Teatro Genova Domenica 10 maggio 2015

Vent'anni di Mises en espace allo Stabile

Athol Fugard, drammaturgo, attivista politico, docente di drammaturgia a University California

Genova - L'anno scorso è andato in scena a Londra, a 82 anni, per l'ultima volta. Dopo 15 anni senza recitare, è salito di nuovo sul palco per il suo testo più recente The shadow of the Hummingbird. Athol Fugard, drammaturgo, attivista politico contro l'apartheid, scrittore, sceneggiatore, attore e regista sudafricano riconosciuto in tutto il mondo, definito "a Legend" con la lettera maiuscola, è tra gli autori dei testi mai presentati in Italia e selezionati per la consueta Rassegna di Drammaturgia Contemporanea che chiude il cartellone dello Stabile di Genova - dal 13 maggio al 18 luglio - al Teatro della Piccola Corte - un anfiteatro appositamente predisposto sul palco del Teatro della Corte.

Eccoli dunque per date e titoli, tutti i testi in scena dalla prossima settimana: da mercoledì 13 a sabato 23 maggio 2015 in scena Due (Two in origine To, 1989) di Jim Cartwright; dal 27 maggio al 6 giugno una drammaturgia di Athol Fugard Il canto della valle (Valley song, 1996); ancora un testo britannico Codici cifrati (Ciphers, 2013) di Dawn King, in scena dal 10 al 20 giugno; quindi Sangue amaro drammaturgia originale di Mariagrazia Pompei (anche interprete) e Valerio Marini, dal 24 giugno al 4 luglio e, infine, a chiudere la rassegna, dalla Svezia, Apatia per principianti (Apatiska for nyborjare, 2011) di Jonas-Hassen Khemiri, in scena dall'8 al 18 luglio 2015 - tutti gli spettacoli cominciano alle 20.30.

Giunta alla ventesima edizione, la rassegna torna a presentare 5 mises en espace come già nelle edizioni del 2008 e nel 2009 (la prima edizione del 1996 ne aveva 4, tutte le altre 3), allungando però la tenuta di ogni spettacolo (10 giorni per ognuna) e portando le serate ad ingresso a pagamento. Una novità quest'ultima che il neo-direttore Angelo Pastore condivide appieno seppure eredità della precedente gestione: «Si tratta di una decisione maturata prima del mio arrivo, comunque personalmente sono contrario alle cose gratuite. C'è del lavoro dietro questi spettacoli: sono deciso anche a bandire il termine mises en espace, che rischia di sminuirne la portata artistica nonostante la meticolosa cura nell’interpretazione critica del testo e nel lavoro degli attori. Il nostro è un teatro di produzione che, al di là di ogni etichetta, lavora come teatro nazionale a tutti gli effetti e mi fermo qui, perché ho dichiarato da tempo il silenzio stampa sulla questione. Ribadisco che l'impegno sulla produzione per noi è una priorità e verrà dunque ulteriormente sviluppato. La nostra ambizione è di esportare quanto si produce in altri teatri o entrare nei calendari di alcuni festival - ci stiamo lavorando e il 18 giugno 2015 presenteremo appunto la nostra nuova stagione 2015-2016. Il prezzo richiesto per il biglietto di questa rassegna è volutamente basso - 5 euro oppure 15 euro per l'abbonamento - ma rappresenta anche un segnale. In generale penso che la cultura debba essere a pagamento».

Certo dopo vent'anni di gratuità il pubblico resterà sorpreso anche perché sono stati ventanni di ottima cultura comunque. D'altra parte questa scelta e le parole di Pastore fanno intravedere in questo intervento una volontà di convogliare progressivamente maggiori risorse verso questa rassegna, incidendo su queste mises - ops produzioni 'povere' - e chissà magari premiando maggiormente le forze artistiche di volta in volta coinvolte (registi, drammaturghi, interpreti) senza snaturare quell'essenzialità che ne contraddistingue l'identità tanto apprezzata in questi anni. Val la pena ricordare che nel tempo alcune mises en espace sono state trasformate in produzioni inserite nel cartellone ufficiale e magari riviste dal punto di scenografico e un maggior impegno di risorse. Mentre invece, nel 2014 tre mises en espace di edizioni passate, proprio così com'erano nate, ovvero Sempre insieme (2001), Fratelli di sangue (2013) e La lotta nella stalla (2013), sono state in cartellone al Teatro Elfo-Puccini di Milano dove hanno chiuso la stagione della Sala Bausch dal 3 al 21 giugno 2014. La prima tournée delle mises.

L'altra novità della ventesima stagione è legata alla durata. I cinque lavori staranno in scena dal mercoledì al sabato successivo per 10 giornate di repliche. Senza contare che questo porta ad allungare di parecchio la stagione del Teatro Stabile che, con questa coda, arriva eccezionalmente fino al 18 luglio. A monte ragioni varie, alcune contingenti, come ha ricordato l'assessora a cultura e turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla: «È inserita come rassegna principe tra gli eventi di Genova per Expo 2015 perché di respiro internazionale, per i contenuti culturali, e per il periodo ampio abbastanza da rappresentare una bella attrattiva».

Alcune altrettanto contingenti. Allungare la tenuta degli spettacoli in cartellone - e in questo caso particolare - portarli ad ingresso a pagamento (dunque riconoscibili come vere e proprie produzioni con relativi borderò) rientra invece nelle nuove direttive ministeriali della riforma del FUS del MiBACT relative ai profili dei Teatri Nazionali su cui Angelo Pastore e tutto lo staff, come afferma lui stesso, continuano a lavorare nonostante lo Stabile di Genova sia stato classificato come TRIC - Teatro di Rilevante Interesse Culturale. «Noi abbiamo l'ambizione di dare risposta sul campo, tutto il resto sono chiacchiere e inutili etichette che non ci interessano».

E nella nuova stagione quale spazio a questa rassegna? «Verrà riproposta senz'altro ma il programma e i luoghi fisici potrebbero variare, per utilizzare altri spazi e offrirsi con ancor maggior attrattiva al pubblico».

Quali testi quest'anno, quali registi e quali interpreti? «20 in tutto gli interpreti: 10 tra i giovani che finiscono adesso il Master alla nostra Scuola di Recitazione - spiega Aldo Viganò consigliere culturale dello Stabile - e 10 attori professionisti. Caso curioso è che queste 5 drammaturgie richiedono tutte che gli attori interpretino più ruoli su indicazione esplicita dell'autore - fa eccezione solo Sangue amaro. Arrivando fino all'eccesso, 6 attori in 34 ruoli per il testo svedese, Apatia per principianti, una sfida affidata al regista Mario Jorio. Forse gli autori contemporanei si stanno adattano alla realtà che chiede risparmio, ma è anche vero che ogni tempo ha le sue esigenze: Shakespeare scriveva ruoli femminili per interpreti maschili perché alle donne era proibito calcare il palcoscenico o entrare nelle compagnie».

Quali i criteri che nel tempo hanno guidato nella selezione dei testi da mettere in scena nel vasto panorama della drammaturgia mondiale? Viganò «Rispondo anche per gli assenti - Carlo Repetti e Marco Sciaccaluga», conclude Viganò. «Normalmente ci ha guidato un interesse per la storia e la possibilità che questa vicenda potesse effettivamente stare al confronto con uno spazio scenico e la presenza di interpreti giovani, come i nostri studenti appena usciti dalla scuola. La volontà di dare un'idea di complessità ci ha portato verso i testi e gli autori più diversi. E poi c'è sempre stato un elemento soggettivo difficile da definire ma che ci portava a concordare su un "ci piacerebbe vederlo rappresentato"».

Uno sguardo alle scritture per la scena. «Questo testo ha l'ossessione del numero due» esordisce Massimo Mesciulam chiamato a curare la regia del play di Jim Cartwright. Autore di Due (Two, in origine To, 1989). Cartwright è un drammaturgo inglese estremamente brillante dal punto di vista linguistico, virtuoso di un teatro duro e poetico, talvolta travisato per realistico, perché attento a tematiche contemporanee legate a figure fragili della società e ai meccanismi perversi di quest'ultima. Dopo il denutto con The Road, il suo nome si è affermato con decisione con il successo al National Theatre di Londra di The Rise and Fall of Little Voice. Due è interpretato da Angela Ciaburri e Davide Mancini: due attori per 14 personaggi. Due figure centrali alle prese con loro stessi, la loro solitudine e forse un necessario gioco di travestitismo che li fa sopravvivere. «La coppia - afferma Mesciulam - è il centro di tutto e sempre copie si avvicendano sulla scena. Il testo che cerca un rapporto diretto con il pubblico che è interlocutore, è dominato da una sorta di cornice drammatica con ruoli grotteschi, due personaggi che si manifestano in sub-personalità ma restano sempre due. Alcune interpretazioni sono farsesche altre patetiche, ho cercato di evitare la caricatura».

Matteo Alfonso, regista, è alla sua terza mise questa volta posto di fronte a un grande drammaturgo ne Il canto della valle di Athol Fugard. «È il testo più bello che mi sia mai stato affidato fino a oggi dallo Stabile. È bello perché è epico e prevede la presenza del pubblico come parte integrante della storia. L'attore maschile deve interpretare due ruoli, il nonno e l'autore - si chiama proprio così nel testo. Ma la vera protagonista del testo è la ragazza. Athol Fugard è un monumento della cultura in Sudafrica, dove ha combattuto contro l'aparteid. È emozionante lavorare su un autore tanto impegnato e importante. La storia è ambientata in una periferia, dove nonno e ragazza coltivano una terra che non è di proprietà. Sono personaggi mulatti, l'autore invece è un bianco, un autore teatrale stufo e interessato a tornare alla natura. Il testo è del '96, quando l'aparteid era già finito, ma in periferia le cose sono più lente a cambiare, si sa. Due generazioni molto diverse sono rappresentate e due prospettive di vita opposte: lei vuole diventare una cantante famosa. Sogno che verrà messo alla prova dal nonno che non è affatto convinto. Siccome la protagonista ha questo sogno, siccome canterà 8 canzoni ho scelto Elisabetta Mazzullo come interprete che oltre ad essere una bravissima attrice ha anche una bellissima voce ed è eccezionale cantante. La mia regia prevede molta sperimentazione tra teatro d'ombre ed effetti sonori. Vorrei anche dire che per me è un onore lavorare con i tecnici di questo teatro, i migliori incontrati nel mio percorso».

Gli altri tre spettacoli della rassegna vedono in scena anche gli allievi del Master di Recitazione dello Stabile che sul palco del Teatro Duse sono impegnati dall'11 al 17 maggio (ore 20.30) nell'esercitazione finale che quest'anno è La dodicesima notte di William Shakespeare di cui cura la regia Marco Sciaccaluga.

Ancora un testo dall'Inghilterra: Codici cifrati (Ciphers, 2013) il lavoro più recente di una drammaturga emergente sulla scena londinese Dawn King premiata nel 2013 dal National Theatre per un altro suo lavoro Foxfinder (2011), e attualmente impegnata nella sceneggiatura di un film tratto proprio da Ciphers. La regia è di Tommaso Benvenuti, e questa è la prima mise ad accogliere uno dei giovani allievi Giovanni Annaloro, interprete accanto ai professionisti Valeria Angelozzi, Roberto Serpi e Irene Villa. Ad arricchire il lavoro per esigenze drammaturgiche due voci arabe registrate, Yaser Odeh e Massimo Khairallah, lettori dell'Università di Venezia.«Ispirato al caso di Gareth Williams, un tragico evento (2010) su cui la stampa inglese ha speculato molto: il giovane uomo, un matematico trentenne, impegnato tra le fila dei servizi segreti inglesi MI6, è stato infatti trovato morto in casa, sua legato e imbavagliato. Il testo prende un po' le distanze dal caso come è emerso sulla stampa e riflette sulla morte in sé e sulla tragedia familiare, una parte della storia poco indagata per una decisa mistificazione che ha contraddistinto il fatto. Interessante riflettere sul doppio significato della parola Ciphers: codice cifrato che si rivela nella struttura complessa del testo, ma anche persona di scarsa importanza, anonima. Al centro della vicenda infatti troviamo una ragazza comune che viene catapultata in un mondo dove la verità viene sempre manipolata. Il testo insiste su due temi: confusione e ricerca dell'identità che si applicano bene sia alla protagonista che al caso Williams. A livello drammaturgico il lavoro è reso complesso da un meccanismo che intreccia tempi narrativi e livelli temporali come se si trattasse appunto di un codice».

Sangue amaro testo italiano scritto da Maria Grazia Pompei e Valerio Marini, diretto da Jacopo-Maria Bicocchi, vede salire sul palco 5 attori neodiplomati - Marco De Gaudio, Mario Cangiano, Daniela Duchi, Roxana Doran e Michele Maccaroni - e l'autrice (Maria Grazia Pompei). L'unico senza doppi ruoli, il testo è profondamente legato a una scrittura che chiede un compimento in scena più di molte altre. «Maria Grazia, che ha lavorato con Emma Dante, ha creato un testo che ha bisogno di interpreti capaci di tradurre e completare la drammaturgia. Ai neodiplomati si chiede dunque di essere anche autori. Si parla di sangue biologico avvelenato, di famiglia in senso critico. È un testo che si collloca nei nostri giorni e mina il concetto di famiglia, presentando una realtà dove siamo sempre più soli, la famiglia non è più un punto di riferimento né un rifugio, e noi tutti facciamo sempre più fatica a fare gruppo. Cercheremo di giocare a fare il teatro: evocare più che mostrare», afferma Jacopo-Maria Bicocchi.

Si chiude con Apatia per principianti l'acrobatico testo - di Jonas-Hassen Khemiri, di origine tunisino-svedese - che presenta 32 ruoli ma chiede che siano interpretati da soli 4 attori. A gestire l'impervia impresa un regista d'esperienza, minimalista e sperimentale, amante del teatro e della scrittura beckettiana e di un fare teatro che rende significante ogni elemento, cercando spesso l'ibridazione del linguaggio scenico: Mario Jorio. «Questa è per me la quinta mise en espace, ed è bello tornare a lavorare alla Piccola Corte, un anfiteatro che offre un'esperienza dura e ma molto utile, perché determina un confronto molto diretto con il pubblico, per i giovani interpreti. Gli attori in realtà sono 6, perché a due di loro è richiesto di interpretare un solo ruolo, mentre agli altri quattro personaggi i restanti 32. Lavoreremo sullo spazio, che a me piace sia lavorato per com'è e quindi mantenga compatta la dinamica e riduca le uscite e all'osso i cambi scena. Dal punto di vista della trama, il testo teatrale, lavora su uno studio scientifico, il libro-documento di Gellert Tamas, rispetto a un caso accaduto in Svezia: alcuni bambini, figli di immigrati sviluppavano i sintomi di una malattia che li rendeva apatici nei confronti di tutto e tutti. Le autorità sostenevano che erano i genitori ad avvelenarli per ottenere il permesso di soggiorno. La complessità della storia e la forza mediatica intorno all'evento fa sì che oltre ai molti ruoli sia prevista anche una moltiplicazione degli ambienti. La mia scelta però va nella direzione opposta, il palco sarà occupato solo da un piccolo praticabile di due metri per uno». Sfida sulla sfida.

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