Genova Mercoledì 29 aprile 2015

«Sono scappata da Roma e ho scelto Genova. Meno male»

Case di Genova
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Per chi volesse leggere un altro articolo di Laura Guglielmi su Genova: Genova, la bellezza infinita di una città aperta e colta.

Genova - Ieri sera mi sono imbattuta su Facebook in questo post di Gaja Lombardi Cenciarelli, un pensiero sul papà appena morto. Mi è piaciuto molto. Spesso si fa tanta retorica quando qualcuno muore, e lo si ricorda sempre come se fosse un santo. Lei non l'ha fatto. Anche io ho sempre cercato di non farlo, anche quando ho dovuto scrivere un articolo, un ricordo di amici scomparsi, scrittori o artisti. Ecco il post in questione:

Mi è sempre stato sul cazzo chi usa le espressioni "se ne è andato", "è passato", "è andato via". Mio padre è morto. Ha avuto una vita lunga e felice - magari toccasse a me la vita sua -, è stato fortunato - ha avuto un gran culo, prima a trovare mia madre e poi a trovare me, che come figlia, disciamo, è stato come vince un terno allòtto. È stato curato fino alla fine, accudito, pulito, e inzomma, pigro era e pigro è rimasto, fino all'ultimo - e nfatti è morto ner zonno.
E quindi gnente, ciao pap
à, inzegna all'angeli a èsse un po' più cacacazzi come te, che te come rompicojoni sei stato da pàrma d'oro.

Così ne approfitto per parlare del libro che Gaja Lombardi Cenciarelli, scrittrice e traduttrice, che ho presentato alla Feltrinelli di Genova poco tempo. Si intitola ROMA (Tutto maiuscolo, come sulle vecchie targhe). È una sorta di antologia che raccoglie il meglio del suo account Facebook. Lì – dove ha un suo seguito – l'ha scovata Tommaso Labranca, per la sua casa editrice 20090.

Comincerei con il dire che credo che le due tipologie italiane più diverse tra loro siano i romani e i genovesi. Estroversi e fancazzari i primi, riservati e fedeli alla causa, qualunque sia, i secondi. Lo dico perché Roma e Genova, sono tra le città italiane che conosco meglio.

A Roma ci sono andata per fare l'università. Una scelta un po' folle, mentre i miei compagni di liceo si iscrivevano a Milano, Pavia, Genova o Torino, negli anni Ottanta io ho scelto Roma, dove non conoscevo nessuno. A Roma senza conoscere nessuno? Belin, che coraggio.

Attratta dalla sua grande bellezza, mi sono iscritta facendo una giornata intera di coda, per prendere un talloncino, che mi avrebbe fatto fare un'altra mezza giornata di coda il giorno dopo. Orsù se fossi rimasta a vivere là, avrei fatto sicuramente la fine di Verdone proprio nella Grande bellezza, che – dopo aver cercato per decenni un ruolo come poeta e scrittore – se ne torna al paisello deluso e incazzato. Verdone ha anche confessato in un'intervista che Sorrentino ha tagliato una lunga scena dove Roma umiliava il suo personaggio profondamente nella sua generosità intellettuale e affettiva. Uno strazio. Non c'è limite al peggio. Insomma, credo proprio che sarei finita così. Avrei mollato tutto proprio come fa Verdone. E me ne sarei tornata a Sanremo, il mio paisello.

Perché questo lungo preambolo? Perché credo che in alcuni cammei della sezione intitolata Lo Storico Negozio di Alimentari, Gaja Lombardi Cenciarelli -Romana de Roma- abbia ricreato la stessa atmosfera del film di Sorrentino. La scrittrice trascorre ore in quel negozio, che diventa per lei un osservatorio per scrivere i ritratti delle persone che lo frequentano e ne viene fuori una galleria degli orrori. Ex proprietari di banca, dirigenti d'azienda, contesse, tutti pieni di soldi da far schifo ma pidocchiosi, spilorci, qualcuno – ricco com'è – cerca anche di rubare i prodotti.
E la proprietaria, parlando con Gaja, se la prende con tutti i parassiti, spocchiosi ricchi e ladri che frequentano il suo negozio, situato nel pieno centro della città più bella del mondo. Un bell'affresco sulla decadenza di Roma.

Ma non solo, altri commercianti della zona non pagano i contributi ai commessi arabi, li obbligano a lavorare dieci ore al giorno, senza pausa, pagando bustarelle a chi dovrebbe controllarli. La proprietaria del negozio ad un certo punto se ne esce con questo bel pensiero: «Non c'è rimasto più gnente de storico, Ga', qua è tutto morto, ma è morto da un pezzo». Un racconto amaro, che spesso strappa il sorriso per l'uso sapiente del romanesco. E per il modo strampalato di leggere il mondo.
C'è anche qua e là qualche tratto tenero: il proprietario del negozio ha visto Gaja crescere, l'ha nutrita di pizza bianca, quando andava a scuola, ma ora il negozio chiude: chi glielo fa fare di stare tutti i giorni a lottare contro tutta questa meschinità?

In un'altra sezione del libro Gaja ha riassunto le trame in romanesco di capolavori o opere di successo letterarie e cinematografiche, postate su Facebook. Poi, c'è un altro capitolo, dedicato al barista piacione che corteggia Gaja con insistenza, ma lei, come si dice a Roma, nun se lo fila de pezza. Non accetta mai niente delle cose che lui le propone in maniera melensa, né i cornetti, né il cappuccino, lei chiede sempre e solo un caffè macchiato. E, devo dire che quando vivevo a Roma e – avevo vent'anni – di uomini così ne ho incontrati a bizzeffe, che noia. Per non dire di quelli che ti mettevano le mani dappertutto sugli autobus zeppi.

Per una cosa sento Gaja vicina, a parte la mancanza di retorica: il trekking. Va sempre a piedi per Roma, qualunque zona debba raggiungere. E nel libro racconta i suoi umori mentre cammina e spiega le sue strategie. Io preferisco rifugiarmi sull'Alta Via dei Monti Liguri per fare le mie lunghe passeggiate, ma non disdegno raggiungere a piedi i posti dove devo andare a Genova, scoprendo spesso visioni inedite della città.

Insomma, sono scappata via da Roma, poco più che ventenne, dopo solo tre anni di università. E Gaja sembra dirmi che ho fatto bene. Ma non ci si può arrendere. Roma e l'Italia tutta devono mettere un punto e andare a capo. Basta, riprendiamoci, è ora. Dipende da noi tutti. Altrimenti non solo non ci resta che piangere, ma non ci resterà neanche niente per ridere.

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