Libri Genova Libreria Feltrinelli Martedì 12 aprile 2016

Sara Rattaro: nel nuovo libro racconta l'amore che fa male

Un aparte della copertina del libro Splendi più che puoi, di Sara Rattaro

Mercoledì 13 aprile, ore 18, presso la libreria Feltrinelli di Genova, Sara Rattaro presenta il suo nuovo romanzo, Splendi più che puoi (2016, Garzanti Libri, 16.40 Euro). Con l'autrice interviene Emanuela Ersilia Abbadessa.

Genova - Solo nel 1956 la Corte di cassazione ha deciso di abolire lo ius corrigendi, secondo cui al marito spettava il diritto di colpire la moglie che, a suo personalissimo giudizio, aveva commesso errori nell’educazione dei figli.

«La prego, mi lasci salire. Sono senza soldi, ma ho bisogno di aiuto.»
L’uomo al volante ha sgranato gli occhi guardando quella che doveva sembrargli una mendicante. Mi ha fatto un cenno con la testa e sono salita sulla corriera. Era l’alba e quella era la prima corsa, quella delle sei. Aveva iniziato a nevicare e faceva davvero freddo.

Mi sono seduta dove lui mi potesse vedere.
«Signora, sta bene?»
«Non lo so…»
Arrivati nella piazza del paese, sono scesa. L’ho ringraziato e mi sono messa a camminare alla ricerca di un luogo dove potessi nascondermi. Era troppo presto per stare in giro da sola. Avrei dato nell’occhio e avevo bisogno di un riparo. Ho trovato una palazzina in costruzione e mi sono infilata dentro il cantiere. Ho trovato una sedia. Mi sono chiesta perché non mi venisse da piangere e l’unica spiegazione era che non mi sentivo disperata come avevo immaginato. Avevo finalmente le idee chiare.

Ho aspettato fino a quando le campane della chiesa hanno suonato le otto, e mi sono avvicinata all’uscita. Ho chiamato una signora che stava passando sulla strada.
«La prego, mi aiuti», ho detto avvicinandomi con le mani alzate perché non pensasse che volessi farle del male. «Ho bisogno di fare una telefonata. Può darmi degli spiccioli?»
Il suo sguardo era stupito.
«Ho un problema enorme e ho bisogno d’aiuto», ho aggiunto, come se non fosse già abbastanza evidente dal mio stato. Avevo un maglione scuro, i pantaloni di una vecchia tuta e un paio di ciabatte. Era la vigilia di Natale e in montagna si gelava.

Sono entrata nel bar della piazza e ho infilato i soldi nel telefono, incurante degli sguardi della barista.
«Sono io… sì sto bene… ora ascoltami, o vado direttamente dai carabinieri e denuncio anche voi… Ti aspetto tra un’ora in chiesa. Se non fai quello che ti dico, questa volta finite nei guai.»
La ragazza al banco mi guardava come se avesse visto uno spirito.
«Ti faccio un caffè», ha mormorato. Io ho annuito e mi sono avvicinata. «Non ti posso pagare.»
«Non ce n’è bisogno. Offre la casa…»

«Emma!» La voce di mio cognato Vittorio riecheggiò in tutta la navata mentre ero assorta a osservare il crocefisso sopra l’altare, nella chiesa del paese in cui vivevo da cinque anni.
Mi stavo rendendo conto che in tutto quel tempo ci ero entrata molto di rado, così poco da non sapere neppure descriverla. Chissà, magari se mi fossi fatta viva un po’ più spesso, forse le cose sarebbero andate diversamente.
«Stai bene?»
«Sì, sto bene.»
«Ma cosa è successo?»
La sua ipocrisia aveva i tratti forti di chi se la porta dietro da troppo tempo per accorgersi di averla dentro.
«Sono scappata.»
«Ti ha picchiato?»
«Questa volta no», ho risposto fissandolo negli occhi. Lui ha aperto la bocca come se volesse dire qualcosa, per poi chiuderla senza offendere ulteriormente la mia intelligenza.
«Ora andiamo», ho ordinato.
«Dove?»
«A casa tua.»
«E Marco?»
«Non ti preoccupare. Starà ancora dormendo. Gli ho dato del sonnifero…» ho assicurato mentre mi avvicinavo alla porta.
«E la bambina?»
«È tranquilla, Marco deve solo scaldarle il latte. Se tu farai esattamente quello che ti dico, andrà tutto bene.»
Vittorio ha messo in moto e mi ha portato via da quel posto che avevo imparato a odiare, e nel quale non sarei mai tornata. Guardavo la mattina illuminarsi mentre attraversavamo una campagna che, se non l’avessi vista con i miei occhi, sarebbe sembrata meravigliosa.
Dopo poco più di un’ora eravamo nel suo salotto. Anna, sua moglie, mi guardava con aria fintamente dispiaciuta, più per il timore che la situazione le fosse sfuggita di mano che per il mio aspetto dolorante.
«Vittorio, devi telefonare a tuo fratello. Deve sapere che mi hai trovato e che ora sono tuo ostaggio. Digli che sono legata e che lui mi deve venire a prendere, perché tu non mi vuoi in casa tua. Ricordati di chiamarmi poco di buono o puttana o quello che vuoi…»
«Cosa?»
«Devi fare quello che ho detto, o vi porto tutti in tribunale per omissione di soccorso.»
Loro sapevano, e non avevano fatto nulla per aiutarmi. Non sapevo se questo avrebbe davvero avuto un peso legale, ma certamente avrebbe incrinato la perfetta immagine pubblica a cui la famiglia di mio marito teneva tanto. Ho colpito nel segno.

«Emma, non possiamo ragionare?» ha provato a intervenire Anna.
«Ragionare? Io ho vissuto l’inferno! Sentiamo: su cosa vuoi ragionare? Sulla vostra assenza? Sul fatto che non vi siete mai preoccupati di sapere dove fossimo? O sul fatto che per voi era un sollievo che ci fossi io a farmi menare al posto vostro? Ora le regole le decido io.»

Ho guardato Vittorio negli occhi mentre, al telefono, cercava di sostenere la parte che gli avevo insegnato in pochi minuti. Troppo pochi perché non ci fosse del talento.
«Ha detto che arriva subito.»
«Bene. Abbiamo più o meno un’ora.»
Ho ordinato ad Anna di andare a chiamare tutti gli altri parenti che vivevano nella stessa scala e di radunarli in salotto. Dovevano essere tutti presenti. Dovevano rendersi conto di quello che era Marco e assumersi le loro responsabilità. Nessuno, e per nessun futile motivo, avrebbe dovuto far fallire quel piano così perfettamente architettato. Erano tutti lì, un pugno di persone che mi fissavano incuriosite.

«Quando arriverà, voi sarete tutti nascosti.»
«Ma perché nascosti?»
«Perché dovrà pensare che in casa ci siano solo Vittorio e Anna. Vi ho fatti scendere perché è meglio avervi tutti sotto controllo. Poi dovrà trovarmi legata a una sedia.»
«Legata?» ha chiesto Maria Elena, l’altra sorella.
«Sì, legata! Tuo fratello è un pazzo, e per fermarlo dobbiamo giocare con le sue regole! Non si muoverà mai da casa se non è sicuro che siete tutti dalla sua parte. Sai, persino lui pensa che siete degli stronzi. Così crederà che non lo state fregando!» ho risposto guardandola fissa negli occhi, perché avesse la certezza che non stavo scherzando.

«Anna, appena entra in casa, tu afferri per mano mia figlia, ma senza spaventarla, mi raccomando, e la allontani con la scusa di andare a trovare i suoi cuginetti. Portala al piano di sopra a casa di tua sorella. Non voglio che veda nulla.»
Lei ha annuito.
«Vittorio, tu devi preparargli un caffè e metterci dentro questi», e ho allungato a mio cognato una boccetta di Roipnol e una di Serenase.
«Cosa sono?»
«Ansiolitici.»
«E se gli fanno male?»
«Non ti preoccupare… nel caso, sarà tutta colpa mia.»
Gli ho indicato la dose esatta da sciogliere nel caffè e gli ho ordinato di accendere sia la lavapiatti che la lavatrice: il rumore avrebbe coperto i movimenti degli altri presenti in casa.

«Ma perché tutta questa messinscena? È una cosa ridicola, assurda!»
«Vi sto offrendo la possibilità di allontanarlo da me per curarlo. Se vado alla polizia vi posso rovinare, voi sapevate cosa stava accadendo. Io ve l’ho fatto sapere. Ora ve lo restituisco. Da questo momento il problema è anche vostro!»
Poco dopo ho telefonato a Tommaso, il mio ex fidanzato, e gli ho chiesto di raggiungermi accompagnato dal dottor Scavi, lo psichiatra con cui mi aveva messo in contatto qualche tempo prima.
Quando mio marito è entrato in casa, era tutto pronto.
Anna ha preso dolcemente Martina per mano e l’ha portata via, i suoi fratelli erano chiusi in camera da letto e io seduta con le mani legate dietro la sedia.

«Dove credevi di andare?»
«Perdonami», ho risposto con l’aria dolente.
«Ora ti porto a casa e facciamo i conti!»
«Ti giuro che non lo farò più.»
Ho lanciato un’occhiata rapida a mio cognato che ha capito di dover intervenire con la sua parte.
«Siediti, Marco. Calmati. Ti preparo un caffè e dopo potrete ripartire.»
Mio marito non ha risposto. Mi fissava e continuava a ripetere le stesse frasi.
Poco dopo aver bevuto, la sua espressione era rimasta stranamente invariata.
Quando hanno suonato alla porta, è balzato in piedi, nervoso.
«Chi è? Aspetti qualcuno?» ha chiesto a suo fratello.
«No, sarà il postino o la vicina, stai tranquillo», ha risposto mio cognato, ormai attore consumato in quell’assurda messinscena.

Appena Tommaso e il dottor Scavi sono entrati nella stanza in cui io ero legata, mio marito si è accorto dell’inganno. Insieme a loro c’erano un medico e due infermieri. Marco, accecato dall’ira, ha preso una sedia con l’idea di lanciargliela contro, ma gli infermieri, piuttosto robusti, lo hanno immobilizzato torcendogli le braccia.
«Ha appena ingerito del Serenase e del Roipnol», ho urlato io per paura che gli dessero un’altra dose di sonnifero, che avrebbe potuto essergli letale. Le sue forze stavano venendo meno, e così anche tutti gli insulti che ci stava rivolgendo.

«Questa volta ho vinto io», ho detto lasciando cadere la corda sul pavimento e alzandomi dalla sedia.
«Chiamate i vigili. Dobbiamo portarlo in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio.»
Mi ero appena salvata.

Ho fatto certe scelte, per salvare la mia famiglia, con la stessa convinzione con cui Marco desiderava distruggerla.

© Sara Rattaro, 2016
Published by arrangement with Meucci Agency – Milano

© 2016, Garzanti S.r.l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

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