Genova Giovedì 7 gennaio 2016

I miei vent'anni nei caruggi: le graziose e un mondo che non c'è più

Una ragazza in giro per la città vecchia di Genova, oggi
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Genova - Metti una studentessa ventenne in centro storico a Genova nella seconda metà degli anni Ottanta, in un vicolo nascosto. A pochi passi da via Garibaldi, Strada Nova, con i suoi palazzi un po' cadenti, non ancora rimessi a nuovo, non ancora patrimonio Unesco.

Vico Angeli corre giù in discesa, non c'è nessun negozio, in strada solo loro, le mie amiche puttane, o le graziose, come le chiamava De Andrè. Non c'è voluto molto per conquistarle.


Ho appena preso possesso della piccola soffitta scrostata, sto pulendo il terrazzino, l'acqua scivola abbondante nella grondaia. Da quassù il panorama sulla città vecchia è mozzafiato e le rondini garriscono intorno, mentre il sole mi riscalda le ossa.

Sento urlare nel vicolo e mi affaccio. Dalla finestra del terzo piano spunta la faccia del signor Banelli, un anziano signore, che fa anche l'amministratore del mio palazzo. Laggiù in fondo al vicolo una robusta signora, mani intorno ai fianchi generosi, sta urlando, con uno spiccato accento genovese, indicando il mio terrazzino: «Banelli, dica un po' a quella stronza che è appena arrivata, che mi ha fatto la doccia. Belin, non c'è limite al peggio».

Scopro che la grondaia ha dei buchi, sembra le abbiano sparato con un bazooka. Rientro in casa dubbiosa, e ho un'illuminazione. Odio non andare d'accordo con i vicini e le vicine. Sono appena arrivata e, lavando il terrazzino, ho innaffiato le signore che battono nel vicolo. Scendo le scale di corsa, raggiungo la tipa tutta fradicia, che pare essersi un po' calmata: «Scusi, sono davvero dispiaciuta. Ma la grondaia è rotta, non me ne ero accorta. Non lo sapevo. Cosa posso fare per rimediare?».

«Va beh Ninin – mi risponde – sono così spilorci che neanche la grondaia aggiustano. Non è colpa tua, ma mi dovevo sfogare o no?».


Me la sono conquistata, non c'è voluto molto. Era Lucia, la capa del vicolo; aveva tante ragazze negli appartamenti all'interno dello stabile vicino, 50mila lire per la ragazza e 50 per lei, così si dividevano gli introiti. Con gli anni è diventata la mia portinaia, ritirava la posta e la scheda elettorale, mi regalava mobili antichi di cui non sapeva cosa farsene. Anche di valore.


Sono le cinque, sto rientrando da lezione. Un pomeriggio noioso, a vagare tra un corso e l'altro. Un uomo si imbuca dietro di me, e sento la Lucia che urla come una matta: «Ehi brutto porco, non vedi che quella ragazza è bella come il sole? Ma mettiti un paio di occhiali. Ti pare che è una che viene con te? Ma non la vedi? È una studentessa. Solo noi ci veniamo con te, perché ci paghi, brutto come sei. Hai capito? Stai attento, comportati bene, se no in questo vicolo non ci metti più piede».

Mi ci ero affezionata alla Lucia. Era bello tornare e trovarla sempre lì, seduta sulla seggiola sbrecciata, con alla sinistra il suo aiutante, il braccio destro, un uomo maghrebino, arrivato in Italia molto prima della grande immigrazione dal Nord Africa. Stava sempre zitto, era magro e allampanato e ubbidiva alla Lucia, trattandola come una regina. Alla destra invece sedeva la Carlona, un donnone basso e barbuto, la sua tuttofare.

Sono in casa, sento girare la chiave, è Paul, il mio fidanzato inglese. Stravolto, con la faccia paonazza: «Laura, mi è successa una cosa allucinante – dice nel suo inglese posh – sai quelle signore che stanno sedute nel vicolo? Una di loro mi ha invitato ad entrare, non capivo una parola, credevo volesse parlare, offrirmi un tè o un caffè, ma appena sono entrato ha cominciato a spogliarsi, sono fuggito via, c'era anche una fuori che urlava come una matta, non ho capito niente. Ma sono mica prostitute le signore lì sotto?». Mamma, gli inglesi: «Ma certo Paul, non te l'ho detto, ma era evidente!». «Evidente per niente - ribatte lui - anche in Grecia ci sono le signore fuori dall'uscio, ma mica sono prostitute. In tutti i Paesi Mediterranei è così». Me ne sono fatta una ragione.

Ora stiamo uscendo dal portone, Paul ed io, la Lucia mi urla: «Laura, vieni un po' qua!». La raggiungo: «C'ho i capelli dritti, sono fuori di me, la vedi quella nuova che è arrivata e ha il magazzino dall'altra parte del tuo portone? Ha adescato il tuo amico straniero. Le ho appena fatto un cazziatone. Che non si permetta più – urla sperticandosi nella direzione della nuova arrivata – i tuoi amici sono intoccabili. Mai era successa una cosa simile». Nel frattempo la nuova inquilina del vicolo si era sbarrata dentro. «Perché i tuoi amici con noi non ci vengono. Tu e le tue amiche appartenete ad un mondo diverso, lo devono capire. Ci vuole ordine e disciplina qui». «Mica come quella puttana che abita al terzo piano del civico 8 – continua Lucia, baldanzosa e battagliera, indicandone la finestra – che si crede chissà chi, ci tratta sempre male, con superiorità. Sai, una volta ci ha pure buttato i preservativi dalla finestra, lo sappiamo che li dobbiamo usare. Lavora alla Usl, fa l'impiegata, ma chi si crede di essere che sta con un uomo sposato, lo sappiamo bene noi, che prima di andare su, fa sempre sosta qui. Si vede che mica lo soddisfa».


Sento ancora l'eco del suo vocione nelle orecchie, condito anche un po' dalla fantasia. Nel vicolo, oltre alla Lucia e alle sue ragazze che lavoravano negli appartamenti, c'erano anche altre donne che battevano, direttamente sulla strada. Erano indipendenti o gestite da qualche magnaccia, non l'ho mai capito. Oltre alla nuova arrivata, che in seguito girava alla larga da tutti i miei amici, c'era anche un'altra signora, con una storia davvero commovente, che proprio lei mi ha raccontato. Avrà avuto quaranta, cinquant'anni, faceva la vita da troppo tempo. Si affacciava sul vicolo, fuoriuscendo un po' dalla penombra, sempre con i jeans attillati e i seni bene in evidenza. Aveva messo al mondo due figlie, una si era appena laureata in ingegneria e stava facendo pratica presso uno studio e l'altra era commessa in un negozio importante della città: «Quando andiamo tutte e tre a fare compere, loro vanno avanti e io le seguo, e guardo quello che fanno. Non voglio che nessuno sappia che sono figlie mie, le ho mantenute agli studi e ora che si stanno sistemando, non voglio che tutto si rovini. Appena anche la seconda viene assunta, mi levo dalla strada».

Voci che si perdono nella storia millenaria dei vicoli genovesi, ma io volevo fermarle e scriverne, perché vanno ricordate queste voci. Io le sento ancora, oggi che tutto è cambiato. Voi?

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