A Camogli: teatro‑danza sulla questione arabo‑israeliana. La recensione - Genova

Teatro Genova Lunedì 16 luglio 2018

A Camogli: teatro‑danza sulla questione arabo‑israeliana. La recensione

A. Boutros e H. Kogan in We Love Arabs
© M.G. Lenzini

Genova - Un divertissement articolato tra parola e movimento (più che danza,) corpo e voce o assenza di voce,  va in scena in We love Arabs di e con Hillel Kogan, della Batsheva Dance Company di Tel Aviv, e Adi Boutrous, a sua volta coreografo, danzatore e DJ di Tel Aviv. Ideato per avvicinare la questione spinosa del mancato dialogo, della mancata relazione, della scarsa conoscenza reciproca tra israeliani e arabi, lo spettacolo presentato da Drôles de Dames è in Italia per due sole date: nel cartellone (14 luglio) di InMare Festival, la stagione estiva del Teatro Sociale di Camogli (Genova) e il 15 luglio al Teatro Vascello di Roma.

L'autoironia, l'incertezza e l'imbarazzo su come affrontare l'alterità spaziale, identitaria e linguistica dà forma all'intera coreografia. Un incedere sincopato di parole e gesti, non facili da trovare/articolare, fa il paio con una mise en scene di due danzatori che, nella finzione coreografica, si incontrano per la prima volta e vanno in prova di fronte a un pubblico, ma come se il pubblico non ci fosse.

A condurre il gioco tra anime distanti per cultura, religione, storia l'israeliano Hillel Kogan. Il pretesto è indagare il concetto di identità nelle sue varie sfacettature a partire dal desiderio di poter abitare lo spazio di un'identità altra, ideologicamente opposta e distante com'è quella araba per un ebreo israeliano. Kogan allora si chiede: "Come fare per abitare quello spazio? Come entrarci? L'unica soluzione sarebbe trovare un danzatore arabo, ma dove e come?". Magicamente, si fa per dire, compare Adi Boutros in scena.

Identità coincide allora con movimento identico, movimento speculare, corpo e sua ombra spiega Kogan a Boutros. Identità tratta anche però di una dimensione religiosa, simbolica e politica. Ecco allora che si entra in un gioco di segni che crea un dialogo surreale:

Hillel: “Perché la gente non si confonda: Tu mi fai una stella ebraica e io disegno una, una, una cosa... In questo modo loro capiscono.”
Boutrous: “Cosa hai scritto sulla mia fronte?”
Hillel: "...quella cosa che c'è sulla moschea... quella specie di croissant.”
Boutrous: “Ah, ok... Ma io sono cristiano.”
Hillel: “Huh? Affronteremo questo problema in seguito.”

Identità è dunque anche dimensione individuale e biografica che Kogan sembra, a parole, voler rintracciare al di là della dimensione professionale e artistica. Chiede, quindi, a Boutros di danzare raccontando se stesso come persona e non come danzatore. Ma esattamente come nella questione del simbolo religioso, da applicare sul corpo di ognuno, c'è un vizio pregiudiziale che porta Kogan di nuovo in errore. Quando incalza Boutros sulla sua provenienza si configura un altro dialogo surreale: "Da quale villaggio provieni? com'è il paesaggio nel tuo villaggio" chiede Kogan. "Tel Aviv" risponde Boutros. "ok, ok, very good, very good".

Un'altra occasione mancata, un'altra scissione tra volontà, tra intento di indagine e incomprensione dei limiti a cui va incontro una ricerca mossa da un'istanza che legge la realtà attraverso lo stereotipo e da quello non si discosta. Oltre non sa andare. Difficile non sentire in questi dialoghi l'eco delle parole della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel suo The danger of a single story in cui descrive passaggi di conversazione molto simili, mentre la sua identità Nigeriana in America viene confusa con una generica identità tribale africana, di cui lei stessa non saprebbe identificare i tratti. Di come la sua identità linguistica venga vissuta come eccezionale, nell'ignoranza che regna intorno alla persistenza della lingua inglese come lingua ufficiale in Nigeria.

È nell'interruzione di ogni "prova" di Boutros che si concretizza in modo più evidente il non-dialogo, l'impossibilità di comprendere l'altro, il giudizio a priori che condiziona la relazione. Il genere comico abbraccia questo duetto ad ogni passo, ad ogni parola e tende a giustificare tutto. I due danzatori non arrivano mai però ad essere coppia, non entrano mai in una vera interazione armonica: Kogan parla e fa domande, Boutros esegue, risponde a monosillabi o dice no.

Non c'è scambio neppure quando si entra nel linguaggio dei corpi, nella danza: ad andare in scena è l'ingombrante concetto di dominio. Israele domina lo spazio arabo, lo dirige, lo condiziona, lo limita, lo impedsce. Il tentativo di incontro è così viziato da continue richieste e imposizioni che il danzatore arabo si limita ad eseguire a suo modo. E questo "suo modo" non è mai "abbastanza" giusto, mai "abbastanza" in linea con quello che chiede Kogan che pure prosegue nel suo progetto con un "ok, ok, very good, very good". Seppure non ci sia chiaramente niente che lo soddisfi realmente, che corrisponda a ciò che lui ha in mente.

Se la parola è goffa e menzognera, in un dialogo che è in realtà monologo, lo scarto tra linguaggio verbale e non verbale è palpabile. La distanza è corpo immobile e silenzio. Incolmabile la separazione. Il danzatore arabo, Adi Boutros, sta al "gioco", si concede con dignitosa accettazione, vagamente ostile, ma il suo esprimersi è trattenuto e costretto dalle indicazioni, dagli stop alla sua performance continui di Kogan. L'unica alternativa che resta a Boutros quando sollecitato a riprovare un pezzo, è il rifiuto. Una dichiarazione che Kogan ancora una volta non indaga, preso dalla sua indagine a prioristica. Per cui risponde con un ennesimo, impacciato "ok, ok, very good, very good". Identico - lui sì a se stesso però - tutte le volte in cui ciò che lui pensa, si aspetta, immagina, non coincide nell'altro.

Dialogo? Incontro? Confronto? Comunione? Condivisione? Si tratta di un tentativo, un abbozzo, un forzoso esperimento che, solo tecnicamente parlando, porta i due danzatori a condividere il palcoscenico, ma si rende manifesto che i loro mondi restano inricongiugibili. Il successo di questo spettacolo è in sala, là dove due comunità appunto quella araba e quella israeliana-ebraica, siano condotte a sedere l'una accanto all'altra e a osservarsi nei corpi, nelle parole, nei gesti e negli impacci di questi due danzatori. Ecco perché sul quotidiano francese Le Monde si scrive: “Quando persone completamente diverse tra loro, fans della danza o perfetti ignoranti, fanno code interminabili per vedere lo stesso spettacolo coreografico, questo non è un successo ma un grande evento. We love Arabs ha vinto un terno al lotto”.

In scena però non si cancella l'idea della prova e dunque l'ipocrisia e la forzatura di un dialogo che non può accadere a meno che non sia motivato da entrambi le parti, lo squilibrio è concettuale e dà forma all'intera coreografia ma trova un costume, una maschera facile nel gioco comico irrisolto. Non si dichiara niente, ci si domanda come. Non si arriva a un happy ending seppure si forza una forma che lo evoca.

Si offre nella sua forma "incompiuta" la realtà troppo ingombra di tabù e vizi di forma per trovare uno spiraglio di frequentazione. Si forza un "portone" chiuso e nel forzarlo si prova a indicare un percorso umano, per quanto esercitato in forma monodirezionale, in modo paternalistico e dall'alto di uno sguardo che trasuda potere a gerarchia.

Sarà il rito dell'hummus a consumare l'ennesima "prova" coercitiva volta a scardinare assunti e pregiudizi: prima sul palco in una danza prestata a sviluppare un'altra idea intorno alla responsabilità e cura dell'altro (dall'etica di Levinas?). Poi in sala coinvolgendo gli spettatori. Sul palcoscenico i danzatori a turno si portano in spalla, in un ipotetico cammino di salvezza, in cui i corpi si traghettano vicendevolmente al di là del cerchio che li costringe a vivere nella divisione. Ma è ancora una finzione, tutto è guidato, forzato "lasciati andare, non aiutarmi, sii naturale" imposto da Kogan. In platea il rito dell'hummus assume le sembianze di un rito religioso (come d'altra parte accade per gran parte delle regole alimentari ebraiche) finendo per evocare anche l'ostia e il rito cristiano della comunione con Kogan che distribuisce pane arabo e hummus direttamente nelle bocche degli spettatori.

Un accavallarsi di concetti contradditori e in parte incoerenti si affastellano cozzando tra loro sostenuti con certa pre-potenza dal congenio della struttura autoironica che tutto "informa". Resta acceso un certo disagio, resta aperta la porta di un'ironia che paradossalmente non fa quello che dice, perché come una doppia negazione finisce per affermare l'evidenza di una realtà ancora inconfutabile tra chi domina e chi è dominato persino in danza - almeno per il momento.


14 luglio 2018 - ore 21
Teatro Sociale di Camogli

We Love Arabs

testo e coreografia Hillel Kogan
interpreti Hillel Kogan e Adi Boutrous
produzione Drôles de Dames  

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