Genova Venerdì 22 aprile 2016

Rosa Matteucci: «Ecco la mia costellazione familiare»

Rosa Matteucci

Genova - Non è una donna facile Rosa Matteucci, ma ogni volta che leggi un suo romanzo la perdoni. Eccome, se lo fai. Da poco più di un mese ha mandato in libreria Costellazione familiare (Adelphi), un romanzo che si legge in un soffio, anche se è ricco di parole colte, termini arcaici e frasi in lingue straniere, contro le quali a volte si coccia un po'. Che non intralciano mai la narrazione però.

La protagonista, alter ego della scrittrice, va a finire in una specie di palestra dove i partecipanti all'incontro mettono in scena se stessi, sotto la guida di un santone improvvisato. Quando tocca a lei, fa scintille.

Così il lettore vede passare davanti a sé i fotogrammi più intimi della vita della narratrice. Non è che racconti grandi cose: si avventura nei dettagli del rapporto con la madre, che la nutriva solo di letture, descrive con precisione i tanti cani che hanno tenuto compagnia alle loro vite solitarie. Per le sacre bestiole c'era sempre qualcosa da sgranocchiare, ma la mamma spesso si dimenticava di cibare la figliola, portandola sulla strada dell'anoressia. Certi passaggi dove si descrive il desiderio di cibo, mi ricordano alcuni brani del romanzo "Fame" di Hamsun. Una madre che forse non voleva esserlo. E che comunicava con la figlia attraverso l'amore per i suoi cani. Era continuamente preoccupata che si annoiassero, per cui la protagonista è diventata schiava delle esigenze e dei ritmi del "canetto" Leporì. Tanto che anche lei, a volte, si sente un cane, con nessuna offesa perché Rosa non fa tanta differenza tra umani e animali, come me d'altronde. Esilarante è la descrizione di quando, durante un temporale, mentre la mamma è ricoverata, si nasconde sotto il letto con Leporì.

Poi il padre, un capitolo a parte, una specie di Tommaso Landolfi, scrittore raffinato, che tra l'altro ha diverse cose in comune con la scrittura di Rosa Matteucci. Prima di morire in un incidente d'auto, papà butta via tanti soldi nelle scommesse e nei casinò, gettando la famiglia sul lastrico. Arriva anche a rubare i gioielli di famiglia. La mamma ossessionata dai cani e il papà dal gioco. Una genealogia aristocratica allo sfascio, il peso degli avi sulle fragili spalle dell'io narrante.

E poi l'amore incurabile della protagonista per la madre malata, che accompagna giorno dopo giorno in una lenta agonia verso l'incontro con la morte. Si sente in colpa perché mamma vorrebbe andarsene via, morire, e non essere curata. Ma lei, invece, la fa ricoverare, anche se si sorprende a pensare ai vari modi in cui potrebbe condurla dolcemente all'estremo passo. Scrive Matteucci: "Dopo la tumulazione io e il cane ci asserragliammo per quaranta giorni dentro casa". Un modo estremamente coerente per elaborare il lutto.

Matteucci trova un modo originale per datare gli eventi che racconta, li scandisce per accadimenti storici, facendo cenno ad esempio all'avvento di Mrs. Thatcher o all'uscita nelle sale della "Dolce vita" di Fellini, oppure all'avviso di garanzia per Pilitteri e Tognoli.

Non è tanto la trama a tenere il lettore legato alla pagina, ma il linguaggio, il tono dell'incedere, la sferzante ironia. Gli episodi che descrive rimangono stampati nella memoria di chi legge. Credo sia una scrittrice rara nel panorama letterario italiano contemporaneo Rosa Matteucci.

L'INTERVISTA

Nei momenti di massima tensione narrativa, trovi spesso il modo per abbassare il livello, con un affondo ironico, rendendo leggero il tragico con sbalzi linguistici, tipo quando racconti che dopo la morte del padre giocatore, la protagonista e la mamma possono finalmente tenere il portafoglio in bella vista. Il lettore sta quasi per piangere e invece approda a una sonora risata: «Non so definire quest'arte – commenta Rosa - posso avanzare l'ipotesi che discenda dal mio non prendermi mai troppo sul serio, dal praticare una forma segreta e intima di modestia, dal rifuggire dalla superbia e dall'ignoranza (da cui ovviamente non sono scevra)». Uno dei punti fermi e che torna spesso nel tuo procedere letterario è la famiglia. Quasi un'ossessione narrativa: «Non ritengo sia un'ossessione, è una cifra, un tramite per raccontare le mie fantasie e i miei sogni. Del resto tutti gli scrittori raccontano sempre la stessa storia fondata sullo stesso argomento, declinata da differenti punti di vista, ciascuno ha il suo karma».

Credo che tu abbia molto coraggio a descrivere così il corrodersi del corpo, soprattutto di un genitore. Da dove prendi questa forza?

«È il frutto di un onesto e pietoso osservare sopratutto me stessa e quindi anche l'altro».

Quanto la protagonista rappresenta l'autrice?

«Negli aspetti più terra terra e volgari rappresenta in pieno me stessa, per quanto attiene ai sentimenti più profondi ed elevati incarna quello che non sono e vorrei essere».

Perché una figlia rimane così affezionata e devota ad una madre che in fondo un po' l'ha trascurata?

«Una figlia rispetterà e amerà per sempre sua madre, non ho mai pensato che mia madre mi abbia trascurata, non mi ha dato granché da mangiare, che ben potevo procacciarmi il cibo da me, piuttosto mi ha infuso una rara educazione intellettuale per una femmina».

Nei tuoi romanzi si parla spesso di soldi che mancano, ma cosa vuol dire per te essere poveri o essere ricchi?

«Il povero è chi non ha il coraggio di guardarsi dentro, di interrogarsi, di riconoscere e tentare di correggere i suoi errori. È povero l'egoista, chi non sa chiedere scusa, chi non sa dire grazie, chi non sa offrire le cose con il cuore. Il ricco è l'esatto contrario».

Quali sono i libri per te più importanti che hai letto, trovandoli nella biblioteca di famiglia?

«Ne ho letti tanti, fatico a ricordare cosa ho letto. Ho letto tanto perché mia madre mi ha insegnato che leggere ti salva la vita. E così è stato. I libri che stavano in casa erano dei miei familiari, degli antenati, di quelli vivi. Da ragazzina leggevo già Zola e Balzac, i russi».

Spesso usi termini e parole sconosciuti anche alle persone colte. Hai una ricchezza di linguaggio straordinaria. Da dove ti deriva?

«ll linguaggio che uso discende dall'educazione che ho ricevuto e dai libri che ho letto, ma che non mi ricordo».

Cosa rappresentano i cani per Rosa? Il rispetto che hai per loro pare sia lo stesso che in genere si ha per gli umani, è vero?

«I cani sono i fratelli miei, dovrebbero essere iscritti nello stato di famiglia. Avere il decoro di un cimitero. Mia madre mi ha sempre detto che chi non ama i cani non ama nemmeno gli esseri umani. Ma non amo soltanto i cani, che mi sono i più familiari, amo e rispetto tutti gli animali indistintamente: non mangio esseri che sono stati vivi e che hanno avuto una madre e gli occhi. Mai. Non sopporto gli animali prigionieri, negli zoo e nei circhi, non sopporto l'idea che gli animali siano sfruttati, torturati e infine uccisi.

Hai un cane-fratello ora?

«Non ho un cane perché dopo la vicenda di Lepic o Leporì, così come lo chiamo in costellazione familiare, mi è intollerabile l'idea di veder morire, un giorno, il mio cane. Così mi accontento di intrattenermi con i cani degli altri. Penso che questo blocco mi derivi dal fatto che nella mia vita ho sofferto troppo, cosicché non ho più riserve di sopportazione del dolore, soprattutto per esseri sempre innocenti e inermi come sono i cani».

Come ti capisco, anche io vivo la stessa cosa, dopo la morte della mia gatta Maggie 19enne. E poi ho smesso ti mangiare carne per gli stessi motivi.

Ora vivi a Genova e nel romanzo racconti anche in cosa ti imbatti quando porti a spasso nei vicoli il cane della vicina, facendo la dog-sitter. Perché hai deciso di trasferirti qui, cosa ti ha folgorato di questa città?

«Sono 17 anni che ci vivo. Anche se spesso vado a Orvieto dove sono nata, trovo questa città adorabile nella sua decadenza e sciatteria. Nelle sue lacune intellettuali, nel suo snobismo dogaresco, nella sua tirchieria, nel suo accorato campanilismo calcistico, nei suoi contrasti. Il movente che mi portò qui nel marzo del 1999 ha un nome e un cognome».

In questi ultimi anni c'è un fiorire di scrittrici a Genova, perché secondo te?

«Che vi sia un rinascimento letterario femminile nell'asfittica città di mare è meraviglioso. Ne sono lieta e fiera. La causa va forse ricercata nella profezia di Guenon sul kali-yuga (definizione induista per apocalisse)».

Hai collaborato con artiste come Stefania Galegati, come ti senti collocata all'interno del mondo dell'arte contemporanea?

«Una collaborazione che mi ha riempito di gioia, è stata un'esperienza unica, che tentiamo di ripetere il più spesso possibile, finora abbiamo realizzato 4 installazioni, lei disegna e io scrivo».

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