Teatro Genova Teatro della Tosse Sabato 23 febbraio 2019

Comicità, poesia, riflessione politica in Labbra di Irene Lamponi

I. Lamponi e S. Pesca in Labbra
© D. Aquaro

Genova - Che due vagine potessero essere le prime donne sul palco, chi l'avrebbe mai detto? Un vero nonsense, no? E poi comunque com'è che si fa a rappresentarle?  Irene Lamponi lo fa e basta in Labbra, un testo comico, poetico e politico portato in scena al Teatro della Tosse dal 14 al 16 febbraio 2019, dalla stessa autrice affiancata da Sarah Pesca - una produzione in collaborazione con Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse e CSOA Zapata Genova.

Certo ci sono stati The vagina monologues nel 1996 (I monologhi della vagina) di Eve Ensler, una scrittura teatrale sulla vagina a partire dalle straordinarie storie raccolte dall'autrice/attrice Ensler intervistando più di 200 donne di tutte le etnie, età, professioni, provenienze sociali, religiose e culturali. Il testo di Ensler ha liberato sul palco il discorso tabù sull'organo femminile, srotolando sensanzioni, modi di chiamarla, leggende tramandate di madre in figlia, sogni, parole mai pronunciate, esperienze di conoscenza segrete tra libri di anatomia, specchi, contorsioni e fotografie.

Labbra è un atto unico diviso in tre quadri: una commedia ambientata in un bagno, un surreale dialogo tra vagine, un monologo a due voci con intarsi di cronaca e sentenze giudiziarie. Variazione sul tema dunque perché, in parte sì,  va in scena il discorso tra donne intorno alla vagina e al sesso, dalla prospettiva di due ragazze che convivono ma che hanno due visioni del mondo, della propria identità femminile, della sessualità e del proprio ruolo nella società profondamente diverse.

D'altra parte però, nel secondo quadro, le ragazze spariscono e restano sul palco solo le loro vagine. In un esilarante scherzo mimico e interpretativo, un po' come nell'omonima forma di componimento musicale, il secondo quadro fa emergere un'indole vivace e fantasiosa a partire da bocca, labbra e tutta la mimica facciale, veri e propri strumenti che mirano a restituire una personalità primeva, ingenua, ma terribilmente consapevole a quella parte del corpo nascosta tra le gambe. Il volto delle interpreti, inquadrato all'interno di sagome che ne determinano senza misteri l'identità - al culmine di due realizzazioni grafiche di gambe femminili - si produce in suoni, gorgoglii, brusii e smorfiette che incarnano e personificano le vagine e, come in una fiaba, ce ne restituiscono il punto di vista raccontando delle vessazioni di jeans troppo stretti, di tamponi secchi secchi, di molesti e inopportuni vibratori a forma di ovetto. Fantasioso e vivace perché questo dialogo è anche una feroce autocritica verso una gestione spesso distratta, incurante, infastidita dei genitali da parte delle donne stesse; fino ad arrivare al sogno, all'utopia di una società liberata e nudista in cui le vagine possano finalmente godere e non essere più costrette in alcun modo.

Ci si raccoglie nell'ultimo quadro, grazie alle luci e al suono fuori scena di una pioggia che cade senza tregua. Il ritorno alla realtà gioca con il genere del giallo o del thriller senza sfruttarne appieno le caratteristiche per esempio calcando sulla suspense, come invece è stato nel primo quadro per la commedia. L'atmosfera si fa intimista e in un certo senso anche poetica mentre un monologo interiore intelligentemente condiviso dalle due interpreti parla di una ma in verità parla  a nome di tante altre, centinaia, migliaia di donne di oggi e di ieri. 

Un diario dettagliato di una serata non proprio perfetta è contrappuntato dalla cronaca attraverso un certo numero di sentenze emesse a vari gradi di giudizio, tra gli anni novanta e il 2000, qui riportate con tono monocorde per documentare come si comunica sui media un abuso sessuale, come si giudica una violenza nella nostra società o almeno in alcuni dei nostri tribunali dove lo stupro da parte di un marito è crimine con attenuante per la familiarità della vittima con il suo carnefice. Il messaggio è semplice e risuona estremamente familiare: è una sintesi di tutto quello che passa per la testa a una donna che attraversa la città sola di notte e di come sia sempre in qualche modo, anche solo nell'immaginario, braccata; di come il pensiero più diffuso spesso resti che "se l'è andata a cercare" perché se ne andava in giro da sola all'ora sbagliata, perché camminava dove non avrebbe dovuto, perché vestiva in un certo modo; perché, perché, perché... perché purtroppo ancora oggi spesso, spessissimo, donna equivale ancora a oggetto di cui appropriarsi invece che individuo da rispettare.

Tre quadri dove la vitalità della prima parte, un'esilarante commedia, dà forma e tiene le fila delle altre due, un fantasioso dialogo-scherzo surreale e un thriller (da perfezionare), rappresentando in un certo senso: nascita, vita e morte della vagina attraverso le sue tante labbra. Da vedere.


Teatro della Tosse
14-16 febbraio 2019

Labbra
di Irene Lamponi 
con Irene Lamponi e Sarah Pesca
in collaborazione con Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse e CSOA Zapata Genova

Dopo un dialogo tra amiche fatto nel bagno di casa, tra confidenze, perversioni e paure, prendono parola le vagine, strizzate, sognatrici e agguerrite. Infine prende spazio una sola voce che racconta del sesso come violenza e di come la stampa strumentalizzi l’argomento. «Non cerchiamo una divisione tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, tra morale e amorale, cerchiamo solo le sfumature del non detto».

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