Teatro Genova Teatro Duse Mercoledì 6 marzo 2019

Marina Cvetaeva in Easy to remember di Ricci e Forte al Duse. L'intervista

Easy to remember di Ricci&Forte
© Giovanni Chiarot

Genova - Nelle parole di Stefano Ricci, Easy to remember è «un percorso di indagine sulla parola» ispirato alla vita e all'arte poetica di Marina Cvaeteva ma «non si limita a un omaggio». Si vuole raccontare «la crisi e in questo senso fa parte di un percorso avviato con il lavoro attorno a Pasolini, PPP. Ultimo inventario prima di liquidazione. Si guarda alla delusione verso i mezzi a disposizione del poeta; al fraintendimento, incognita che accompagna ogni gesto espressivo». Lo spettacolo, che ha debuttato a fine 2017 a Udine a conclusione di una residenza di tre anni del gruppo ricci/forte presso il Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, arriva a Genova all'interno del cartellone del Teatro Nazionale di Genova e sarà in scena al Duse venerdì 8 e sabato 9 marzo 2019.

Parola espressiva che alimenta l'umano ma può anche determinarne una completa chiusura e portare a una deprivazione. Non soltanto Marina Cvaeteva, dunque, ma una figura umana prima di tutto per cui «il verbo poetico è un gancio con il mondo, ma nonostante questo, viene costretta in un angolo, a ritirarsi, fino all'auto-annientazione». Scritto su Anna Gualdo, interprete chiave di moltissime produzioni ricci/forte, come sempre «lavorando sul vissuto dei nostri performer», il tema e l'ispirazione si trasformano in un processo che è anche auto-critico intorno a «una vita in cui si è votato tutto all'altare della parola scritta che, lentamente, ti scolla dal tuo presente e quindi si tratta di capire dove e come aggrapparsi nel pieno della crisi, perché l'auto-esclusione o auto-reclusione non è mai salutare». Nell'irrisolvibile equilibrio tra gesto e parola, nell'intento di «far divenire il verbo viscere e sangue» lo spettacolo fa un «tentativo di inerzia assoluta, costruendo un tempo che pesa sull'azione fisica, per tentare di trasformare il verbo in ruggito».

Tra gli elementi che caratterizzano questa produzione c'è lo spazio dell'ospedale che, al di là di possibili allacci realistico-storici con la vita di Cvetaeva, mi chiedo se non sia un topos nella vostra poetica visto che ritorna spesso - in Macadamia Nut Brittle ma anche in A Christmas Eve - e corrisponde forse a un'idea figurata più ampia? O forse specifica? «Credo sia un po' legato al bisogno di reset, è un ambiente in cui nitore e pulizia permettono di azzerrare sovrapposizioni legate a un vissuto. Tutto è possibile in un ospedale: è un trampolino da cui lanciarsi in un'ennesima avventura. Non un inferno, piuttosto, direi un purgatorio. Una lavagna su cui scrivere qualcosa di nuovo. Per noi occidentali, l'ospedale rappresenta la malattia, la sofferenza, invece per noi è una mano che ti può offrire uno scollamento».

Il duo ricci/forte ha intrapreso una collaborazione felice in occasione di A Christmas Eve (opera a quattro voci e lisoformio) per Spoleto con il sound designer Andrea Cera che per quell'occasione ha ricoperto il ruolo di compositore mentre ricci/forte hanno scritto il libretto. Anche in Easy to remember , come in altre produzioni, Cera si occupa della dimensione sonora dello spettacolo che ha sempre un ruolo centrale per voi, in particolare qui quale parte svolge? «Ci accomuna una curiosità di affondare in perimetri poco battuti individualmente. Cera entra nell'indagine insieme a noi e percorre con noi il binario che intreccia gli altri apparati dello spettacolo: dall'aspetto performativo degli interpreti ai pochissimi oggetti di scena. Anna Gualdo e Liliana Laera hanno lavorato molto a bilanciare l'intonazione della voce nella partitura. Diciamo che abbiamo trovato in lui un ottimo compagno di cordata, all'interno di un gruppo che condivide un linguaggio comune e sa adattarsi a un processo di costruzione continua con grande equilibrio».

Perché partire proprio da Cvetaeva? «Gianni (Forte, ndr) si è laureato in filologia slava e conosce la poetessa russa dagli anni dell'università. La crudezza e la forza della sua parola ci hanno sempre accompagnato. L'energia della sua parola è sconvolgente e viva. Tuttavia, nonostante questa forza, questa parola non ha permesso un'esistenza all'altezza della sua drammaturgia. Sotto il nuovo regime, Cvetaeva nel suo paese è stata privata della possibilità di esercitare il proprio talento, è diventata esule a se stessa. In questo senso ci aiuta a porci una grande domanda: quando un artista non può più esprimersi, chi è? Cosa resta?

Dopo la Turandot di Giacomo Puccini (2017) che ha valso a ricci/forte il Premio della Critica Musicale "Franco Abbiati" 2018, come miglior regia; dopo le opere Le Chateau de Barbe-Bleu di Béla Bartók e Die glueckliche Hand di Arnold Schöenberg al Teatro Massimo di Palermo (2018), forse si possono già tirare un po' le somme sull'incontro del duo con l'opera lirica. «Stiamo preparando il Nabucco commissionato dal Festival Verdi di Parma» per l'edizione 2019, dal 26 settembre al 20 ottobre. «È stato un colpo di fulmine che si è subito trasformato in una grande storia d'amore. La musica è il performer aggiunto. Spoleto ha smosso fonti energetiche insospettate. Turandot è stata un'esperienza molto significativa per il rapporto con una massa di interpreti molto differente rispetto al nostro percorso: 150 persone in scena richiedono un'altra attenzione e altre strategie espressive. Lavorare con il corpo del cantante, al contempo strumento e presenza scenica, è un elemento di straordinario interesse. Certo non si può chiedere a un cantante lirico di diventare un performer, perché loro sono prima di tutto uno strumento. Si può però fare entrare il cantante in un percorso di trasformazione rispetto al suo modo di stare in scena».

Siamo di fronte a un nuovo ciclo per ricci/forte? «Difficile per noi percepire aperture e chiusure. Si cambia. Si conoscono nuove traiettorie, nuovi collaboratori. Il senso del cambiamento c'è sempre stato nel nostro gruppo perché naturalmente ci si trasforma, si cresce, si matura e si va incontro a nuovi bisogni espressivi. Al momento per esempio siamo in residenza per tre anni al Théâtre de l'Archipel, Scène nationale de Perpignan in Francia come Artistes Associés (2018/2020). Con la lirica ci troviamo di fronte a un veicolo che abbiamo appena iniziato a guidare. Vediamo dove ci porterà».


8 - 9 marzo 2019 @ Teatro Duse

Easy to remember
drammaturgia ricci/forte
con Anna Gualdo e Liliana Laera
regia Stefano Ricci
movimenti Piersten Leirom
suono Andrea Cera
voce registrata Anna Terio

Note di regia:

«Prendi una donna fuori dall’ordinario, Marina, abbracciata esclusivamente dal cielo, che cresce isolata afferrandosi alla memoria, come un fatale testamento in bottiglia da affidare alla Storia. Prendi un vecchio immobile. Prendi un piano qualunque di questo immobile. Prendi una stanza del piano. Indicata dal Caso. Alveolo. Cella candida per sussurrare un’asimmetria che fonde insieme scarti esistenziali. Prendi i suoni. Prendi i racconti bisbigliati. Prendi le immagini che vomitano i quotidiani, i social network. Tetris animistici. Vite meno reali della tv satellitare a circuito chiuso. Chiavi per entrare nei vasi comunicanti di un organismo che pulsa di vite disordinate. Pulsa simultaneamente. Mantice-mastice, che imbriglia e incastona una polifonia semiotica che graffia la gola. 

Una stanza. Singola. Loculo. Con il suo peso specifico. Inondata di luce. Foderata da lampi radiografici. Scartavetrata dal suono. Agita da presenze, bambole russe che si celano sotto i copriletto intonsi, tra le intersezioni delle maioliche.  Rammendare le reti della propria fantasia, quando tutto sembra sciogliersi in un benessere fittizio. Voci femminili sepolte, sovrapposte, infrante, in questo istituto di “apparente” sanità, che sgretolano le ore della propria esistenza, feroci come le graminacee che attecchiscono sul cemento. Singulti. Alterazioni che rimbalzano sottopelle e si unificano sciogliendo i tramezzi di frontiera. Respirando l’aria mossa degli altri respiri. Trasformando l’apnea in un valore aggiunto.

La follia è davvero una malattia o una manifestazione divina, un’espressione di libertà? E come e in nome di chi vengono tracciati gli steccati di quella discutibile libertà?

Un caleidoscopio di porte irreali unito da un corridoio emotivo che impianta link tra una toppa e l’altra verso una dimensione onirica, vivida, iperreale, implacabile: il nostro domani».
ricci/forte

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