inclusivi e accoglienti e che cercano di basarsi su dinamiche che nel mondo fisico faticano ad affermarsi a causa di una presenza massiccia di discriminazione costantemente negata e minimizzata.

Il confine tra attivismo e politica è sempre più sottile. Giusto poco tempo fa è stato è stato respinto l’emendamento della Senatrice Maiorino che prevedeva che il Consiglio di presidenza stabilisce i criteri generali affinché nella comunicazione istituzionale e nell'attività dell'amministrazione sia assicurato il rispetto della distinzione di genere nel linguaggio attraverso l'adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l'utilizzo di un unico genere nell'identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne. Il linguaggio inclusivo, partendo da una parità di genere tra uomo e donna, arriverà mai a quei piani socio-culturali?

Come dicevamo, il linguaggio e la società si influenzano a vicenda e sono necessariamente riflesso l'uno dell'altra. Non esisterebbe linguaggio senza una società che lo parli e non esisterebbe una società senza le parole per descriverne i processi, i fondamenti e i cambiamenti. La piena parità di genere è un momento storico che non vedo di immediata risoluzione, principalmente perché la società che è stata creata per noi affonda le sue radici in un sistema eteropatriarcale. Risulta quindi molto difficile poter raggiungere equità se ci si trascina una discriminazione in partenza. Deve cambiare tutto l'assetto della società per poter arrivare a quel momento. In questo percorso, sicuramente il lunguaggio svolgerà un ruolo fondamentale. Abbiamo però le prove ovunque intorno a noi che sia un processo fortemente osteggiato, non voluto e che crea molta paura (la perdita di privilegio genera sempre paura, una paura egoista che non ha alcuna utilità per la collettività).

 In Italia si sono trovate alcune valide soluzioni per dare forma a un linguaggio agènere, di fatto su questo piano siamo più avanti di alcuni Paesi. Secondo te ci sono altre soluzione oltre alla scevà e all’asterisco? Quanto può essere utile il mondo social per la ricerca di nuove soluzioni linguistiche?

Ogni giorno sui social network vengono condivisi pensieri e riflessioni di grande impatto, che scavano a fondo nelle tematiche e cercano di dare risposte e soluzioni ai problemi della società. Questa è una risorsa incredibile, che viene spesso sminuita come se non fosse reale. Certo che è reale. Possiamo descriverla come una grande e infinita discussione comune, in cui ogni persona può realmente portare il proprio contributo. Non è gerarchica e non è ereditaria o escludente, la possibilità è realmente inclusiva. Questo ovviamente porta a una grande sovrapposizione di voci, spesso differenti. Come capire cosa seguire, verso cosa tendere? Semplice, in una forma che potremmo quasi definire di democrazia partecipativa e diretta, vengono condivise da più persone le idee che possono essere più funzionali per la collettività. Si pensa spesso ai social come a un non-luogo estremamente egocentrico, fatto di individualismi. Eppure abbiamo la prova che, come nel caso del linguaggio, questa discussione crei invece delle soluzioni adatte a tutti, tutte e tuttə. L'Italia ha una lunga tradizione di resistenza a chi ha cercato di privarci della libertà collettiva, solo che tendiamo a dimenticarcelo.

Attraverso l'introduzione di nuovi termini che rendono la lingua italiana sempre più inclusiva si potrà mai combattere (o per lo meno affievolire) la pratica dell'hate speech che tanto dilaga su internet?

Fenomeni come l'hate speech vanno di pari passo con i mutamenti più profondi della società. Sono una reazione spontanea, la prova che si sta facendo qualcosa di grosso e radicale. Sono sempre esistiti, in realtà, ma il web ha fornito infiniti nuovi modi all'odio e all'intolleranza per dilagare. Non è affatto strano che si accentuino quanto più è gargantuesco il cambiamento che si chiede alle persone. Sono forme reazionarie, spinte dal timore per tutto ciò che è nuovo e soprattutto per ciò che può portare a una diminuzione del proprio potere. L'umanità è ossessionata dal potere dai suoi albori, ed è molto triste che non si sia ancora riuscito a spiegare che la propagazione dei diritti non va a togliere niente a nessuna persona. Anzi. Uno stato di benessere generale e di miglioramento culturale può solo arricchire la vita di chi ha ricevuto per ragioni arbitrarie una forma di potere e controllo sociale dannoso e tossico.

Di Silvia Frattini

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