La Sagra del Signore della Nave da Luigi Pirandello a Michele Lizzi, la presentazione a Genova

La Sagra del Signore della Nave da Luigi Pirandello a Michele Lizzi, la presentazione a Genova

Libri Genova Mercoledì 29 dicembre 2021

di Giusy Randazzo
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© Giusy Randazzo

Genova - A Michele Lizzi (Agrigento, 1915 – Messina, 1972), musicista e compositore, si deve la trasposizione in musica dell’atto unico pirandelliano Sagra del signore della nave, di cui scrisse anche il libretto, rappresentata per la prima volta al Teatro Massimo di Palermo il 12 marzo 1971. Di differente generazione, Lizzi non poté avvalersi della collaborazione del grande autore, e pur tuttavia riuscì nell’impresa a cui aveva rinunciato Gian Francesco Malipiero, che non si riteneva adatto a restituire musicalmente il testo teatrale propostogli dallo stesso drammaturgo agrigentino. Con Lizzi, la musica si fa parola e irrompe tra le pagine svelando l’armonia dissonante dell’esistenzialismo pirandelliano. Senza Girgenti – l’antica Akragas –, Pirandello non sarebbe stato Pirandello e se Lizzi non fosse stato anch’egli agrigentino, con molta probabilità, non avrebbe potuto rendere musicalmente l’aspra contraddittorietà della poetica pirandelliana. Lo ha ben spiegato Rita Capodicasa, saggista e musicista, che ha presentato il suo saggio La Sagra del Signore della Nave da Luigi Pirandello a Michele Lizzi, martedì 28 dicembre, nella cornice della Biblioteca Universitaria di Genova, con un intervento d’apertura dello stesso direttore, Paolo Giannona.

«Lizzi non ha avuto il giusto riconoscimento successivo», spiega Capodicasa. Eppure, continua l’autrice, «per apprezzare il lavoro del maestro, bisogna guardare indietro, verso altri musicisti che avevano tentato di musicare le opere di Pirandello. Lizzi riuscì a rispecchiare nella musica gli “ideogrammi” pirandelliani. Così li definì il musicologo Quirino Principe, il quale nel parlare della Giara di Casella, musicista piemontese, disse che era difficile trovare una trasposizione nel linguaggio musicale dei testi pirandelliani, che scavano nella coscienza, nel ragionamento, con monologhi sempre più approfonditi». Lizzi meglio di altri riuscì in questa impresa perché rievocò la musica popolare, il folclore, in quanto cresciuto nella cultura agrigentina, tra canti popolari, profani, che attingono a una tradizione laica, e canti liturgici».

Mario Giovanni Valter Calisi, musicologo e compositore, ha spiegato la struttura compositiva dell’opera di Lizzi, che affonda le radici nell’antica Magna Grecia ma si abbevera di una cultura musicale estremamente ampia, tanto che «con Lizzi abbiamo la sintesi di un’epoca». Il suo intervento, Strutturalismo e poetica nell'arte compositiva di Michele Lizzi, ha permesso di entrare nel cuore dell’opera con un’analisi spesso accompagnata da esempi eseguiti al pianoforte. «La voce del personaggio diviene uno strumento dell’orchestra», spiega Calisi per far comprendere l’armonica concordanza e la fluida sinestesia tra i diversi registri musicali ed espressivi presenti nel lavoro di Lizzi.

Nell’introdurre il maestro Giuliano Bertolotto Bianc, che ha eseguito la Sonata in La per pianoforte di Michele Lizzi, Rita Capodicasa ha spiegato la difficoltà dell’esecuzione: «Questa struttura metrica persino d’avanguardia che va oltre le regole tradizionali un po’ ci spiazza. Ammiro molto il maestro Bertolotto Bianc perché non è cosa da poco mettersi a studiare una partitura di Lizzi, ma è una musica che in realtà entra nel profondo e dalla quale si riceve un arricchimento interiore che difficilmente si può avere da repertori più orecchiabili, che apparentemente saziano il pubblico». Ed effettivamente ascoltare il maestro Bertolotto Bianc è stata un’esperienza più che suggestiva. Egli ha saputo restituire con appassionante vivacità “la nobile semplicità e la calma grandezza” di quel gioco dialettico tra i diversi piani sonori presente nell’opera di Lizzi. Un pubblico attento e ammirato ha ascoltato l’esecuzione, che a tratti ha persino commosso perché il maestro è riuscito a far affiorare la potenza delle duellanti contraddittorietà siciliane, la «duplice, equivoca e paradossale sovrapposizione di temi contrastanti», presenti nella partitura. Insomma, la Sicilia tutta intera era lì. In musica.

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