Teatro Genova Teatro Carlo Felice Mercoledì 29 marzo 2017

Il Carlo Felice è donna

Teatro Carlo Felice

Genova - Chi è il pubblico del Teatro Carlo Felice? Probabilmente un profilo di massima è facilmente rintracciabile verificando i dati degli abbonati, ma il sovrintendente Maurizio Roi voleva saperne di più e verificare, oltre a chi a teatro va, un potenziale bacino verso cui reindirizzare l'offerta. Per questo ha chiesto la collaborazione del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Genova per una valutazione statistica sul pubblico dell'ente lirico genovese.

A raccontare i risultati ottenuti dai dati raccolti attraverso un duplice sondaggio, l'ordinario Gian Marco Ugolini insieme al suo gruppo di ricerca, capitanato da Stefano Bonabello e affiancato, come prosegue lo stesso Ugolini, «da alcune dottoresse che ci hanno dato una mano per una ricerca svolta in due fasi. La prima mirata a testare il grado di soddisfazione del pubblico attuale. La seconda tesa a comprendere la situazione in base a due categorie precise i lavoratori all'interno del Comune e dell'Università e gli studenti universitari e capire chi va e chi no a teatro. Da un lato l'ottica è quella del customer care dall'altra, permettetemi l'espressione, è la caccia al cliente».

Il pubblico in sala è stato interpellato tramite «questionari cartacei, andando a costituire un primo gruppo, o cluster, di 1155 rispondenti. Il secondo cluster, costituito da dipendenti comunali e dell'Università 987 persone e da studenti universitari, 1120, è stato analizzato tramite interviste via computer (modalità CAWI - Computer Assisted Web Interviewing), rese possibili tramite l'utilizzo degli indirizzari di posta elettronica».

Il profilo tracciato dall'indagine rispetto al cliente tipo corrisponde al seguente profilo: donna, in pensione, over 65, viene dalla provincia, ha un alto livello di istruzione, si reca a teatro accompagnata dal coniuge e si tiene informata sulla programmazione grazie al sito internet del teatro. Ugolini ricorda che ogni elemento caratterizzante o dato parzialmente negativo può diventare «un punto d'attacco. Per esempio questa informazione sul fatto che il pubblico venga da fuori, va associata a un altro dato emerso, che viene non da sola o in autonomia, ma grazie ad alcune associazioni. Quindi il teatro deve appoggiarsi ad aggregatori, per esempio i Cral o i Dopolavoro».

Oltre il 55% del pubblico del teatro d'opera è abbonato, «uno zoccolo duro importante - commenta Ugolini - all'interno di questo valore il 43% è abbonato da poco (entro gli ultimi 10 anni) mentre il 45 % lo è da oltre 10 anni. Il che significa che il teatro ha continuato ad acquisire abbonati. Questo rispecchia un'elevata fidelizzazione». E chi non è abbonato cosa racconta di sé? Una larga parte sostiene di preferire una scelta su singoli spettacoli, «questo parla di un elemento di flessibilità dell'offerta di cui potrebbe tenere conto il teatro nella sua programmazione».

A proposito del trattamento, come afferma Ugolini «il teatro coccola i suoi spettatori, dal prima, al durante, al dopo. Dalla biglietteria alla comunicazione, il prima, durante, comfort sale e sovratitoli e per il dopo: l'accoglienza, guardaroba e bar. Si parla di un publico quindi che è fedele e soddisfatto». Sono sia Ugolini che Roi a anticipare il possibile commento ma allora è come dire che non c'è niente da fare. Chiedendolo al pubblico e offrendo loro già una serie di opzioni chiuse si è ottenuto un 43% che chiede una programmazione più varia, un 38% favorevole a più offerte scontate e un 33% in favore di più convenzioni con altre istituzioni.

I dati raccolti sul pubblico potenziale, ovvero lavoratori e studenti universitari, parebbero promettenti: l'86% dei lavoratori e il 75% risponde di essere stato almeno una volta al Carlo Felice. L'esito arriva in risposta a una domanda molto ampia: È mai stato al Teatro Carlo Felice?

Tra l'86% dei lavoratori solo il 3% risulta abbonato, «un dato non positivo - commenta Ugolini - che diventa un'opportunità di miglioramento su persone che conoscono il teatro e quindi possono essere, per così dire, agganciate. I lavoratori hanno generalmente un grado di istruzione alto, più del 40 % ha una laurea o titolo superiore. Solo un 3% anche tra gli studenti risulta in possesso di abbonamento» e anche in questo caso varrebbe la pena di saperne di più, per esempio: non è che gli è stato regalato?

Ancora dati promettenti quando si indaga sulle attività del tempo libero e la musica, tra cui anche la classica (ma in percentuale?), si attesta al primo posto tra gli studenti universitari, mentre è la lettura l'attività preferita dai lavoratori. Un altro quesito puntava lo sguardo sulla partecipazione agli eventi e anche qui i valori sono alti rispetto alla funzione attiva di entrambi le categorie che pare frequentino varie realtà, tanto è vero che parrebbe cadere quella annosa contrapposizione tra pubblici: quelli del teatro d'opera versus quelli del teatro di prosa. «Il 70% dei lavoratori e il 56% degli studenti universitari intervistati - aggiunge Ugolini - frequentano i teatri cittadini per eventi musicali e non».

«Chi viene a teatro - sintetizza Maurizio Roi - è contento e appaggato. Con il pubblico attuale, però, lo dico chiaro, il teatro d'opera chiude. Questo pubblico va certo curato con titoli meno popolari, per esempio come Maria Stuarda o il Falstaff di Ronconi. Ma per quanto possibile, occorre andare a conoscere chi non viene a teatro».

Nel suo mandato il sovrintendente ha finora puntato su due aspetti: «Abbiamo fatto un lavoro a tappeto - conclude Roi - di creazione di comunità attraverso la costruzione di una rete di relazioni con altri operatori e sul territorio e una legata alla scontistica (Card di Natale, card Verdi, card Erasmus). Ora però va fatto un lavoro più mirato di comunicazione e sull'offerta culturale della città. C'è un pubblico saltuario, quello giovane, che ci interessa. A loro dobbiamo aprire le porte perché si venga per più eventi. Va anche avviata una politica di education, visto che 1900 presenze le otteniamo nelle repliche per le scuole. Il terzo punto su cui lavorare è il territorio. Andare ad Ameglia risponde alla politica di decentramento della Regione Liguria, diventa però anche un'occasione per farci conoscere. Abbiamo una responsabilità verso la nostra regione e anche verso un bacino potenziale enorme: il basso Piemonte e la Lombardia. Quindi ha senso concentrare la promozione su titoli più popolari, ma anche costruire momenti iconici, per esempio lavorando a produzioni simbolo come è il caso di Elisir d'amore con le scene di Lele Luzzati».

E sull'aspetto educativo e formativo Roi incalza: «Tra i tanti parametri del ministero che dovrebbe essere obbligatorio rispettare ci dovrebbe essere l'opera per le scuole elementari e, d'altra parte, quello di produrre opere nuove. Ormai ne scrivono molte di più in America che qui da noi. Abbiamo una cultura d'élite e snobista che si beffa dell'amatoriale, mentre in Germania proliferano le compagnie di gente comune che passa il tempo su strumenti vari e poi riempie i teatri».

Tirando le somme sull'indagine Ugolini afferma: «C'è un pubblico che va a vedere poco, ma tutto. Il fatto che questo teatro lirico sia una meta culturale simbolica è significativo. Solo il 7% decide per scelta di non venire qui sul totale. Sarebbe interessante fare un'indagine sul pubblico del teatro di prosa».

Spetta al sovrintendente però ricordare posizione e ruolo dell'ente lirico in città: «Il Carlo Felice è croce e delizia per questa città. Croce perché ricorda quotidianamente una grande ambizione di venticinque anni fa. Oggi da qui passano circa trecentomila persone l'anno su una popolazione di 600mila. Non bisogna scordarsi però che lo stesso Verdi, che abitava in via Fieschi, negli anni d'oro dell'opera italiana non ha mai debuttato con una sua opera a Genova, questa è una città del teatro di parola».

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