Teatro Genova Fiera di Genova Venerdì 29 aprile 2016

Orfeo Rave: teatro e danza nel vuoto di Nouvel. Di Conte e Lucenti

Orfeo Rave in prova - foto di Donato Aquaro

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Genova - Orfeo Rave è un lavoro collettivo. Un mito ibridato da letture e interpretazioni che si perdono nella storia della letteratura mondiale: da Ovidio a Bufalino attraverso Rilke e Pavese, ma anche Cocteau. Uno spettacolo ibrido in cui un grande spazio vuoto, il Padiglione Blu dell'architetto Jean Nouvel alla Fiera di Genova, detta le regole a teatro e danza, linguaggi chiamati a dialogare in un rapporto di rispetto-confronto non pacificato. Emanuele Conte, regista teatrale, e la coreografa e danzatrice Michela Lucenti condividono la progettazione di questa avventura artistica a cui ha prestato mano anche Elisa D'Andrea per il lavoro di scrittura drammaturgica, mentre impegnati sulla partitura musicale sono Tiziano Scali e Federico Fantuz - anche loro al confronto con grandi compositori, come Monteverdi e Gluck, che hanno affrontato questo mito.

«Dalle tante letture - Rilke, Cocteau, Bufalino, Pavese - restano immagini molto forti, ma non è un collage. È una scrittura originale» afferma Emanuele Conte. «Il lavoro di stesura si è svolto in parallelo all'elaborazione della coreografia - aggiunge Elisa D'Andrea - il che ci ha aiutato a capire quali personaggi sarebbero stati funzionali e quali sacrificare. Per esempio, tra gli incontri di Orfeo agli inferi, avevamo immaginato un nuovo incontro con Sisifo, una proposta drammaturgica che a un certo punto non ci stava più perché sia coreografia che messa in scena avevano preso un'altra strada. L'incontro con Tantalo è invece affidato a più voci e trasformato in una scena corale». Orfeo Rave è in scena in anteprima il 6 maggio (ore 21) e tutte le sere dal 7 all'11 maggio 2016, (ore 21) all'interno del Padiglione Blu dell'architetto Jean Nouvel alla Fiera (zona Foce - Genova). Il 9 maggio, (ore 10) una mattinée per le scuole.

Evento d'apertura del numero zero di Genova Outsider Dancer, il festival di danza che coinvolge larga parte dei teatri genovesi e molte compagnie independenti tra cui la rete Danzacontempoligure, Orfeo Rave prevede una coreografia complessa e molto fisica che richiede una grande tecnica e un'altrettanto grande prestazione fisica. «Bello - dice decisa Michela Lucenti - il luogo permette una bellissima definizione per il movimento. Tutti diventano esserini, molto incisivi in questo grande spazio: sono come due forze che si fronteggiano. Non è facile ma di certo è stimolante. Al mio gruppo viene richiesto un lavoro fisico che deve essere anche un racconto fisico. Che è poi quello che facciamo da anni e che conosciamo. E anche lavorare fuori del teatro ci appartiene. Questa volta però le scene di Emanuele (Conte, ndr), essenziali interventi o elementi scenici, contengono un elemento drammaturgico forte che è un modo di interpretare il vuoto. E questo ci chiede un ulteriore sforzo. In passato, ci siamo trovati a mettere in scena il nostro corpo in relazione a un museo o a una fabbrica, questo invece è un meccanismo diverso, è come se fossimo chiamati a entrare, ma da una porta molto stretta».

Danza di relazione. Corpo a corpo. Movimento molto frontale che crea grande impatto, che cerca il contatto. «Una danza coraggiosa. I danzatori stanno lavorando a farsi il fiato perché non è facile percorrere le distanze che lo spazio ci chiede». Oltre al gruppo storico di Balletto Civile per questo spettacolo Lucenti ha selezionato alcuni danzatori attraverso un provino che ha portato a Genova 120 aspiranti ballerini, da tutta Italia e dall'estero. Ma cosa cercava Lucenti in questi nuovi elementi? «Cercavo soprattutto una grande tecnica, una solida base di danza contenporanea. E dei volti umani. Grandi occhi, visi particolari». La danza classica e contemporanea hanno un ruolo portante nella coreografia di Lucenti. «Questo spazio richiede grandi prestazioni, ma la forza estetica, vocale e fisica deve essere mantenuta e lo spazio non può e non deve diventare un alibi. La scrittura coreografica è stata difficile soprattuto sui sincroni. Io da bauschiana convinta, ho dovuto farli danzare sul serio i miei danzatori, li ho chiamati a provarsi su partiture complesse che contengono un discorso contemporaneo appoggiato su un impianto classico. Mi sta aiutando molto un campione italiano di breakdance, Giovanni Leonarduzzi detto Gava. L'idea è arrivare a una composizione unitaria e allontarsi il più possibile dal formato dell'installazione».

Seppure originale, la drammaturgia lascia rintracciare i fili della trama del mito: «Siamo agli inferi - racconta Elisa D'Andrea - la morte, narratrice, ci accoglie, mentre gli altri personaggi, molto quotidiani e reali, si esprimono come se riportassero le loro testimonianze sull'incontro con Orfeo». Riscritte, dunque, ma presenti, la scena del matrimonio con Apollo, Ade e Persefone, quindi il momento corale con Tantalo, fino al baccanale da cui parte il rave. «In un prebaccanale, affidato a un dialogo tra Ermes e Bacca, emergono le ragioni per cui Orfeo si è voltato perdendo per sempre l'amata. È qui che si svela il taglio dello spettacolo. È sceso agli inferi e poi si è voltato per scherzo o per capriccio?». A risolvere l'enigma un ragionamento che deve molto a Pavese, ricorda Conte: «Gli uomini temono più l'amore che la morte. Parafrasando Pavese, Ermes dice ma tu davvero credi all'amore sentimentale? E prosegue "No, lui si è girato perché in realtà è andato alla ricerca di sé e per trovarsi doveva lasciare una parte di sé ormai perduta, tra cui l'amore». Appoggiandosi a un linguaggio e a un immaginario contemporaneo dove «Ade e Persefone sono due anziani di oggi, davanti alla TV», il testo scritto a quattro mani in cui «la morte è Euridice stessa», mentre Ermes «è un medico patologo», gli inferi sono «una specie di obitorio dove si incontra la dimensione umana e non un mito».

Danzatori-attori o attori-danzatori? «Entrambe le cose». Non si è voluto creare compartimenti stagni tra le due tribù, ma far dialogare il più possibile i linguaggi e le competenze di ognuno. «Maurizio Camilli reciterà molto e danzerà poco. Io dirigerò tra gli altri anche Michela (Lucenti, ndr), strepitosa attrice e cantante, nonché coreografa. Un grandissimo incentivo». E a memoria delle tante produzioni del Teatro della Tosse in grandi spazi, tra borghi, castelli, piazze e bastioni, Enrico Campanati, « testimone di tutti i nostri allestimenti fuori del teatro», Pietro Fabbri e Susanna Guzzetti «interpreti che conoscono bene le dinamiche di una recitazione che non ha niente a che fare con quella da palcoscenico», ricorda Amedeo Romeo, direttore artistico della Tosse.

La struttura: 9 scene che hanno richiesto un impegno di materiali tecnici che solo grazie alla collaborazione di Teatro Stabile e Carlo Felice è stato possibile realizzare. «Questo spazio è meraviglioso per la sua vuotezza, è uno spazio molto diverso da tutti quelli su cui la Tosse si è provata nella sua storia, tutti carichi di vissuto. Orfeo mi è venuto subito in mente per questo spazio, perché uno degli elementi più costanti è la sua solitudine. Gli esseri umani sono molto piccoli in questo spazio. Sarà molto chiaro che questo vuoto è parte della drammaturgia. Tornando alla struttura, lo spettacolo è itinerante, ma non a quadri. Questa volta chiediamo al pubblico di entrare dentro lo spettacolo e le scenografie. La vuotezza dello spazio deve rimanere, ci sono elementi scenici e luci che scolpiranno lo spazio, ma il vuoto dovrà far parte dell'esperienza».

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