Mario Perrotta: Un bès Antonio Ligabue al Cargo - Genova

Teatro Genova Teatro del Ponente Mercoledì 25 marzo 2015

Mario Perrotta: Un bès Antonio Ligabue al Cargo

Mario Perrotta in Un bès Antonio Ligabue

Genova - Fra due mesi debutta Bassa continua - Toni sul Po, l'ultima parte della trilogia che Mario Perrotta ha dedicato ad Antonio Ligabue. Di questo progetto Ligabue venerdì 27 marzo (ore 21) arriva al Teatro Cargo di Genova il primo atto: Un bès Antonio Ligabue, spettacolo con cui Perrotta, che ne è anche l'autore, ha conquistato il Premio Ubu 2013 come Miglior Attore e nel 2014 il Premio Hystrio-Twister come Migliore spettacolo dell'anno a giudizio del pubblico.

Le tre parti del progetto Ligabue raccontano «la vicenda umana e personale di Antonio Ligabue. Pitùr, la seconda, propone la vicenda dell'artista e l'ultima Bassa continua - Toni sul Po lavora sui territori di appartenenza: la Svizzera dell'infanzia e della prima giovinezza, e l'Italia di Gualtieri, (Reggio Emilia, ndr) dove viene forzatamente trasferito. Sarà un grande evento con cui occuperemo tutta la città e il Po. Ci sarà un palco sull'acqua. Siamo arrivati a 150 artisti coinvolti tra musicisti, artisti visivi, performer, danzatori, ecc.».

Diversità, marginalità e fragilità degli esseri umani sono aspetti che sono sempre stati al centro della produzione di Mario Perrotta, che è attore ma anche drammaturgo e scrive i suoi testi - suo Italiani cincali, sui minatori italiani in Belgio. Le ragioni che lo hanno portato a lavorare su Antonio Ligabue sono estremamente personali e non documentaristiche o storiche. «Nel momento in cui ho re-incontrato la figura di Ligabue era forte in me un'urgenza legata al percorso di adozione che io e mia moglie avevano intrapreso. L'unica cosa che sapevamo era che nostro figlio o nostra figlia sarebbe arrivato/a dal centro Africa. L'unica certezza che avevamo era relativa alla sua diversità. Eravamo molto fragili e ci chiedevamo, come tanti altri genitori in attesa, se saremmo stati in grado di dare gli strumenti a nostro/a figlio/a per affrontare chi un giorno gli/le avrebbe fatto notare il colore della sua pelle». Poi una coincidenza porta la tournée di Perrotta a passare per Gualtieri. Lì gli raccontano di nuovo di Ligabue. Allora risale alla memoria lo sceneggiato Rai con Flavio Bucci. «Un cortocircuito. Mi sono detto lui era il diverso per eccellenza, lavorare su di lui mi aiuterà a tirare fuori questa mia fragilità».

Giunto quasi alla conclusione di questo progetto e con il figlio Gabriele «bellissimo» che gli dà «talmente tanta gioia», Perrotta afferma con decisione: «Non me ne frega più niente di chi non capisce la diversità. Mio figlio ha risarcito tutto». Una convinzione però si è fatta ancora più forte: «Per l'ennesima volta si è rinsaldato il mio impegno civile. Sento che con il teatro devo fare la mia parte. Non mi viene da fare Feydeau, anche se non ho niente contro chi lo fa, si può fare. Per me però il teatro deve farti sentire scomodo sulla sedia e non farti fare il ruttino domenicale da abbonamento».

L'urgenza interiore per Perrotta è punto di partenza teorico e pratico rispetto alla scrittura drammaturgica. «Deve sentire qualcosa che ruggisce dentro per mettermi a scrivere, se no, ho imparato che è meglio stare fermi. Le mie sono fonti emozionali anche quando raccolgo il materiale. Per parlare di emigrazioni in Italiani cincali ho cercato gli emigrati. Per Ligabue ho cercato i suoi concittadini. Filologicamente lo so che sono fonti scorrette, ma per il teatro è più importante l'apporto emotivo che il filologicamente corretto».

Raccogliendo testimonianze Perrotta fa tesoro di parole ma soprattutto di sguardi. «Gli occhi che non riescono a raccontare, la loro mimica dice più di molte parole. Gli occhi di un concittadino che mi dice Lui era un grande pittore immediatamente lo tradiscono e lo raccontano come uno di quelli che hanno sbeffeggiato Ligabue a suo tempo. Quegli sguardi valgono oro e li porto in scena perché a me interessa lo sguardo parziale, lo sguardo cattivo sulle cose».

Il processo di scrittura è anomalo e dopo la fase di raccolta, Perrotta di solito trascorre un lungo periodo in cui «sembra che non faccio niente» in realtà «sto rimuginando il bolo come la mucca». Poi tutto in una volta in due settimane la stesura vera e propria del testo con tutte le indicazioni di regia incluse. Cosa succede in quel lungo periodo in un cui sembra non fare niente? «Continuo a raccontare dei pezzetti in giro. Li testo, guardo chi mi ascolta. Quando mi accorgo dell'efficacia di un passaggio, quando secondo me c'è della sostanza ed è proprio quello che voglio dire, ecco allora in due settimane vomito tutto e in una settimana sono in scena».

Per Pitùr, seconda parte della trilogia Ligabue, le cose però sono andate un po' diversamente perché in quel caso Perrotta non era più solo in scena ma affiancato da otto altri interpreti (attori e danzatori). «Sono stato un po' più previdente e ho usato gli interpreti come fonti emozionali. Con le improvvisazioni sul tema abbiamo costruito una drammaturgia scenica direttamente sul palco».

Tornando a Un bès Antonio Ligabue, in scena va un nuovo Perrotta, anche artista-disegnatore con indiscusse doti che molti tra la critica hanno salutato come una felice sorpresa. Come è successo, cosa ha portato alla trasformazione? «È un elemento molto forte che ha spiazzato anche me. Sono stato bravo a disegnare fino ai 18 anni, ma non ho mai studiato. Poi me ne sono completamente scordato. Mentre provavo cercavo di avvicinarmi al modo di disegnare di Ligabue ma non a copiarlo. Inizialmente ho pensato che era un esercizio impossibile, non si poteva fare: recitare e disegnare. Ero deciso ad abbandonare l'idea.

Poi mia moglie Paola (Roscioli, ndr) mi ha convinto a tenere questa parte e a lavorarci su. Mi ha detto: quando fai la bocca che dici? Fammi sentire. E così, facendo una sovraregia come spesso accade, con quel suo istinto ancestrale d'attrice, mi ha costretto a costruire una partitura che poi ha davvero funzionato. Come nella musica, una sonata per piano può essere più difficile perché richiede cose diverse alla mano destra e alla mano sinistra. Quindi prima la partitura si studia, anche separatamente, una mano alla volta, poi si integra e ti entra nelle mani. A quel punto il pianista può lasciare andare le mani e metterci il sentimento. Così è stato anche per me, battuta dopo battuta ho associato parola a segno e così ogni sera ripeto la stessa cosa. La eseguo come una coreografia».

Il 22 maggio 2015 il debutto del terzo e ultimo movimento, Bassa continua - Toni sul Po, che, come si legge sul sito dedicato al progetto, intende: Occupare fisicamente le sponde reggiane e mantovane del Po attraversando la bassa emiliana fino a Reggio Emilia, con centocinquanta attori, musicisti, danzatori, video-makers, artisti figurativi, facendo esplodere in tutte le sue contraddizioni il rapporto tra il folle e il suo territorio. «È il culmine di un progetto contro ogni forma di discriminazione verso qualsiasi tipo di diversità. Ci saranno tre percorsi diversi che si svolgono in contemporanea, quindi se ne potrà vedere solo uno per sera. Ma sono spettacoli indipendenti: il percorso del manicomio, quello della città e quello del fiume. Tre aspetti del rapporto di Ligabue con il territorio. Una produzione in cui si vedranno artisti che sono ancora a scuola o in formazione ma anche altri come la prima viola dei Berliner: suonerà in mezzo all'acqua sul Po».

Essendo coinvolte varie arti e tanti artisti, ognuno è stato raggruppato sotto un capo settore che gestisce le varie parti «sperando che con un'alchimia veloce si vadano a comporre». Siccome ci sono tre percorsi e ogni percorso prevede un tragitto in pullman, il numero di spettatori per sera è limitato e «neanche se mi scrivesse il presidente della Repubblica farei un'eccezione. Si fa tutto online dal sito del progetto. Bisogna essere ferrei in questa occasione perché ogni minima sbavatura rompe un equilibrio delicatissimo». Repliche in futuro? «Solo fra 50anni, prima no».

Per la trilogia su Ligabue, Perrotta passa dal suo leccese all'emiliano, quale il percorso? «Credendo di essere un attore vero, a tutto tondo e non solo un narratore, trovo che il dialetto sia una ricchezza perché è la grammativa emozionale e dipinge geografie emotive. Non potendo fare un falso storico, ma anche avendo vissuto a lungo in Emilia-Romagna, mi sono provato anche perché dovevo raccontare le pioppette, il fiume, le nebbie e il leccese racconta invece gli ulivi, il mare, il sole. E poi i dialetti mi catturano, dopo due giorni in un posto mi viene naturale parlare come la gente di lì». Tant'è vero che il prossimo progetto, la sua nuova trilogia, vedrà Perrotta impegnato su tutti i dialetti d'Italia.

«Debutterà nei festival estivi la prima parte di un lavoro dove entra il torinese, il barese, il siciliano, il pugliese, il genovese». Milite ignoto racconterà «a mio modo la prima guerra mondiale. Fu quella la prima volta che gli italiani si scoprirono tra loro. Fino a lì eravamo un fatto burocratico. In trincea scopriamo di esistere in un'immagine che per me è una Babele linguistica e di cui ho rintracciato materiali negli Archivi di Pieve di Santo Stefano: lettere dove per esempio si legge: Quel bastardo del capitano dà ordini in napoletano. Un dramma linguistico che si sovrappone al dramma della guerra».

Darai vita a un grammelot? «No, il grammelot finge, è una lingua inventata. Passerò da un dialetto all'altro appoggiandomi magari su una parola di suono comune, per esempio capisc vale sia per il lombardo che per il barese. Tra gli spettatori ognuno capirà il suo dialetto mentre scorre la storia molto semplice di un soldato rimasto solo in trincea. Lui non sa più niente, gli altri sono morti tutti in un'esplosione e lui è rimasto lì, non sa più neanche chi è ma ha acquisito le vite di tutti, le storie e le lingue di tutti». La seconda parte della nuova trilogia Prima guerra «tratterà dell'altro fronte, quello austriaco, dei cittadini austriaci di lingua italiana, triestini e giuliani - che non gliene fregava proprio niente di diventare italiani e furono deportati dagli austriaci in quelli che furono i primi campi di concentramento da cui poi la Germania prese spunto»

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