Genova Mercoledì 29 novembre 2017

Trekking al Forte Diamante. Insieme a Bruno Morchio, con Un piede in due scarpe, il suo ultimo romanzo

Bruno Morchio
© Gianni Ansaldi - https://www.facebook.com/bruno.morchio

Genova - Volevo fare con Bruno Morchio, il nostro giallista genovese per eccellenza, una chiacchierata sulla sua città - così come esce fuori dall'ultimo romanzo Un piede in due scarpe, (Rizzoli, pg. 290, euro 18,00). L'idea mi è venuta per una ghiotta passeggiata che lo psicologo protagonista Paolo Luzi, un tipo un po' depresso, fa fino al Forte Diamante con la bella e sfrontata Marchesa Brignole Sale. Galeotta fu la passeggiata e non il libro, Dante Alighieri mi permetta.

Ma oggi Bruno è a letto con un febbrone inverosimile e allora eccomi qui a scrivere senza interloquire con lui. Lo spunto del mercoledì deve uscire, non sa cos'è l'influenza. Se volete seguitemi lo stesso in quest'intervista immaginaria. Speriamo non se ne abbia a male. È un caro amico, è stato anche il mio testimone di nozze, lo conosco abbastanza per fargli questo scherzo.

Quindi tutte le cose che dirò su di lui non sono necessariamente vere. Mi perdonerà. Ecco il brano del romanzo dal quale parte questa chiacchierata, però per scoprire l'itinerario completo che il protagonista fa per raggiungere il Forte Diamante, dovete comprare il libro: Si dettero appuntamento per le dieci al Righi, al capolinea della funicolare. La Marchesa arrivò con cinque minuti di ritardo. (…) La luce esplodeva sulle case e sui rami nudi degli alberi (…) Si strinsero le mani come due vecchi amici e presero a salire lungo la strada asfaltata del parco del Peralto. Superato il ponte di legno che immette nell'area dell'antico forte di Righi, costeggiarono le mura in una zona d'ombra dove l'aria umida e pungente del mattino li fece rabbrividire. (…) Avevano raggiunto i bastioni del forte. Si voltarono e lanciarono un'occhiata in basso, verso la valle. La città sembrava lontana ...

Bruno, perché questa gita fin sul Diamante con la bella Marchesa?

Perché, citando Italo Calvino e il suo Barone Rampante, dall'alto le cose si vedono e capiscono meglio. Genova ha questo di magico, la puoi allontanare, lassù non te la senti più addosso.

Anche Antonio Tabucchi racconta questa stessa emozione, quando il protagonista nel Filo dell'orizzonte (1986), prende la funicolare del Righi: si ha quasi l’impressione che l’ascensore non si fermerà più, la forza di gravità pare una legge assurda e la città un giocattolo dal quale è un sollievo disabituarsi. Un sollievo disabituarsi, è per questo che lassù Paolo si sente più leggero, e la Marchesa pure? Infatti cominciano a lasciarsi andare, preludendo a futuri incontri amorosi. Inoltre, camminando sulle alture mettono insieme dati preziosi per scoprire l'assassino.

Infatti, non c'è posto migliore per riflettere, per sentirsi in sintonia con se stessi, per raccogliere gli indizi e cercare una soluzione. Lassù, da dove si domina la città e il suo mare, riesci a essere lucido, questo non te lo permette l'intrico dei vicoli o il groviglio delle strade della città nuova. Dove ti perdi in mille sollecitazioni. È proprio così, sulle alture, la città diventa un giocattolo dal quale è un sollievo disabituarsi. Non è così solo per Paolo Luzi, ma anche per me. Basta farci caso, basta scegliere di trascorrere un po' di tempo sulle montagne del nostro Appennino o delle nostre Alpi liguri e guardare il mondo da lassù.

Non a caso il nostro psicologo protagonista ha anche scelto di vivere tutto solo in salita a Porta delle Chiappe, in una vecchia casa di famiglia a due passi dal Righi.

Dove lo va a trovare spesso suo padre, un gran donnaiolo, mentre lui sono dieci anni che non ha una relazione, insomma è casto e puro. Anche se ora la Marchesa gli dà la caccia. Papà gli cucina le verdure fresche dell'orto e gli fa bere qualche bicchiere di vino. È preoccupato per questo figlio depresso e solo.

Io ora sono tornato a vivere in centro storico, lo amo profondamente, ne parlo anche nel romanzo. Però a volte sogno la pace che mi darebbe vivere in cima a una crosa che si perde nel nulla. Che s'innalza verso l'ubago, il lato scuro del monte. È un desiderio che tengo stretto. Chissà se prima o poi.

Per andare al lavoro nel centro storico Luzi scende giù inforcando crose, come salita San Niccolò e salita san Bartolomeo del Carmine.

Benché sia nato e cresciuto in questa città, le crose non finiscono mai di emozionarmi. Penso ad una in particolare, Salita Bachernia. Se scendi di lì, nella prima parte i vecchi muri ti proteggono ai lati e ti nascondono la vista. Poi tutt'a un tratto dopo una leggera curva, ti si apre lo spettacolo che è questa città, ti si regala tutta, senza pudori.

Paolo Luzi un pochino ti assomiglia, ma tu non sei un gran camminatore, vero? Almeno non sono mai riuscita a trascinarti nei miei trekking.

Negli ultimi anni un po' mi sono impigrito, ma Paolo Luzi ha 35 anni, io qualcuno di più. Lo sai che facevo le maratone un tempo? Che andavo a correre al parco del Peralto? Che a Ovada avevo un cavallo che si chiamava Fiorello?

Sì lo so, è ora ti sei anche comprato una bella bici elettrica, però una passeggiata al forte diamante come Paolo e la Marchesa mai, vero? Troppo da scarpinare?

Lo sai, no? In 13 anni ho pubblicato ben 14 romanzi, in più lavoro anche come psicologo dell'Asl. Seconde te, dove lo trovo il tempo di camminare? Sono sempre seduto a scrivere. Poi quando escono i miei libri, giro come una trottola per l'Italia. E a volte vado anche all'estero.

Ma non rinuncio mai a una buona cena in compagnia degli amici più cari. Non sarò mai venuto a far trekking con te, ma quante volte siamo andati insieme a rimpinzarci al Carmine, alla Cornabuggia?

Grazie Bruno, dopo tutte le volte che ti ho intervistato e che ho presentato i tuoi libri, fin dal primo, ormai posso anche farti delle domande e rispondermi da sola. Non ti arrabbiare. Che dicembre è un bel mese. Ci sono le feste. Auguri amico caro e fai andare via quel febbrone. Che dobbiamo brindare a qualcosa di speciale quest'anno.

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