Mostre Genova Pinksummer Martedì 14 aprile 2015

Cesare Viel, una mostra che cambia ogni giorno da Pinksummer

Cesare Viel

Venerdì 17 aprile, ore 18.30, inaugura Infinita Ricomposizione, la terza personale di Cesare Viel alla galleria Pinksummer di Genova (Palazzo Ducale, Cortile maggiore, piazza Matteotti 28r).

Questa nuova mostra segnala un importante passaggio nella carriera di Viel, artista genovese d'adozione. Si parte, come spunto ispirativo, dall'arte di Matisse, dalle sue forme e dai suoi colori che abitano un nuovo spazio libero dai vincoli prospettici della rappresentazione, per produrre un'originale installazione a pavimento.

Feltri di varie dimensioni e colori formano un processo in divenire, ricco anche di elementi sonori e performativi, che si modificheranno nel corso del tempo. Una mostra, dunque, che non resterà uguale a se stessa, ma che vivrà nel tempo e cambierà dal giorno dell'inaugurazione fino alla sua conclusione.

Emanuela De Cecco ha intervistato l'artista.

Genova - Un aspetto centrale a proposito dell’esplicito riferimento a Matisse è l’idea non gerarchica tra primo piano e sfondo. Non lavorando con la pittura, puoi spiegare cosa intendi con questa orizzontalità, o meglio come la declini in questo lavoro?
«Il riferimento a Matisse, anzi alla macchina-Matisse, intesa come corpo senz'organi, un corpo-energia senza rigide gerarchie, nasce dalla libertà presente nei suoi rapporti compositivi tra sfondo e figure. Ha inventato un nuovo modo di intendere lo spazio generale della rappresentazione e le relazioni tra le parti. Lo sfondo ha a che fare con l'orizzonte complesso dello spazio esistenziale di ciascuno di noi. Non è facile inventare nuovi sfondi per le nostre forme di vita. Chi ci riesce fa un grande salto. Quando ho visto le opere di Matisse da ragazzo, per la prima volta, ho intuito che ci si poteva sentire anche diversi da tanti soldatini in fila. Matisse mi mostrava che si poteva disobbedire alle gerarchie prospettiche trasmesse come il Vangelo nelle scuole, e di conseguenza, come una catena di rimandi, dalla scuola alla famiglia e così via scorrendo. Questo diverso rapporto con lo sfondo si può trasportare ovviamente anche altrove, fuori dalla pittura in senso stretto. Con questo mio nuovo progetto cerco di spingere ancora un po' più in là questa attitudine relazionale non gerarchica, in questo senso intendo l’orizzontalità. E affrontare nello stesso spirito anche performativamente la realtà dello spazio della galleria. Il pavimento della galleria diventa una scena su cui agire e far agire corpi, forme, relazioni, suoni».

Una mostra in divenire, dove la disposizione degli elementi sarà modificata nel tempo; per l’inaugurazione hai in mente un’azione collettiva che durerà per tutta la serata. Da cosa nasce la necessità di far vivere il tuo lavoro in questo modo?
«Ho sentito la necessità di lavorare nel tempo su più piani di composizione, non privilegiando un elemento sull’altro, in questo caso: l’installazione, la performance, gli interventi audio. Convivono, si relazionano e si riprendono tra loro attraverso un libero e consapevole schema di rimandi. Una struttura che includa anche l’indeterminato, l’emozione del caso, e soprattutto del tempo che procede. Questa mostra non è formalmente prefissata dal giorno dell’inaugurazione fino alla fine. I feltri a pavimento, ricavati da forme matissiane, di varie dimensioni e colori, varieranno per numero e per disposizione. Gli interventi sonori anche. Tutto è in divenire, in trasformazione. Volevo affrontare per una volta questa dimensione fino in fondo, senza bloccare l’energia. Fare vuoto, fare spazio. Dare corpo e respiro a un procedimento che si avvicini anche a quello dell’improvvisazione radicale».

Hai previsto un piano di azioni? Una sorta di coreografia in base alla quale verranno spostati nello spazio gli elementi presenti nello spazio espositivo e modificata la parte audio?
«Per quanto concerne l’installazione, sarà esposto anche un quadro-paradigma, un collage-modello di riferimento, ma ovviamente con una funzione di stimolo alla formazione di una struttura che permette di accogliere modifiche, strada facendo. Per quanto riguarda le azioni performative di questa mostra, esiste un impianto semplice, una serie di regole, di mosse che producono uno sviluppo. Per questo ho previsto una performance collettiva, durante l’inaugurazione, che si snoderà per differenti e brevi momenti, s’interromperà, riprenderà, e così via, senza per forza una parte centrale. Non ci sono figure fisse in primo piano, ci sono momenti di presenza, di ripetizione e di sospensione. Questa è la struttura portante di tutto il progetto. Anche la parte sonora entrerà nel processo, e lo accompagnerà».

Siamo ossessionati da una richiesta costante di presenza, sul lavoro, attraverso i social media. Lo storico dell’arte americano Jonathan Crary nella sua recentissima pubblicazione intitolata 24/7, indica la sottrazione del sonno come effetto collaterale di questo sistema. Su che basi tu costruisci la relazione con il pubblico? Possiamo pensare che in questa mostra sia agìta un’idea di partecipazione diversa da quella sinteticamente descritta poco sopra?
«Il pubblico è sempre un’incognita, un rischio, un’altra scommessa che entra a far parte determinante del gioco. L’ossessiva richiesta di connessione che viviamo ogni giorno produce anche una continua, pervasiva dimensione dell’interruzione - dal sonno, dalla concentrazione ecc… -. Siamo condizionati e stimolati ad essere sempre presenti, connessi e continuamente interrotti. Costruisco la relazione col pubblico su un’implicita richiesta di presenza: io cerco di essere qui consapevole e presente, e spero che anche voi proviate a fare lo stesso. Essere qui, presenti con tutto se stessi in questo momento, il più possibile, ma senza sforzi. Essere qui senza paura, qui non altrove. Divaghiamo, ci allontaniamo dal momento presente, perché in fondo il momento presente fa un po’ paura. Essere consapevoli di questo, e allo stesso tempo, lasciar esistere le emozioni del momento. Ma per questo c’è bisogno di tempo, e di allenamento. Per me questa è un’altra forma di presenza, rispetto a quella richiesta dal nostro mondo produttivo. Quest’altra modalità della presenza dovrebbe invece produrre autonomia, consapevolezza e attitudine alla libertà».

In cosa consiste l’aspetto performativo di questo tuo lavoro? Ti interessa che gli elementi che hai messo in campo riescano a produrre una trasformazione?
«Me lo auguro. Penso e spero che con l’arte si possa contribuire a cambiare la mente. Diciamo così, una cosetta, un compitino da poco».

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