Genova Mercoledì 29 marzo 2017

Gli italiani non si dicono neanche più ciao, mi racconta Rachid

Genova - «Buongiorno», mi dice sorridente con un'aria un po' dispiaciuta perché entrando nel suo negozio di frutta e verdura ai Macelli di Soziglia, nel centro storico di Genova, non l'ho salutato.

Sono di fretta, ho amiche a cena, e sono in ritardo, ma non voglio rinunciare ad una bella insalatina fresca. Lui è arabo, o così mi pare. Si chiama Rachid, come sta scritto sul cartello.

Arriva il mio turno, con dedizione toglie le prime foglie di insalata prima di mettere il cespo sulla bilancia. Fa lo stesso gesto con i carciofi che pulisce con attenzione, così come con due finocchi. Mai visto niente di simile, sottrarre peso e quindi introito per lui, oltre che togliere le parti superflue per il cliente. Lo guardo stranita mentre lavora con calma e la mia fretta svanisce.

Arriva una signora, palpa un pomodoro, lui le dice di aspettare che ora la serve. C'è un cartello grande come una casa dov'è c'è scritto si prega di non toccare la merce. Ma lei se ne va scocciata senza profferir parola. E così si perde una cliente che pare avere una fretta mai vista.

Ma perché abbiamo tutti premura?

Pago e sto per andarmene, però la mia curiosità per il mondo mi blocca: «Di dove sei originario?»

«Sono un marocchino vero, cioè berbero (I Berberi o, nella loro stessa lingua, Imazighen (al singolare Amazigh), che significherebbe in origine "uomini liberi", sono le popolazioni autoctone di quei territori nord-africani conosciuti con la denominazione di Tamazgha, corrispondente agli odierni stati di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia. Fonte: wikipedia n.d.r.

Mi viene in mente la bellissima berbera Marika, con cui avevo collaborato per una trasmissione per la televisione di Stato tedesca, La ZDF, una parigina trasferita a Colonia, una bellissima persona.

«Ma perché non apri un ristorante? Ce ne sono così pochi marocchini. Poi la cucina berbera è proprio buona», propongo a Rachid.

«Perché non voglio rimanere in Italia, entro 5 anni voglio tornare a casa. Mi mancano le mie radici», mi spiega in un italiano impeccabile.

«Che peccato! Ma perché?»

«Da quando c'è la crisi in Italia siete tutti diventati tristi. Mi piange il cuore vedere un bambino che vuole le fragole, ma i genitori non possono comprarle. Le persone non comprano più il basilico, non fanno più il pesto come una volta. E preparano un grande pranzo solo a Natale e Pasqua. Una volta quando i genovesi ti diventavano amici, erano dei gran chiacchieroni, ora parlano tutti a monosillabi»

«A me piace essere gentile con il cliente, sorridere, fare quattro chiacchiere prima di pulire le verdure con cura – continua Rachid - fare qualche battuta, poi accompagnarlo fuori dalla porta con i sacchetti. Il bello del mio lavoro è tutto qui».

Esce dal negozio, mentre un giovane uomo un po' scocciato sta aspettando di essere servito. Rachid se la prende con comodo per mostrarmi i passanti nel vicolo: «Guarda la faccia della gente, dimmi se c'è qualcuno che sorride». Capisco bene quello che dice, sono anni che la penso così anche io. Girando per il mondo, in Europa come altrove, le persone sembrano più felici di noi italiani, ti chiedono scusa se ti pestano un piede, non ti strattonano per strada, ti sorridono se ti incontrano in ascensore.

«E poi dimmi, nessuno ti dice più ciao – e qui Rachid mi fa sentire giustamente in colpa di non averlo salutato entrando - Nel vicolo fino a qualche anno fa non facevo altro che sentire gente che si urlava ciao. Ora sono tutti silenziosi e arrabbiati».

Gli chiedo se gli posso fare una fotografia e me ne vado via con la coda tra le gambe.

Il giorno dopo vado a fare ginnastica, con noi una signora tedesca che vive da anni in Italia. Le chiedo conferma, secondo te Rachid ha ragione? «Direi di sì, dal 2008 in poi questo Paese è cambiato molto. Gli italiani non sono più gli stessi, erano conosciuti in tutto il mondo per essere bonari e perché sapevano godersi la vita, buon cibo, belle città, il sole che scalda. Noi tedeschi quando pensavamo all'Italia, ci veniva in mente sempre un popolo allegro. Ora non è più così. I motivi li sappiamo, tanti disoccupati, soprattutto tra i giovani che non trovano lavoro. E poi anche chi ha un lavoro non è contento. I professori, ad esempio, che hanno in mano le menti del futuro, si sentono umiliati da stipendi bassi e da una serie di regole noiose». Sapevo che Brigitte mi avrebbe risposto così, ma volevo una conferma.

Che dire? Tiriamoci su di morale, che il Paese siamo noi, il cambiamento deve partire da ogni individuo. Cominciamo a sorriderci per strada soprattutto se ci conosciamo, a chiedere scusa se pestiamo il piede di qualcuno, a lasciare il posto sull'autobus a chi è meno forte di noi. Smettiamola di vederci tutti nemici l'uno contro l'altro armati. E torniamo a dirci ciao ad alta voce. Si cambia rotta anche partendo dalle piccole cose.

CIAO A TUTTI, dai proviamoci.

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