Genova Mercoledì 22 marzo 2017

Genova ricorda Tenco con un grande concerto

Davide Van De Sfroos che canta Luigi Tenco alla Sala Chiamata del Porto
© Carlo Besana
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Genova - Chissà cosa avrebbe detto fatto cantato Luigi Tenco non fosse morto alla vigilia di quel fatidico anno, il 1968, che avrebbe cambiato il mondo, almeno per un po'. Sono cinquanta anni che quel tragico colpo di pistola alla testa se l'è portato via con tutto quello che aveva ancora da dire. In quella stanza dell'hotel Savoy a Sanremo, era il 1967.

Chissà cosa canterebbe salisse adesso sul palco, come succede ancora ad alcuni suoi compagni che calcavano le strade di Genova con la chitarra in spalla negli anni Cinquanta e Sessanta. Come e con lui. È stata davvero una serata emozionante lunedì alla Sala Chiamata del Porto per il concerto Tenco canta ancora, dove si sono incontrati Francesco Baccini, Davide Van De Sfroos, Mauro Ermanno Giovanardi, Ricky Gianco, Vittorio De Scalzi, Alberto Fortis, Shel Shapiro, Gianfranco Reverberi e Michele Maisano. Ha condotto la serata Ezio Guaitamacchi, che ha ideato lo spettacolo insieme al giornalista Giorgio Carozzi. Un evento promosso dall'Autorità Portuale, Compagnia Unica Paride Batini e Circolo Luigi Rum. Tutti hanno cantato Tenco, riuscendo a ricreare l'atmosfera di quel periodo, senza nostalgia e retorica. Un periodo in cui dispiace non aver vissuto, erano tutti più speranzosi.

Poi la cena a casa di Enrico Montolivo, un imprenditore appassionato, che spesso invita artisti a cena. Lì, tra un assaggio di salmone e uno di formaggi, ho chiacchierato a lungo con Francesco Baccini, Alberto Fortis e Vittorio De Scalzi. Di Luigi Tenco certamente.

Fortis è un uomo schivo, apparentemente fragile, ma sul palco, e lo si è visto all'inizio del concerto in Sala Chiamata con Ciao amore ciao, riesce a tirare fuori una grinta incredibile. Mito di un'intera generazione di giovani donne, era proprio bello, ha vissuto anche a Genova: «Rispetto alla scuola genovese, Tenco aveva una poetica essenziale e caustica, basti pensare alla straordinarietà di Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare mi racconta Alberto, seduto sul divano – Maestro Luigi era un uomo tormentato, inquieto, ribelle. Non le mandava a dire. Il suo grande fascino era quello. I tempi sono cambiati, ma i suoi insegnamenti restano eterni». I suoi testi erano visionari, straordinariamente avanti, ha saputo anticipare i tempi, e le utopie di una generazione: «Il suo itinerario era anche politico, ma vissuto da singolo individuo, che sente in maniera forte i problemi della società, ma anche i tormenti personali e in primis quelli sentimentali. La sua anomalia e la sua autenticità gli hanno fatto pagare un caro prezzo. I cantautori già erano una variabile impazzita, lui lo era ancora di più».

Colgo l'occasione per ricordare che Roberta Alloisio, drammaticamente scomparsa il 3 marzo, aveva già organizzato un concerto al Teatro della Tosse il 7 gennaio, con una mostra e delle visite guidate gratuite alla scoperta dei luoghi della scuola genovese della canzone d'autore.

Vittorio De Scalzi è la persona più gradevole che ci sia. Molto alla mano, quando lo conosci ti sembra sia tuo amico da sempre: «Il mio primo incontro con Luigi Tenco è stato nel ristorante di mio padre a Sturla, Da Gianni. Erano i primi anni Sessanta. Appassionato di baseball, era venuto a cena con tutta la nazionale, di cui era un fan sfegatato, uno sport che allora e neanche oggi nessuno si fila. Mia mamma ha insistito perché gli chiedessi l'autografo e io non sapevo nemmeno chi fosse».

«Da lì mi è scattata dentro una sorta di molla, volevo capire chi fosse, cosa facesse. Mi ha scatenato la fantasia. Ho scoperto un cantautore che scriveva contro la retorica di quei tempi e per un ragazzo era un viatico fantastico – spiega De Scalzi - La sera che è morto io stavo suonando con il primo nucleo dei New Trolls in un localino sotto il casinò di Sanremo, che si chiamava e si chiama Club 64, ma adesso è una pizzeria. Era un locale fumoso, con il soffitto basso, che lo potevi toccare alzando le mani. Con un gesso bianco tutti lasciavano lì la loro firma. Suonavamo fino alle cinque del mattino. Gli artisti del Festival poi venivano a fare le Jam Sessions con noi. Ci siamo ritrovati a suonare anche con Stevie Wonders». Incredibile sono nata e cresciuta a Sanremo e sapere che il Club 64 non è sempre stata una pizzeria mi riempie di gioia. Quante storie ogni città racchiude. Vittorio tra l'altro da due anni, vive a Sanremo. «Quando è arrivata la notizia della morte di Luigi nel 1967, noi stavamo suonando proprio lì. Una notizia che ci ha folgorato. Ed è subito nata la leggenda».

«Quando, anni dopo, suonavamo al Paips di Nervi, chiudevamo sempre con Un giorno dopo l'altro la vita se ne va. Uscivo dal locale sempre un po' intristito, sentivo un tramestio per tutta la notte – continua Vittorio - Collego Luigi ai ricordi malinconici della mia gioventù. Con i New Trolls abbiamo raccolto il suo insegnamento per poi creare il nostro linguaggio. È stato anche importante dal punto di vista musicale, era un jazzista, aveva una cultura americana, cosa rara all'epoca. Ha dato il là ad un linguaggio nuovo».

Francesco Baccini è un gran chiacchierone, se comincia a raccontare, ti porta in giro per il mondo, e non ti fa scendere dall'otto volante. Con Tenco ha un'intimità particolare: «A 14 anni anni ho passato 9 mesi ingessato a letto. Mi ero rotto una gamba. Per fortuna all'epoca non c'era la playstation e ascoltavo dischi tutto il tempo, solo musica classica, ero un integralista. Poi mi regalano dischi di De Andrè e Tenco. Appena comincio ad ascoltarli, scopro pure che sono di Genova. Faber raccontava storie in terza persona, Tenco no, ci metteva più pathos e cantava in prima persona. Era un intellettuale che usava un linguaggio semplice, per farsi comprendere da tutti. Aveva capito che le canzoni possono veicolare un messaggio pazzesco. Mi sono innamorato di te è una canzone straordinaria, forse troppo avanti per i suoi tempi. Era l'equivalente di Bob Dylan in Italia».

«Tale era l'identificazione con lui che da giovane confondevo le sue foto con le mie. Quando ho portato in tour lo spettacolo Baccini canta Tenco, lo sentivo così vicino che mi sembrava di cantare me stesso – Francesco ora è un fiume in piena – Luigi non ha scritto solo canzoni intimiste, ma anche ironiche, come La ballata della moda, canzoni che sento mie».

«Mi sono accorto che ancora oggi in televisione puoi cantare solo tre canzoni di Tenco. Vedrai, vedrai, Mi sono innamorato di te e Se stasera sono qui. Io volevo cantare Cara maestra, censurata nel 1962, un testo che va contro i poteri costituiti. La sua morte rimarrà un mistero per sempre. Luigi era un rivoluzionario, e non a caso non è morto di vecchiaia. Faceva paura, era scomodo. Secondo me gli hanno fatto fare una brutta fine, proprio come a Pasolini».

Ed è stato proprio Baccini a chiudere la serata dedicata a Luigi Tenco. Alla Sala Chiamata, cuore del porto, dove suo nonno e sua padre hanno faticato, erano dei camalli. Anche lui era stato assunto in Compagnia, ma combinava solo guai. Per un errore tecnico è anche riuscito a far pagare gli stipendi con una settimana in ritardo, tra il furore dei camalli. Il suo sogno era cantare e da lì voleva fuggire.

Il concerto si è chiuso come si è aperto con Ciao amore ciao. Luigi la tua città ti ricorda, eccome se ti ricorda. Una sala piena di persone che eran bambini quando tu sei morto. Nel 1967 non avevi neanche trent'anni. Chissà cosa ci avresti dato, trent'anni sono proprio pochi. Chissà!

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