Il tempo di Sant'Agostino nella drammaturgia di Belbel - Genova

Teatro Genova Venerdì 24 giugno 2016

Il tempo di Sant'Agostino nella drammaturgia di Belbel

foto Patrizia Lanna

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Genova - Il tempo lo usiamo soprattutto come unità di misura: secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni. Oppure lo segmentiamo in passato, presente, futuro. Può essere vissuto con attesa, angoscia, speranza. Si sa però che, e il drammaturgo catalano Sergei Belbel ce lo ricorda ne Il tempo di Planck (al Duse fino al 2 luglio), il tempo sta nella sfera del percepito e cambia, quindi, da individuo a individuo. In teatro poi, il tempo insieme allo spazio incarna l'arte stessa: è tema, sottotesto, strumento di lavoro imprescindibile, regola sottile che allaccia o sgretola relazioni tra persone, personaggi, oggetti, spazi(o), pubblico.

Mettendo al centro della sua tragicommedia la morte del corniciaio Planck, un padre di famiglia assistito dalla moglie (Sara Cianfriglia), 4 figlie e un giovane orfano, Max (Antonio Bannò), ormai parte del nucleo a tutti gli effetti, Belbel traveste in azioni e personaggi un buon numero di queste possibili interpretazioni del tempo. C'è il tempo di chi muore (il padre/Kabir Tavani): Un anno fa era un anno / mesi fa erano mesi / settimane fa erano settimane / ormai sono solo giorni... Che non è, evidentemente, il tempo di chi ha ambizioni artistico-professionali, come la figlia Rosa aspirante attrice (Alice Giroldini). Il tempo di una donna che involontariamente resta incinta, la figlia Anna (Martina Limonta) che non è uguale al tempo di chi fatica a relazionarsi con gli altri: la figlia Laura (Isabella Giacobbe). C'è il tempo della scienza, sì certo, quello del padre della fisica quantistica, Max Planck, colui che trovò la formula per determinare il più breve intervallo di tempo misurabile, lo stesso in cui si perde la figlia Maria (Sarah Pesca) alla ricerca di risposte alle grandi incognite umane.

E se il tempo e le sue incognite sono la questione umana centrale a questo testo (che ne tocca molte altre, tra cui le relazioni tra sorelle, certo), Mario Jorio nella sua regia mette alla prova proprio tempi, ritmi, andamenti, passi, movimenti. Porta tutto in un bolla che tiene immaginazione e realtà strette l'una all'altra, anzi volutamente ne confonde i contorni, perché ciò che ci sembra plausibile sia falso e ciò che è folle sia realtà - per esempio nell'esperimento di Maria per conoscere il tempo in cui la coscienza lascia chi muore, macabro ed esilarnate al contempo.

Una danza è ingresso e uscita degli interpreti. Un movimento da carillon li sposta sul palco e li congela di scena in scena. Una precisa partitura di tracce musicali firma simbolicamente ogni quadro, allargando a tutta una serie di riferimenti socio-culturali da cogliere o da gustare semplicemente. Una serie di ritmiche posture e gestualità calcolate su ogni personaggio ma misurate anche su fisicità e potenziale di ogni interprete, consentono di dare forma e dimensione d'azione caratterizzata: ognuno muove e si muove a suo ritmo/modo. Ognuno ha il suo tempo/suono di parola: lento o strascicato, deciso, incerto, in preda a rapimento, trasognato, disincantato e realista o, anche, iperrealista. La vera scelta di Belbel che non sfugge a Jorio è che tutta la vicenda è soprattutto lasciata a quella immaginazione ingorda, delirante e visionaria che porta la Maria di Sarah Pesca a rendere manifeste le sue cerebrali elucubrazioni impreziosite da una erre moscia dalla comicità irresistibile. Ed è attenta l'attrice al suo personaggio, attenta a crederci fino in fondo a questa sua giovane Maria, ancora minorenne, attenta a non far mai scivolare questa scienziata in erba, potenziale allieva del dr. Frankenstein, in un fantoccio clownesco.

Interpretando con cura il concetto di regia, Jorio conduce il cast dentro un universo pieno di rischi e insidie per ogni interprete, pieno di trabocchetti, ma lo spiazzamento generato corrisponde al di là del paradosso a un gesto di accompagnamento, a prendere ognuna/o per mano così da tenere l'equilibrio tra bizzarie e ritratto umano. Farsi condurre non è da tutti, certo: aderisce con autonomia e un suo personalissimo verismo Sara Cianfriglia che ci restituisce una donna, una moglie, una madre, ma anche nelle giuste dosi la versione macchiettista di tutte queste identità. Bene anche Isabella Giacobbe che con salti vocali e posturali racconta anche di un sé inesplorato e inespresso, nascosto sotto quella maschera del suo io che la vuole principalmente depressa. Meno propensi a trovare la propria cifra in questo percorso a ostacoli, incerti se sposare del tutto il loro personaggio (in particolare quello del padre nell'algida interpretazione di Tavani), se accettare questo pazzesco tempo di Planck tutti gli altri, che lasciano la loro personalità attoriale sbucare troppo spesso dalle vesti di scena.

Lo stesso titolo è un gioco di travestimento, perché il Max Planck della storia che va in scena è l'inespresso desiderio del corniciaio Planck di avere un figlio maschio, di successo, proprio come il giovane studioso di fisica, Max. Anche in questo caso la realtà percepita supera quella oggettiva perché come confesserà la primogenita Laura, Max è a tutti gli effetti quel figlio maschio che suo padre ha desiderato e che rimprovera in qualche modo a Laura di non riuscire ad essere: vuoi perché caratterialmente inadeguata alle ambizioni del padre, vuoi perché per natura impossibilitata a corrispondere a una fisionomia maschile.

Per molti/e è il passato il tempo dolce in cui cullarsi. Per altre/i c'è solo il futuro a cui traguardare. C'è poi chi guarda solo al presente e si adopera con insistenza a un preciso compito, pensando di esaurire così la propria missione sulla terra. Nella lettura del regista, che asseconda con immaginazione il sottotesto giocoso e surreale di Belbel, il tempo è quello di Sant'Agostino dove «né futuro né passato esistono» (Confessioni, libro XI) e si può parlare al massimo di «presente del passato, presente del presente e presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa». La vera soluzione a quello che, lo stesso Sant'Agostino esasperato definisce enigma intricatissimo, sta nel riconoscere che il tempo è nello spirito di ognuna/o: «È in te, spirito mio, che misuro il tempo. L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano per produrla».

Giocoso, riflessivo, scorrevole e ricco di invenzioni teatrali che ne fanno un lavoro compiutamente riuscito, perché anche chi sfugge alla ragnatela tessuta dalla regia trova il meccanismo irresistibile e contribuisce comunque all'ottima resa dello spettacolo.

Da non perdere.

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