Genova Lunedì 23 maggio 2016

Mi chiamo Lucy Barton, l'ultimo romanzo di Elizabeth Strout

Elizabeth Strout
© Leonardo Cendamo

Genova - Piccole e grandi emozioni che navigano nel profondo, che corrodono dal di dentro, e che escono fuori nel fiume della scrittura. Questo è quello che, a parer mio, Elizabeth Strout dà al lettore.

Vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 con Olive Kitteridge, sarà a Genova, lunedì 23 maggio 2016, alle ore 17.45, nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, per presentare il suo nuovo romanzo Mi chiamo Lucy Barton, (Einaudi, 161 pagine). Mercoledì, invece, a Torino, al Circolo dei lettori, con la sua traduttrice Susanna Basso, alle 18.30. Giovedì, sempre alle 18,30 a Milano, alla Feltrinelli di piazza Duomo, presentata da Paolo Cognetti, mentre venerdì 27, alle 20.45, a Mantova, con Camilla Baresani, nella Loggia di Davide a Palazzo Te.

Una trama non trama, che si avvita intorno alla storia di una famiglia e soprattutto al rapporto madre e figlia, un legame indissolubile, con la figura paterna che si erge minacciosa, ostacolando la quiete familiare. Lucy ha appena pubblicato due racconti su una rivista e diventerà una scrittrice famosa, scappando dalle atmosfere dell'Illinois, un'America provinciale lontana anni luce dalle atmosfere della luccicante New York, dove si è trasferita. Non sente quasi mai la famiglia, come se per salvarsi debba rescindere il cordone ombelicale.

Però ora una brutta infezione postoperatoria trattiene Lucy in ospedale. Tutt'a un tratto la madre, che non vede da anni, oltrepassa la porta della sua stanza. È il marito di Lucy che l'ha chiamata perché lui ha una certa fobia per gli ospedali e non riesce a star dietro alla moglie più di tanto. Già deve accudire le bambine. Quello che nasce tra le due donne in cinque giorni di stretto contatto è il succo del romanzo.

Tante le confidenze tra madre e figlia, che si ritrovano dopo tanto tempo, sorvegliate appena fuori dalla finestra dalle luci intermittenti del grattacielo Chrysler, non ancora Fiat: siamo negli anni Ottanta. Un micro-mondo di provincia senza importanza erompe in quella stanza d'ospedale dai racconti della madre e dai ricordi che le parole materne sussurrate risvegliano nella figlia.

Un'infanzia misera quella di Lucy, abita in un garage e trascorre molte ore più del dovuto a scuola, almeno c'è il riscaldamento. Padre e madre non riescono, lavorando entrambi, a dare una vita dignitosa ai figli, che sono puntualmente emarginati a scuola e in diversi contesti sociali. Il padre poi non c'è tutto con la testa: reduce dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa, non è mai riuscito a superare il trauma, provocandone ai figli, con atteggiamenti aggressivi, anche sessualmente. Lucy chiama quei comportamenti paterni “la Cosa, ovvero una condizione in cui a mio padre non reggevano i nervi e perdeva il controllo di sé”. Un uomo che ha la fobia dei tedeschi, per colpa di quello che gli è successo in guerra, e che non riesce a sopportare che Lucy ne abbia sposato uno.

Nel buio della stanza, la mamma scivola via leggera sulle parole e sulle emozioni e via via racconta la storia di tante donne che hanno attraversato la sua vita, da Kathie Nicely, alla cugina Harriet, fino a Mississipy Mary. Stralci di vite sofferenti vengono fuori da quei racconti, come se lei dicesse a se stessa e alla figlia, che anche chi ha i soldi soffre, che il fardello è duro per tutte, che in fondo Lucy se l'è cavata benissimo da sola. È riuscita a vincere una borsa di studio per frequentare l'università (“la sera che tornai a casa per il Ringraziamento non riuscivo a prendere sonno, ed era perché avevo paura di essermela sognata, la mia vita al college”) e a fare un salto sociale notevole, mentre suo fratello ormai adulto legge ancora i libri per bambini. Colpa del padre che, per castigarlo dei suoi comportamenti femminei, da bambino lo ha costretto a girare per il paese vestito da donna?

Il rapporto con la madre e con la scrittura è mediato da un altro personaggio, la scrittrice Sarah Payne, che Lucy ha incontrato occasionalmente in un negozio di abbigliamento e che è presente come brusio di sottofondo, con i suoi insegnamenti, in tutto il romanzo, un femminile autorevole che fa da controcanto al medico che la cura con amorevolezza e tanta attenzione in ospedale. Chissà se Strout ha scelto quel nome, Sarah Payne, "rubandolo" a una bambina inglese, che è stata orrendamente brutalizzata. E se l'ha fatto per questo, chissà cosa ci vuole dire.

I cinque giorni passati con la madre, in un momento così difficile, lontana da tre settimane dalle sue bambine e dal marito, confortano Lucy come il miglior balsamo, come a dire che quando meno te l'aspetti la vita può riservarti delle sorprese inaspettate. La madre non toccherà mai gli aspetti brucianti dell'infanzia di Lucy, e Lucy ricorderà anche frasi agghiaccianti pronunciate dalla madre quando era piccola, ma questo incontro ravvicinato aiuta Lucy a trovare la sua vera voce, la voce che viene dal profondo, una voce pacata che sa raccontare con estrema leggerezza nefandezze di ogni tipo. E che le permetterà di diventare una maestra della parola e, quindi, una scrittrice famosa.

Per quelle combinazioni che non comprendi, ma ci stai, oggi, mentre scrivo questa recensione mi sono trovo a chiacchierare su messanger con Raffaella Romagnolo, scrittrice ovadese, candidata allo Strega, con La figlia sbagliata. Combinazione perché anche il romanzo di Raffaella racconta la storia efferata di una famiglia, purché italiana. «La cosa che più mi piace della Strout è la messa a fuoco impietosa – mi scrive Raffaella - giocata in poche righe essenziali, delle relazioni (non solo famigliari). Prendi Amy e Isabel. Confronta la relazione madre e figlia disegnata in quel romanzo con quella, per dire, in Purity di Franzen (che pure amo): Strout arriva a una profondità imparagonabile. Sono passati anni da quando l'ho letto, e ho ancora addosso lo sguardo (giudicante? Partecipe? Entrambe le cose direi) di quella madre. Oppure ancora la relazione tra Olive Kitteridge e il suo amore impossibile Jim O' Casey: un capolavoro di penetrazione nell'animo umano che dura poche battute. La mia è invidia pura, cara Laura. Ma anche estrema gratitudine per un autrice che fa del lavoro sul testo una vera missione».

Grazie Elizabeth e grazie Raffaella. E chiamala scrittura al femminile, questa è letteratura universale, con il beneplacito di Virginia Woolf.

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