Aperto/chiuso. Dentro/fuori. Al Teatro Nazionale entra la discontinuità - Genova

Aperto/chiuso. Dentro/fuori. Al Teatro Nazionale entra la discontinuità

Teatro Genova Teatro Ivo Chiesa Mercoledì 19 maggio 2021

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Un momento della giornata di dibattito

Genova - Discontinuità è la parola "nuova" che è entrata nel dibattito pubblico dedicato e/o generato da lavoratrici e lavoratori dello spettacolo dal vivo. Parola tecnica di cui tratteremo, entrando nello specifico, tra pochissimo, discontinuità però è anche una parola "vecchia" che spesso indica un gesto tranchant e nuove pratiche che rompono convenzioni e schemi consolidati, o precedenti. C'è chi la teme, specie in politica perché la discontinuità può segnalare nuovi percorsi, nuove abitudini, nuovi comportamenti e visioni. C'è invece chi non la teme affatto e la abbraccia con determinazione o chi la interpreta più che abbracciarla, percorrendo scelte personali che a seconda di come si osservano potrebbero anche non essere affatto "discontinue", rispetto a un proprio organico modo di operare. 

Sulla discontinuità percepita, diciamo, mi soffermerò brevemente per indicarla in alcune azioni che Davide Livermore ha portato all'interno della sua direzione del Teatro Nazionale di Genova (ex Teatro Stabile di Genova). Nata sotto i migliori auspici, questa nuova guida è stata colta dall'onda anomala della pandemia in cui ancora ci troviamo. Dunque questa idea di "aperto/chiuso" fa ulteriore buon gioco a questa riflessione, perché appena apertasi la nuova direzione artistica nel gennaio 2020 si è di lì a breve (fine febbraio 2020) vista chiudere o impedire l'agire quando siamo tutte/i entrate/i nella chiusura forzata dovuta al Covid-19 (anche dei teatri), e relative, quanto necessarie, misure di emergenza. Discontinuità dunque tra "aperto e chiuso" che si è poi protratta e declinata in altre temporanee aperture e nuove chiusure.

Al di là di continuare a progettare, per esempio con lo spettacolo mostra Edipo: io contagio, o a portare avanti prove e produzioni (Grounded e Solaris) e, certo, a lavorare intorno alle ospitalità, al cartellone e al calendario, continuamente da rividere alla luce dei nuovi dpcm, una delle prime interessanti discontinuità è andata in scena "a porte chiuse" nel dicembre 2020. Con una mini-maratona di tre giorni, Livermore ha incontrato attori/trici, registe/i, drammaturghe/i, eccellenze e giovani realtà artistiche legate al territorio ligure e non solo. In 30 minuti di tempo ognuna/o poteva presentare il proprio percorso artistico e nuovi progetti attraverso scene, letture, video, sia dal vivo che in collegamento – per l'occasione veniva messa a disposizione la dotazione tecnica del teatro. Si trattava della fase uno, del progetto Il senso del sogno, con cui il Teatro Nazionale tra-guarda a dare vita a una factory all'interno di una delle tre sale dell'istitutzione cittadina (sala Mercato), ovvero occasioni di residenza per artiste e artisti – uno strumento che in Liguria è già realtà nell'operato di Teatro Akropolis; di Kronoteatro; di Fuori Luogo; del Teatro della Tosse). Pratica vivace, per altro, in larga parte del nostro territorio nazionale, le residenze teatrali/artistiche per ora non sono supportate a livello istituzionale perché manca l'adesione della Regione Liguria all'intesa triennale siglata tra Stato e Regioni (circa 15) nel settembre 2017 per una collaborazione inter-istituzionale che prevede anche lo stanziamento di fondi (art. 43 del D.M 332 del 27 luglio 2017): per l'anno 2020 un importo complessivo di euro 2.024.700,00 (a cui si aggiungono euro 25.000 per la Regione Puglia). 

L'altra discontinuità su cui ci soffermiamo è quella andata in scena tre giorni fa, lunedì 18 maggio, al Teatro della Corte - Ivo Chiesa quando palco e platea hanno ospitato il dibattito Lo Spettacolo sta per cominciare. Lavori in corso per una necessaria riforma del settore voluto dal coordinamento ligure Emergenza Spettacolo Liguria, ovvero lavoratrici e lavoratori dello spettacolo autorganizzate/i, apolitiche/ci e apartitiche/ci che si stanno mobilitando da mesi (insieme a molti altri coordinamenti nati dalla stessa esigenza) per vedere il proprio mestiere riconosciuto in tutte le sedi istituzionali. Si tratta di rendere visibile il lavoro nell'ambito della cultura che passa certo per i palcoscenici, ma spesso si concretizza anche con seminari nelle scuole o offerti privatamente, o altre forme di attività professionali proposte a privati o ad altri enti. Si tratta di riconoscere i tanti mestieri  dello spettacolo che operano a intermittenza, non per scelta, ma per la natura stessa della prestazione: oggi si è all'interno di una produzione, domani in un'altra. E nel mezzo dei vari contratti: niente? Assolutamente no. Ecco questa è la discontinuità più tecnica e specialistica che cerca un posto nella riforma del lavoro, urgente e necessaria.

«A noi premeva molto che il discorso arrivasse dentro le strutture istituzionali del teatro», racconta Elena Dragonetti, attrice e regista ma anche portavoce del coordinamento ligure. Com'è nata questa giornata? «Abbiamo mandato l'invito al Carlo Felice, alla Tosse e al Nazionale. La Tosse aveva dato la disponibilità ma non aveva date nell'immediato. Il Nazionale ha subito accolto e messo a disposizione la sala e anche la parte tecnica dell'organizzazione». Il programma e le ospitalità sono state concordate o avevate già tutto pronto come coordinamento? «Abbiamo costruito noi la struttura della giornata e fatto gli inviti, c'è chi partecipava in presenza e chi da remoto. L'idea originale prevedeva più giornate, ma poi alla fine abbiamo deciso di accorpare il tutto e suddividere l'incontro in due parti».

Nella prima parte, moderata da Rosangela D'Urso (giornalista), «c'è stata una panoramica sui sistemi al di fuori dell'Italia, per capire come funziona altrove Il welfare europeo in Francia, Belgio e Germania, con ospiti come Alessandro Baudino, musicista italiano che lavora in Francia da molto tempo; Emmanuel De Candido, autore, attore, regista belga; e Lola Agostini Artista, dalla Germania.  Poi si è passati ad analizzare la situazione nostrana con Luca Mazzone - Referente tavolo welfare di C.RE.S.CO; Elena Garelli - Praticante avvocata; Marco Cacciola - Coordinamento Spettacolo Lombardia; Matteo Alfonso - RAC Registi A Confronto, ESL Emergenza Spettacolo Liguria; Massimo Pontoriero - Note legali; Fabio Allegretti - Segretario Regionale SLC CGIL».

Centrata sulla riforma del lavoro e sui ddl presentati al ministero per una riforma strutturale, questa prima parte faceva il punto su alcuni punti cardine della riforma stessa. Tra tutti appunto «il riconoscimento della discontinuità tipica del nostro mestiere. Grazie ai vari coordinamenti se n'è discusso molto ed è già una svolta culturale importante. Però questa questione va seguita e dibattuta ancora, perché le istituzioni conoscono abbastanza bene le strutture teatrali ufficiali, ma non conoscono quasi per niente la realtà di coloro che passano come scritturati in teatri, sale da concerto, spazi altri senza farne parte e vivono quindi lunghi periodi di "discontinuità lavorativa". Una narrazione che dobbiamo continuare a precisare anche se è già stata presentata in varie audizioni in commissione cultura a livello di enti locali ma anche in Senato e di alcune proposte si sono fatti portavoce alcuni parlamentari».

Tra gli altri elementi fondamentali della riforma, c'è anche la necessità che vengano conteggiati «quei periodi, tra un contratto e l'altro, che sono di creatività (in Francia già riconosciuti); un altro punto è legato alla parte di didattica-formazione, che  non rientra tra quelle previste dal fondo pensionistico dei lavoratori dello spettacolo (ex-ENPALS); così come non rientrano tutte le attività svolte su commissione per altri enti, per esempio aziende private o realtà non teatrali, perché solo chi è iscritto allo stesso fondo pensionistico può versare i contributi, altrimenti destinati a una gestione separata. Per fare un esempio concreto, per permettere a un numero maggiore di artisti di accedere al bonus nato durante il Covid-19, quest'anno il ministero ha dovuto abbassare il tetto delle giornate lavorative a 7gg - che fa un po' ridere ma non si è trovata una soluzione migliore per definire un certo tipo di lavotori/trici appunto soggette alla discontinuità».

Quale dunque la proposta concreta? «Uno sportello unico che farebbe capo all'INPS pensato sulla falsariga del modello francese. Questo permetterebbe a chiunque di versare contribuiti all'artista, il che farebbe emergere anche tutto il lavoro nero. Chiunque a quel punto potrebbe versare contrinuti anche, per esempio, una famiglia che paga le lezioni di chitarra o di recitazione». 

La seconda parte, guidata da Mimma Gallina (organizzatrice teatrale, docente alla Scuola Paolo Grassi, e co-fondatrice di ATeatro), si è occupata soprattutto «del sistema teatrale attuale, di come funziona e delle leggi in vigore», a partire dalla riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) del 2014 con cui sono stati stabiliti nuovi criteri e nuove categorie per mappare le istituzioni teatrali italiane. Hanno partecipato: Andrea Cerri - portavoce Coordinamento Imprese Liguri; Francesca Biffi - Coordinamento Spettacolo Lombardia; Davide Livermore - Direttore Teatro Nazionale di Genova; Andrea Porcheddu - Critico teatrale e Consulente Teatro Nazionale di Genova; Massimo Milella - Oca critica; Amedeo Romeo Direttore Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse; Roberto Pani - Vicepresidente Fondazione Teatro Carlo Felice; Angelo Pastore - Presidente Agis Liguria; Matteo Alfonso - Portavoce ESL Emergenza Spettacolo Liguria; Marco Pasquinucci - Officine Papage (Toscana).

Al di là delle varie istanze, c'è stato un punto o una richiesta che ha visto tutti/e d'accordo? «La richiesta unanime è sempre la stessa da anni: che lo stato italiano investa di più in cultura, rispetto a quanto investe, per esempio, in armamenti». Giusto, siamo ancora fermi lì.

A livello locale poi ci sono ancora tante risposte da dare rispetto a spazi ancora chiusi e senza alcuna prospettiva di apertura in vista. Per esempio che ne è del Teatro della Gioventù? Spazio passato dalla Regione al Carlo Felice nel 2016 ma infelicemente rimasto chiuso. E che ne è dell'Altrove? Affidato in seguito a bando comunale nell'ottobre/novembre 2019 all'Associazione Mercanti di Idee di Davide Pignone (TEDx Genova), ma mai ri-aperto.

Intanto Elena Dragonetti prosegue il suo lavoro di attrice e regista sia all'interno della compagnia Narramondo che, appunto, come scritturata dentro il Teatro Nazionale. «Con Giorgio Scaramuzzino riapriamo la stagione ragazzi con Ti regalo uno sbadiglio», da un libro dello stesso Scaramuzzino edito da Salani, in anteprima sabato 29 maggio (ore 16) alla Sala Mercato, e poi in prima nazionale a Castel Fiorentino per il Festival Teatro tra le generazioni (5 giugno).

Sempre con Scaramuzzino, Elena Dragonetti sta seguendo il progetto sul G8: sto già lavorato con i/le ragazzi/e sulla distanza tra questa generazione e il G8, evento accaduto quando loro non erano ancora nati, ma che è comunque un'eredità che si portano dietro per cui la fiducia di poter costruire un mondo possibile è un'idea lontana. Non sanno perché, ma hanno una grande sfiducia e sentono una frattura importante rispetto a un'alternativa possibile che appartenga a tutti/e e che difenda i diritti globali». Questo lavoro che Dragonetti porta avanti con adolescenti ancora prima della fusione tra Stabile e Archivolto (tra il 2015 e il 2016 è nato La terza onda) è una formula felice che avrebbe dovuto proseguire l'anno scorso con «Chi, un progetto sull'identità di genere, poi stoppato». Avete trovato un nome a questa bellissima attività da cui poi nasce sempre uno spettacolo con protagoniste/i le/i teenagers? «Ancora no, ma presto lo battezzeremo». Un'altra felice discontinuità da portare in porto al più presto, ciò che non ha un nome non ha visibilità e perde forza come voce progettuale, no?

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