Ponte Morandi, privatizzazioni e il ruolo dell'azienda pubblica: la riflessione di Bruno Musso - Genova

Ponte Morandi, privatizzazioni e il ruolo dell'azienda pubblica: la riflessione di Bruno Musso

Attualità Genova Mercoledì 29 agosto 2018

di Bruno Musso
Il Ponte Morandi prima del crollo
© Wikipedia/Bbruno

Genova - I troppi morti e i danni economici prodotti a Genova dal crollo del ponte Morandi hanno riacceso, anche per evidenziare il cambiamento del nuovo governo, un generale dibattito sulla necessità che lo Stato si riappropri delle aziende strategiche a suo tempo privatizzate.

Come è stato ampiamente illustrato l’Iri, nucleo delle aziende di Stato, è nato dopo la prima guerra mondiale per sostenere la difficile riconversione post bellica e si è sviluppato ulteriormente nel secondo dopoguerra per due ragioni. La prima economica: aiutare la fragile industria italiana creando un soggetto forte in grado di realizzare i grandi investimenti strategici e fronteggiare i colossi internazionali. Proprio a Genova Cornigliano l’Iri ha realizzato l’impianto siderurgico in banchina (secondo caso al mondo), che superando l’handicap della mancanza di materie prime, ha permesso alla siderurgia italiana di essere competitiva con le acciaierie tedesche ubicate a bocca di miniera. 

Nessun privato avrebbe allora avuto la forza e la dimensione per affrontare un investimento così innovativo. Ancora oggi il progetto di sviluppo portuale genovese del Bruco, che ha caratteristiche analoghe in campo logistico, non trova soggetti italiani idonei a realizzarlo e deve puntare sui grandi vettori intermodali stranieri. 

La seconda ragione è ideologica: la teoria marxista del plus valore considerava la proprietà pubblica dei mezzi di produzione elemento strategico per eliminare o almeno limitare lo sfruttamento. Il miracolo economico e lo sviluppo tumultuoso del dopo guerra sembrò confermare la validità della formula e lo Stato padrone acquistò un peso crescente, fino a coprire una parte molto significativa dell’economia del Paese.

Finita però l’iniziale fase eroica caddero progressivamente tutti i presupposti: l’industria italiana si era rinforzata, lo Stato padrone sotto il profilo sociale non era migliore del privato, mentre le azienda pubbliche venivano progressivamente occupate da forze politico/sindacali che curavano più l’aumento dell’occupazione che l’efficienza. I risultati economici non rappresentarono più un controllo reale e la corruzione fu l’inevitabile conseguenza.

I bilanci andarono in rosso e la Unione Europea incominciò a premere per difendere sia la concorrenza che il bilancio statale. Venne così l’era delle privatizzazioni e, come spesso succede, il pendolo passò da un estremo all’altro; anche per fare cassa si cercò di privatizzare tutto, trascurando la discriminante fondamentale: cioè se si trattava di aziende che operavano in regime di concorrenza o che viceversa godevano di un monopolio naturale, cioè servivano il territorio con un’esclusiva automatica.

Nel primo caso infatti ben venga il privato che certo offre beni e servizi migliori perché è controllato dal mercato. Nel secondo caso invece, forte del monopolio naturale il privato non tende all’efficienza, ma solo a lucrare su di una rendita di posizione perché può scaricare sulla collettività tutti i maggiori costi: viene infatti legittimato a incassare un profitto ingiustificato che corrisponde a una vera e propria tassa. 

L’esempio delle autostrade è emblematico: al momento della privatizzazione lo Stato incassò una cifra significativa che aiutò a riequilibrare il bilancio; i privati però in pochi anni ricuperarono la cifra sborsata, ma continuarono ad addebitare alla collettività un extra onere che produceva margini ingiustificati. L’efficienza invece non migliorava e il crollo del ponte Morandi ne è la drammatica testimonianza.

Che fare? È chiaro che le aziende che operano in regime di monopolio naturale, perché prive del controllo del mercato, dovrebbero necessariamente essere pubbliche; ma il pubblico non sa gestirle per cui molti considerano il privato come il male minore.

Questa però è la principale contraddizione che origina l’attuale crisi economica; ritorniamo così al punto di partenza di tutti questi ragionamenti: il problema non potrà essere risolto senza identificare preventivamente un più avanzato meccanismo di gestione della struttura pubblica.

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