Teatro Genova Teatro Comunale di Sori Mercoledì 10 maggio 2017

Atlante del Gran Kan: autobiografie di una città, Sori‑Iros

Venerdì 12 maggio, ore 19, al Teatro Comunale di Sori (via Combattenti Alleati; tel. 0185 700681) la prima nazionale dello spettacolo Sori-Iros. Venerdì 26 e sabato 27 maggio, ore 20.30, al Teatro Garibaldi di Enna (piazza Umberto I; tel. 0935 40540/40539, lo spettacolo Enna- Anen.

Genova - Quest'anno, proprio come l'anno scorso, il presupposto è «riconnettere una comunità. Ridare spazio e tempo. Creare incontro», afferma Gian Luca Favetto, giornalista, scrittore e ideatore, insieme a Sergio Maifredi di Teatro Pubblico Ligure, di un progetto collettivo tra letteratura, teatro, narrazione e rappresentazione su e intorno a Sori.

Favetto e Maifredi sono partiti da Le città invisibili di Italo Calvino: «Le città sono le persone che le abitano, le vivono, le attraversano e le frequentano. Uomini, donne, bambini e vecchi». Prendendo le mosse dal percorso già svolto in collaborazione con gli Agitatori Culturali Irrequieti e i cittadini soresi, Gian Luca Favetto ha fatto un passo avanti, «oltre alla rappresentazione teatrale, insieme a una comunità che si mette in gioco con l'intento della condivisione». Si intitola Atlante del Gran Kan. Autobiografie di una città l'evoluzione del progetto e accade quasi in contemporanea in due diverse città: Sori-Iros (venerdì 12 maggio 2017, ore 19) e Enna-Anen (26-27 maggio 2017, ore 20.30).

Cosa nascondono gli anagrammi Iros e Anen? «La città visibile è un monumento, una strada. La mia città invisibile sono le storie, che sostituiscono strade, ponti, piazze. La città dunque non è più Sori. Iros è la città delle persone. Così si concretizza il mio passaggio su Calvino. Esiste una Iros, che è un ritratto mio. E una Anen: riscrittura di Enna. Io sono ancora Marco Polo, lo straniero che racconta al Kublai Khan di città vere e immaginarie».

Sia a Sori che a Enna, la raccolta di testimonianze è facilitata per Favetto da un'associazione locale: a Sori, spetta agli Agitatori Culturali Irrequieti Gian dei Brughi chiamare a raccolta varie figure della città. A Enna il progetto è stato realizzato in collaborazione con la Compagnia dell'Arpa. «Queste associazioni permettono di entrare rapidamente a contatto con gli abitanti. Loro pensano di farti incontrare persone significative, esperti di aspetti storici, appassionati o soggetti caratterizzati da qualche altra particolarità. Accanto a questi, però, si incontrano altri. Ed è solo un Marco Polo, un estraneo, con il suo sguardo di straniero che può vederli e interessarsi a loro. Così si scoprono persone della città che gli altri pensavano di conoscere perfettamente, ma di cui in verità non sanno niente».

Attraverso Marco Polo-Favetto ci si incontra una seconda volta, si aggiusta lo sguardo, ci si ri-conosce, così magari si vede davvero anche chi a lungo si è percepito con tanta familiarità da non vederlo/a neanche più. Tra i protagonisti «bambini di 12/14 anni, anziani di 80 anni, pensionati, disoccupati, sono tutti abitanti di una grande comunità. C'è un inglese a Enna. C'è una ragazza della Costa Rica a Sori». Il progetto sta maturando i primi esiti: «Dopo l'anno scorso, le persone hanno cominciato a chiamarsi con i nomi delle città invisibili e ad andare a cena insieme».

Come avviene la raccolta di vicende e narrazioni personali? «Sono andato a Sori in varie occasioni: a gennaio, febbraio, marzo. Il mio lavoro è ascoltare. Ogni volta raccolgo una decina di singole vicende, in un rapporto intimo, uno a uno. Poi, quando torno, gliele restituisco. Una buona percentuale ha le lacrime agli occhi. Funziona così: chiedo loro storie, le lavoro, gliele restituisco in 45 righe, gliele leggo e, se non ci sono cambiamenti, sono pronte perché le leggano loro, all'interno della comunità. Dico comunità perché nella lettura si rivolgeranno non solo a chi è chiamato sul palco, ma a tutti coloro che partecipano al progetto. Ci vediamo nel foyer per un aperitivo, poi io attraverso le storie: sono 28 quelle di Sori. C'è un primo e un secondo tempo. A metà un altro momento comune, si mangia insieme, non so ancora se trofie al pesto o altro. Poi la musica ci richiama in scena (musiche di Augusto Forin, ndr)». L'appuntamento è al Teatro Comunale di Sori venerdì 12 maggio, ore 19.

Sono stati necessari molti cambiamenti? Ci sono state richieste di rivedere o ritrattare la storia raccontata? «Ci sono state piccole correzioni, per far sentire a proprio agio nel momento della restituzione. Chi è venuto a dire a me cose segrete di sé non può essere lasciato solo. Perché quando li ascolto loro non mi dicono cosa hanno fatto, cioè dicono anche questo, ma le azioni servono sempre a dire se stessi. Per esempio ci sono state persone anziane che hanno detto cose molte dure. Oppure chi ha offerto una riflessione negativa su un'esperienza di vita importante come essere padre. In tutti i casi siamo sempre riusciti a tenere le storie nella loro verità, si tratta sempre di piccoli aggiustamenti. Perché l'idea di fondo non è quella di autorappresentarsi, né certamente di sottoporsi a una seduta psicanalitica. È importante sentirsi a proprio agio per poter lasciare il proprio messaggio alla comunità. Il mio compito è farti stare nelle parole che sei».

Cosa cambia tra Sori e Enna? Ci sono differenze? «Solo due. Piccole. La prima è che a Sori siamo partiti già l'anno scorso e quindi abbiamo già lavorato su Le città invisibili. Allora, io sono il viaggiatore, non più Marco Polo, e pesco molto dai miei libri di viaggio. Sori è stato un campo di sperimentazione. A Enna, invece, mantengo la struttura calviniana: c'è il narratore Marco Polo e Kublai Kan il lettore, colui che accoglie e ospita, colui che ha potere, il potere di chi legge e da in cambio cibo e ospitalità. La seconda variante è che cambiano le storie perché cambiano le persone. Anche a Enna comunque si fa tesoro, diciamo che si tengono dei ruderi da Le Città invisibili - Sergio (Maifredi, ndr) ne leggerà qualche passaggio».

Più che di differenze, Favetto crede nelle tante forme di vicinanza o affinità che riscontra raccogliendo storie che poi sono «sentimenti e non emozioni». In che senso? «Un'emozione è un colpo di scena, è un lampo. Invece il sentimento è una storia e una persona. Così costruisco la drammaturgia: metto insieme a mosaico le narrazioni individuali. Ogni storia è una mappa di quella città, non si tratta quindi di un'autobiografia, ma di una pluralità di biografie. Sono importanti le diversità, ma al fondo sono più le cose che uniscono che quelle che dividono. E non lo dico per buonismo, mi baso sull'esperienza. Ho lavorato su una sessantina di storie, alcune perse per strada. Le storie, come diceva Todorov, sono sempre otto trame. Ci sono alcune cose come la morte o lasciare i propri cari che annullano la differenza. Poi ci sono i dialetti che fanno suonare le cose in modo diverso. Io prendo appunti solo a mano, lascio a ciascuno particolarità e scarti: chi usa tanti avverbi, chi dice cioè, chi usa il dialetto. Quando ci si mette in mano alle parole arriva la bellezza dell'essere, che mostra più affinità che differenza. Sono cittadini della felicità, della fuga, della diaspora. Mi stanno occupando molto queste storie».

Come si gestisce l'emozione dell'incontro con queste tante voci? «Per un attimo il lavoro del professionista svanisce e ci si commuove: non che io pianga, intendo dire che ci si muove insieme a chi parla. Ho provato tanta felicità. Loro mi danno una cosa che io restituisco loro e, mentre la dicono, il rapporto è ancora tra loro e me. Tant'è vero che durante le prove guardano me, poi piano piano si riappropriano della loro storia e vanno avanti da soli, volgendo lo sguardo altrove».

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