Aldo Moro, la figlia Agnese e l'incontro con gli studenti del Liceo Fermi - Genova

Attualità Genova Lunedì 29 gennaio 2018

Aldo Moro, la figlia Agnese e l'incontro con gli studenti del Liceo Fermi

© Giusy Randazzo

Genova - È il 16 marzo 1978, Aldo Moro viene rapito con un agguato in via Fani in cui rimangono uccisi i cinque uomini della sua scorta. Dopo 55 giorni di prigionia e un grottesco processo istituto dal fantomatico “tribunale del popolo”, Aldo Moro verrà ucciso dalle Brigate Rosse. Il 9 maggio il suo corpo sarà ritrovato in una Renault 4, in via Caetani. Sono passati quasi quarant’anni da quei tragici eventi, ma Aldo Moro c’è ancora. Venerdì 26 gennaio era con noi al Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Genova, dove sua figlia Agnese ha incontrato gli studenti, grazie al Dirigente scolastico Michele Lattarulo che ha reso possibile l’evento. Adriano Mazzucchelli, docente di Filosofia e storia, ha moderato la conferenza.

Il Dirigente ha sottolineato la significatività dell’incontro per gli studenti del Fermi che hanno avuto la possibilità di “vivere” una parte rilevante della nostra storia anche con l’aiuto dei professori Eleonora Guasconi e Guido Levi, dell’Università di Genova, che hanno inquadrato il ruolo di Aldo Moro sia a livello internazionale sia nazionale, anticipando l’intervento di Agnese che ha dapprima voluto ringraziare proprio gli studenti.

«Un ringraziamento a voi che con pazienza ascoltate cose così lontane, così remote e apparentemente così distanti dal vostro tempo. […] La storia che studiate a scuola […] siamo noi che la facciamo. Ognuno di noi […]. In realtà tutto dipende da ognuno di noi».

E di Aldo Moro abbiamo sentito lo spirito costituzionale, la dignità di uomo di Stato e di padre di famiglia, la perseveranza e il coraggio, il senso di responsabilità e il desiderio di esserci per quel popolo costituito da ogni persona –indipendentemente dal ruolo o dall’orientamento politico- che considerava il suo vero e unico interlocutore.

«La democrazia è la forza delle parole, la possibilità di dire, di ascoltare, di cambiare le cose convincendo […]. Perché quelli non sono i sudditi, quelli sono i padroni di casa di questo Paese […]. La democrazia è il contrario dell’imbonimento delle masse […]. C’è un lavoro di vicinanza, di spiegazione capillare, posto per posto, in cui le persone partecipano alle scelte politiche. Questo è il difficile cammino della democrazia».

Agnese ci ha fatto anche sorridere, perché ci ha permesso di conoscere un Aldo Moro privato di cui non sapevamo. «Un tizio un po’ strano» che non sapeva cambiare una lampadina; che aveva imparato da poco a fare il caffè «non quello che si fa con la macchinetta, ma quello solubile, scaldando l’acqua e mettendola nella tazza. Si stava ponendo l’obiettivo dell’uovo al tegamino e di imparare a stirare ma non c’è arrivato»; un secchione con una pagella di licenza liceale piena di otto, di nove e di dieci; che andava in spiaggia vestito di tutto punto perché «se tu rappresenti gli italiani, gli italiani hanno diritto di essere rappresentati con la massima dignità possibile». Ma questo tizio un po’ strano, amava i giovani, e li considerava «il meglio di noi». Un uomo così… -  come lo definisce nel titolo del suo libro (Un uomo così. Ricordando mio padre, BUR Rizzoli, Milano 2011) – assieme al comitato dei Settantacinque, nominato per redigere la Costituzione, ha tradotto le speranze della gente comune «in un linguaggio istituzionale, politico, giuridico, che parla di libertà, di pace, di liberazione, del valore umano delle persone, della giustizia, scegliendo una strada che è quella della democrazia, che non è quella della violenza».

Un uomo che è stato sì rapito dalle Brigate Rosse ma che è stato anche abbandonato al suo destino perché «nulla di serio fu fatto per salvarlo».

Gli studenti del Fermi hanno ascoltato con serietà, profondo rispetto, ammirazione, partecipando intensamente al dibattito successivo agli interventi dei professori e di Agnese Moro. I ragazzi si sono domandati più volte come Agnese sia riuscita a intraprendere il percorso di riconciliazione con gli ex appartenenti alla lotta armata, come sia riuscita a perdonare.

E lei ha spiegato: «Quando ti rendi conto che restare immobile in quei pensieri, alla fine diventa un pericolo perché quel male lo fai andare avanti, permetti che colpisca altre persone […], diventa vitale fare qualcosa, perché qui è tutta una lotta tra morte e vita». Si è chiesta come potesse fermare questa catena, che cosa potesse fare: «Posso soltanto dire “Basta!”. È una scelta. Ho scelto di lasciare quei sentimenti di odio e di rancore da parte».

L’interrogativo finale di Agnese –ripetuto più volte- ha scosso la platea e ci ha condotto a una riflessione ulteriore e ci ha fatto comprendere. Questa volta siamo stati dalla parte della figlia. Abbiamo visto dalla sua prospettiva.

«[Mio padre] Ha fatto bene o ha fatto male a spendere ogni minuto della sua vita per questo Paese? Ha fatto bene a esporsi?[…] Ha fatto bene o ha fatto male? Si deve spendere la propria vita anche quando è rischioso o la si deve conservare? Non ho una risposta. […]Ha fatto quello che desiderava, perché comunque, per lui, questa idea di un cammino dell’umanità che migliora, che va avanti, era una passione. Lui ha seguito la passione. Anche se era un tizio in giacca e cravatta, un po’ strano, un po’ buffo, in realtà la passione ha guidato la sua vita. Ha fatto bene o ha fatto male? Sinceramente non lo so. Però lui c’è. E tante persone mi parlano di lui come di un punto di riferimento, di una speranza che non tutto deve andare perduto necessariamente. Certo, per me era mio padre».

Roberto Peccenini, Dirigente Tecnico dell’USR per la Liguria, ha concluso i lavori dicendosi «mosso dentro» per l’intensità dell’incontro. Ha voluto ribadire che il saluto che è stato incaricato di portare da parte del Direttore Generale dell’USR per la Liguria, il Dott. Ernesto Pellecchia, non è soltanto una questione formale, ma una sottolineatura del fatto che la testimonianza viva di eventi tragici della nostra storia recente ci consente di cogliere il senso vero della storia, il suo aspetto tridimensionale. «Il 27 gennaio è il giorno della memoria della Shoà e il 9 maggio, non a caso, è stato indicato come giorno della memoria delle vittime del terrorismo. Queste date, a seguito di provvedimenti legislativi, sono state indicate come delle pietre miliari per coltivare il ricordo, però sta a noi mantenerlo vivo. Queste date sono un appello alla nostra coscienza per vivere con la massima autenticità, con il massimo impegno possibile le sfide del presente che gravano su ciascuno di noi», ha concluso Roberto Peccenini.

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