Libri Genova Martedì 24 maggio 2016

Premio Andersen 2016: Massimiliano Tappari, lo stupore a km 0

I libri di Massimiliano Tappari

Genova - Perdersi nei dettagli, nelle piccole cose, per andare a scoprire i nuovi mondi che si aprono quando decidi di guardare e, ancora, guardare un uovo fritto, una forcina per i capelli, una caffettiera... e da lì partire verso storie inaspettate È quello che succede quando si sfoglia un libro di Massimiliano Tappari, fresco vincitore del Premio Andersen, il più ambito riconoscimento dedicato ai libri per ragazzi e ai loro autori e illustratori, come Protagonista della cultura per l'infanzia, cerimonia ufficiale prevista per sabato 28 maggio, dalle 15 in poi, al Museo Luzzati. (Programma completo)

L’artista, che privilegia l’immagine fotografica come mezzo espressivo e di ricerca, sarà in città non solo per ricevere il premio, ma anche per incontrare gli educatori e gli insegnanti dei nidi e delle scuole d'infanzia comunali, venerdì 27 maggio, alle 16, nella sala Munizioniere di Palazzo Ducale. È lui, infatti, che conclude i corsi di formazione e aggiornamento sulla narrazione, i libri illustrati e l’immaginario promossi dall’Assessorato e Direzione Scuola e Politiche Giovanili del Comune di Genova. Ma potremmo vederlo in azione, insieme alla scrittrice Chiara Carminati, anche con le mamme e i papà in attesa, giovedì 26 maggio, ore 17.30, nel Nido d'infanzia di vico Rosa, durante il laboratorio Parto anch’io – nove mesi in viaggio con foto e parole.

Per conoscere qualcosa di più del suo fare arte l’ho incontrato, un po’ via mail, un po’ via sms, un po’ a voce. Ecco quello che Tappari mi ha raccontato, partendo proprio da queste due occasioni di incontro e di esplorazione.

A Genova incontrerai le insegnanti e gli insegnanti dei nidi e delle scuole d'infanzia. In questo tipo di lavoro cosa cerchi di far passare del tuo sguardo, del tuo mondo artistico, a chi ogni giorno ha il compito di accompagnare i bambini verso la conoscenza?
«Alle insegnanti propongo l’idea di leggere il mondo come se fosse un grande libro illustrato. Offro loro degli esempi e strumenti concreti per farlo. Leggere, considerato nel senso più ristretto di decifrare delle lettere stampate su una pagina bianca, ci fa sentire persone colte e intelligenti, ma spesso ci distrae dal mondo e dalla possibilità di leggere in modo più vasto l'alfabeto naturale e antropico che ci circonda. È come se in un museo d’arte al posto di guardare le opere fissassimo la nostra attenzione sulle didascalie. Inoltre da quando incominciamo a leggere non possiamo più fare a meno di farlo e questo rappresenta un vero attentato alla nostra libertà di vedenti analfabeti che acquisiamo nascendo. La lettura passiva è peggio del fumo passivo perché la subiamo anche quando siamo da soli».

L'incontro con gli insegnanti si chiama Ci sono più orsi nei libri per bambini che nella realtà; è vero e mi fa ridere. Nel tuo lavoro si fa strada spesso l'ironia? Perché? E come la vivono i bambini? E i grandi?
«Quel titolo è nato perché avevo a disposizione solo un vecchio computer i cui tasti delle lettere d e f non funzionavano. Dovevo scrivere e mandare il titolo subito alla redazione di Andersen, però facendo attenzione a non usare le due lettere mancanti. Siccome i limiti mi mettono di buonumore e amo la scrittura à contrainte ho accettato la sfida posta dalla tastiera. Ho pensato a diversi titoli, anche interessanti, ma dopo averli digitati li ho dovuti per forza scartare. Alla fine sono arrivato a quello che tu hai citato. Mi sembra divertente, verosimile e casuale. Con l’ironia non sai mai che reazioni avrai, una cosa può far ridere in un posto e in un altro no. Dipende dal tipo di sensibilità del pubblico. Ciò rende ogni incontro diverso e inaspettato. Il complimento più bello me lo ha fatto un bambino quando mi ha detto: Massimiliano, mi hai fatto morire dal sorridere!».

Il libro Parto. Diario di nove mesi in aria. Diario di nove mesi in acqua (Franco Cosimo Panini) è un lavoro intenso e poetico sia dal punto di vista delle immagini che delle parole: qual è la proposta laboratoriale che portate a chi attende una nascita? Verso quale tipo di ascolto o di visione conducete i partecipanti? E cos'hai scoperto durante gli incontri su questo tema che non ti aspettavi?
«L’incontro conduce i partecipanti verso la costruzione di una breve storia di viaggio. Di solito si dice partire è un po’ morire nel nostro caso, invece, partire è un po’ rinascere. È quasi un laboratorio di taglio e cucito dove ago e filo sono la fotografia e la parola. Non si comincia da una pagina bianca, ma da figurine da attaccare a un quaderno e questo facilita la scrittura, fa fiorire nuove idee. Negli incontri abbiamo ascoltato storie divertenti e commoventi. Abbiamo letto delle poesie dove non c’erano né rondini né gabbiani. E immagini identiche hanno dato vita a interpretazioni tra loro diversissime. Questo è normale, ma ogni volta ci ha sorpreso».

Nel tuo fare arte, fotografia, poesia, ti rivolgi spesso ai bambini: è uno sguardo che ha radici nella tua infanzia?
«Dentro ognuno di noi pascola un bambino, c’è chi lo nutre, gli dà erba fresca tutti i giorni, lo fa crescere accanto al sé adulto, e chi, invece, lo abbandona e lo lascia morire. Io non posso fare a meno di quel lato infantile che mi fa accostare alla vita con leggerezza e mantiene vivo il senso di stupore nella quotidianità. Ho nostalgia di quando le maniglie delle auto parcheggiate al sole scottavano le mani e la pelle finta dei sedili rimaneva attaccata alla schiena sudata. Era un mondo più tattile o ero più tattile io?»

Il tuo lavoro fotografico e compositivo porta con sé, come lo definisci tu, uno stupore a km 0. Ti piace giocare molto con la scoperta della realtà che ci circonda, semplicemente così com'è, per inventare nuove immagini, nuovi sensi. Perché è importante allenare questo tipo di sguardo, oggi, sia per i piccoli che per i grandi? «Così come andiamo in piscina o a correre per stare meglio fisicamente così anche l’occhio vuole la sua parte di allenamento. Vedere sembra la cosa più immediata che ci sia e invece sappiamo in quanti piccoli e grandi tranelli cade il nostro occhio e il nostro cervello. I pesci rossi sono arancioni, ma continuiamo a chiamarli pesci rossi. Anche il rosso dell’uovo è arancione ma ci ostiniamo a definirlo rosso. È una forma di daltonismo culturale? O semplicemente quando è nato l’uovo non avevamo ancora inventato il nome del colore appropriato? È nato prima l’uovo o l’arancione? Porsi domande sulla visione è un modo per non accettare tutto supinamente. Manipolare le immagini è il primo passo per non lasciarsi manipolare».

Riceverei il Premio Andersen come Protagonista della cultura per l'infanzia. Come ti senti dentro questo premio, come ti ci muovi, come lo immagini nel tuo prossimo fare?
«I premi sono un’occasione per incontrarsi, stare insieme e festeggiare. Ti danno conforto e un po’ di imbarazzo, servono a offrirti una maggiore visibilità in modo da poter continuare a coltivare quello che ti piace e sai fare meglio».

Puoi svelarci qualcosa su tuo prossimo lavoro? Almeno il tema? O la domanda su cui stai lavorando?
«Sto lavorando a un progetto per una mostra che si terrà in Francia. È la storia d’amore tra un uomo e una donna che convivono in un cavatappi per il vino. Tutto chiaro, no? Il titolo è L’ivre d’amour. L’ultima riga dice così: in amore non si può essere astemi. Il problema è che non si riesce a trovare una traduzione appropriata. Pare che il termine astemio nella lingua francese non sia contemplato».

Non mi resta da aggiungere altro. Solo un invito: venite alla premiazione, conoscetelo, andate a scoprire i suoi lavori, prendetevi il rischio di ricominciare a girare per le strade per vedere muri parlanti, cieli dipinti, rami come lettere... Può essere divertente e utile.

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