Concerti Genova Arena del Mare Lunedì 11 luglio 2016

Afterhours al Goa Boa 2016: Manuel Agnelli accende il Porto Antico

Manuel Agnelli
© adrianamartin.es / bSides (Flickr.com)

Genova - Estate a Genova = Goa Boa: da quasi vent'anni, l'equazione è semplice. L'edizione 2016 del festival musicale genovese è stata inaugurata col botto, venerdì 8 luglio, con un'anteprima nel segno del rock italiano alternativo.

Apertura affidata ai genovesi Katiusha, freschi dell'esibizione al Festival delle Periferie dello scorso giugno e scelti anche attraverso un sondaggio online per far parte della scuderia GB|Select, il gruppo di artisti a km zero del festival.

A seguire, la super-band Od Fulmine, il progetto musicale che vede insieme membri di storici gruppi genovesi come Meganoidi e Numero 6: Mattia Cominotto, Riccardo Armeni, Fabrizio Gelli, Saverio Malaspina e Stefano Piccardo. Attivi dal 2014, forti di sonorità calibrate e mature, vantano ormai uno zoccolo duro di fan, ben schierato sotto il palco: è il riscaldamento ideale per la leccata di adrenalina (ogni riferimento non è affatto casuale) che verrà generata di lì a poco dagli headliner della serata.

Dopo la tournée di due anni fa dedicata alla riedizione di Hai paura del buio?, gli Afterhours di Manuel Agnelli hanno scelto Genova e il Goa Boa per tornare in scena, aprendo sul palco marino più bello che c'è il tour estivo di Folfiri o Folfox, l'ultimo, ultra-viscerale album di inediti, distribuito solo meno di un mese fa.

Sulla carta, la scelta di esordire ufficialmente dal vivo con una scaletta segnata significativamente da nuovi brani di così recente pubblicazione e da una formazione profondamente cambiata rappresentava un azzardo: alle chitarre e ai fiati è tornato (di nuovo) Xabier Iriondo, scenografico come non mai, ma lo storico Giorgio Prette ha dato l'addio alla band, lasciando il posto alla batteria a Fabio Rondanini dei Calibro 35. Alla chitarra è arrivato anche Stefano Pilia dei Massimo Volume. Roberto Dell'Era e Rodrigo D'Erasmo, invece, sempre impeccabilmente presenti.

Eppure, nonostante le novità, le evidenti peculiarità e i protagonismi dei membri del gruppo, i cerchi che si chiudono (parola di Manuel) e le inevitabili sperimentazioni sonore che hanno generato questo nuovo lavoro-fiume in studio (un doppio album composto da ben 18 brani), l'identità degli Afterhours è ormai così salda da lasciare poco margine alle incertezze: il concerto dell'altra sera, cari miei, è stato una vera bellezza, aggressivo e ipnotico, come l'odore pungente di un fiore esotico, in perfetto accordo con l'immagine delle screziate orchidee purpuree simbolo del disco e del tour.

L'Agnelli Manuel, chitarra acustica alla mano, strappa l'afa della calda sera genovese con gli strazi violenti di Grande, cantando i primi tre o quattro brani, tutti tratti da Folfiri, senza mai guardare il pubblico, tenendo gli occhi chiusi, vai a sapere se per vezzo, emozione, voglia di scatarrare sui giovani d'oggi repressa o chissà che altro.

La formula del live d'esordio è stata impeccabile: una giusta dose di nuovi pezzi, Il mio popolo si fa, Non voglio ritrovare il tuo nome, Né pani né pesci, Ti cambia il sapore, e neo-classici della band milanese, inni pagani come Ballata per la mia piccola iena, Varanasi Baby, Male di miele, La sottile linea bianca, La verità che ricordavo, Bungee Jumping, Vedova bianca, Bye bye Bombay e, inaspettatamente, Pop (una canzone pop), robe da far saltare le coronarie per quel mix inevitabile e puntuale di intensità emotiva del momento e vissuto personale legato a ciascun brano.

Qualche inconveniente tecnico sembra aver turbato il comunque mai sereno Agnelli, ma, pur nel timore di veder rotolare qualche testa sul palco, il concerto è filato via come una saetta, impeccabilmente vigoroso, davvero appagante. Da antologia.

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