Rabbia e conflitti familiari nella drammaturgia di Giampiero Rappa - Genova

Teatro Genova Teatro del Ponente Giovedì 3 marzo 2016

Rabbia e conflitti familiari nella drammaturgia di Giampiero Rappa

Giampiero Rappa, autore, interprete e regista di Nessun luogo è lontano
© Manuela Giusto

Genova - Nessun luogo è lontano è il titolo, nella versione italiana, di un romanzo molto apprezzato di Richard Bach (There's No Such Place As Far Away, 1976), scrittore a molti noto per Il gabbiano Jonathan Livingston. Il drammaturgo e attore di origine genovese, Giampiero Rappa si è appropriato di questo titolo per il suo ultimissimo lavoro. «Questo testo è il frutto di un lungo percorso dalla prima all'ultima stesura, durato anni e conclusosi solo a ridosso del debutto il 5 febbraio 2016 a Roma. Ci ho lavorato senza fretta per varie ragioni: stavo affrontando motivi che mi riguardavano troppo da vicino, o temi con cui dovevo ancora pacificarmi. E poi, sono abituato a scrivere per tanti personaggi qui invece ne ho solo tre. Il titolo è stato difficile, l'ho cambiato mille volte, ma nessuno mi convinceva. Un giorno ho trovato in casa il libro di Bach. Non l'avevo mai letto ma ho subito pensato che era quello il titolo che stavo cercando. Così l'ho rubato».

Dal testo alla scena, Rappa è autore, interprete e regista di Nessun luogo è lontano: «Non doveva andare proprio così, ma poi in prova tutti dicevano ma questo personaggio sei proprio tu. Alla fine ho mollato». Accanto a lui sul palco Valentina Cenni e Giuseppe Tantillo, al Teatro di Villa Duchessa di Galliera, venerdì 4 marzo, ore 21, per la stagione del Teatro Cargo.

Rappa non puo non citare un altro elemento portante di questa nuova produzione (la prima non 'targata' Gloriababbi): «La regia è mia, ma non avrei mai potuto farcela senza l'aiuto di Alberto Basaluzzo, attore e aiuto-regia che mi ha permesso con la sua generosità di guardare al testo dall'esterno, specie sostituendomi durante le prove per il mio personaggio».

Una baita, uno scrittore che si è rintanato in montagna, una giornalista, il nipote dello scrittore, ecco gli elementi centrali della pièce. Tre personaggi il cui legame all'inizio è del tutto inesistente, poi man mano che la vicenda si svolge, dai dialoghi emergono frammenti di vissuto, che accomunano le tre figure fino quasi a formarne un'unità. «Silenzi tra personaggi, scatti d'ira e momenti di ironia costituiscono i salti di registro su cui è costruito il play, che passa da un primo momento di mistero fino alla fase finale in cui si arriva al dramma e i tre sembrano quasi una famiglia».

Il personaggio che a un certo punto ha determinato la svolta nella scrittura è stato quello della giornalista: «Inizialmente era una ragazza che andava a incontrare lo scrittore per la sua tesi di laurea e tra i personaggi c'era anche la sorella dello scrittore, che ora compare solo sotto forma di programma radiofonico sulla psicologia dedicato alla rabbia». Un tema che la psicologa Monica Morganti ha affrontato nel suo lilbro Come gestire la rabbia, citato anche nel testo: «secondo la studiosa è un tema sempre più forte e urgente tra i pazienti. Anche senza essere degli esperti è chiaro che si va avanti un po' tutti come matti rimandando le preoccupazioni e creando un crescendo di frustrazione che non potrà che scoppiare ad un certo punto». Tornando alla giornalista: «Mi sono ispirato a un'amica, Barbara Schiavulli, un'amica inviata che è stata in Afganistan, a Bagdad, in Palestina. Lei mi ha aiutato molto anche raccontandomi i lati scuri del suo mestiere e le difficoltà e le meschinerie della professione e del settore».

Quale storia volevi raccontare quella di uno scrittore deluso, tradito come uomo o professionista o altro? «No, non mi interessava raccontare di uno scrittore. È soltanto un archetipo di un mondo che lui ha rifiutato. Il suo desiderio di isolamento è un sentimento che molti spettatori mi hanno confessato di condividere e che sembra strano in un tempo come il nostro in cui si direbbe sia la tendenza opposta a vincere, quella di essere sempre connessi, no?».

Tutti i personaggi infondo in questo dramma fuggono da qualcosa e forse da se stessi? «Sì, il nipote scappa da scuola e da un episodio di bullismo. La giornalista vive fuggendo, perché in realtà è un'inviata di guerra che sostituisce la collega addetta ai servizi sulla cultura. La baita diventa il luogo del confronto».

Nostalgia di Genova? Come si sta a Roma? «Sempre peggio, è una città sempre più difficile da vivere, specie con bambini. Amo più la Liguria e da quando ci torno con mio figlio di 5 anni, che ne è affascinato, la guardo con altri occhi e l'ho riscoperta: ogni volta rivedo la pace che qui a Roma non ho. Culturalmente la capitale ha toccato il fondo, tutto il contrario di Milano».

E del nuovo decreto ministeriale che rivede la distribuzione del Fus e riorganizza il sistema teatro, che ne pensi? «Al di là del se funzionerà, una cosa sta succedendo di cui non si parla abbastanza: molte compagnie non stanno ricevendo i fondi che erano stati promessi e non riescono più ad andare avanti, ma non riescono neanche a ribellarsi. Sono saltate tournée, spettacoli e ci sono compagnie e teatri che chiudono. Nessuno però reagisce e non si capisce perché. C'è ancora tanto da discutere e ci vuole un vero confronto tra tutte le parti: siamo in un paese che somiglia a un malato a cui sale piano piano ma inesorabilmente la febbre, questo continua a camminare ma pian piano la febbre sale sempre più fino a quando barcolla, cede perché non riesce più a stare in piedi. È triste e sconcertante».

(visto al al Teatro Villa Duchessa di Galliera per la stagione del Teatro Cargo nel marzo 2016)



Nessun luogo è lontano

di Giampiero Rappa
regia Giampiero Rappa
interpreti Antonio BannòAlice Ferranti, Giampiero Rappa
produzione Argot

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