Saverio La Ruina: Polvere al Teatro Cargo - Genova

Teatro Genova Teatro del Ponente Giovedì 12 marzo 2015

Saverio La Ruina: Polvere al Teatro Cargo

Saverio La Ruina e Jo Lattari

Genova - Di Saverio La Ruina abbiamo conosciuto in teatro soprattutto il lato femminile, in Dissonorata. Un delitto d'onore in Calabria e La Borto. Con la nuova produzione Polvere, La Ruina fa uno scarto e scrive una nuova drammaturgia: un testo asciutto in un italiano che lui stesso definisce «povero, quasi banale», spogliato di quella poeticità, quel surrealismo che conosciamo e che sa emergere anche a livello sonoro.

Tutta l'attenzione è qui posta sulla parte più sottile di una relazione, appunto, su un aspetto estremamente pinteriano del dire, quello in cui la parola è affilata lama che minaccia, offende, mortifica e ferisce profondamente mettendo l'interlocutore in pericolo di vita da un punto di vista psicologico. Lo spettacolo è in scena al Teatro del Levante - Teatro Cargo, venerdì 13 marzo, ore 21.

«Mi sono trovato abbastanza naturalmente a lavorare sul tema della coppia e della violenza sulle donne», spiega La Ruina con estrema naturalezza, e continua: «Penso che dipenda dall'aver lavorato già in precedenza sul tema con i monologhi precedenti. Era semplicemente l'anello mancante».

L'anello mancante è proprio la dimensione maschile, quella che è prepotentemente presente, seppure in assenza da Dissonorata e La Borto. «Il mondo maschile è più esplicito e riverbera di continuo nel presente, nella nostra e nelle altre culture. In Dissonorata era il sistema patriarcale a emergere. Ricordiamoci che il delitto d'onore in Italia è stato abolito solo nel 1981. Ecco questo maschile a lungo legittimato su certi comportamenti estremi, su certe oppressive e possessive dinamiche rispetto alla coppia, oggi è più subdolo, meno riconoscibile, ma è ancora lì», spesso incastrato in quella stessa mentalità della donna vista come proprietà e come figura che deve accudire. «È interessante affrontare l'uomo del presente, specie dal punto di vista del suo ruolo all'interno della coppia».

Polvere è anche un'occasione per uscire dal formato monologo degli ultimi lavori - a cui va aggiunto Italianesi (2011). Altri lavori in coppia hanno preceduto questa nuova drammaturgia, specie nelle fasi inziali della fondazione di Scena verticale nel 1992 (a Castrovillari - CS) a opera di Saverio La Ruina e Dario De Luca (a cui si agggiungerà Settimio Pisano nel 2001).

Inizialemente il duo crea produzioni molto varie, che li vede spesso in scena insieme, ma anche impegnati insieme nella regia: nel '96, La Stanza della memoria (uno studio è finalista al Premio ETI Vetrine '96; mentre il testo riceve una segnalazione al Premio Nazionale Teatrale Città di Reggio Calabria presieduto da Ugo Ronfani). Poi de-viados (dal progetto finalista al Premio Scenario ’97), di Saverio La Ruina, al festival Teatri 90 di Milano nel 1999.

Il più corale (quattro interpreti), Hardore di Otello. Tragedia calabro-scespiriana, nel 2000, testo e regia di Saverio La Ruina, che debutta al festival Santarcangelo dei Teatri. A cui seguirà nel 2002 Amleto ovvero Cara mammina (al Festival delle Colline Torinesi) e, nel 2004, Kitsch Hamlet di cui Saverio La Ruina cura regia e testo (segnalato al Premio Ugo Betti 2005), al Teatro Vascello di Roma nella stagione di teatro contemporaneo organizzata dall’ETI. E ci fermiamo qui anche se l'elenco delle produzioni prosegue ma giusto per ricordare il tanto lavoro fatto su altri territori limitrofi, sempre all'interno di partiture originali, nella maggior parte riconosciute per il valore artistico letterario.

Era arrivato il momento di tornare in scena con altri intepreti? «C'era l'esigenza di provare dinamiche diverse, anche se poi in questo testo, la comunicazione, in molti punti, è talmente fragile che si può paragonare a un monologo».

Violenza sulle donne e femminicidio? «Si parla soprattutto di rapporti di potere tra uomo e donna, quindi questo lavoro potrebbe prescindere dal femminicidio. Però c'entra, ed è un tema estremamente presente, perché è proprio quello verso cui tutto tende, è il possibile atto finale».

Come non cadere nella trappola della retorica mediatica che l'argomento ha assunto negli ultimi tempi? Come restituire la complessità e la normalità che avvolge questo fenomeno? «La cronaca sta facendo un grande lavoro di sensibilizzazione che resta però a un livello superficiale, perché ci sentiamo sempre tutti molto distanti da quelle persone. Se avessi scelto di lavorare sul femminicidio avrei toccato solo un livello del fenomeno. Il prima per me è molto più interessante, perché quello è un tempo che contiene dinamiche in cui tutti possiamo in qualche misura (spero poco) riconoscerci. Il pubblico reagisce in modo molto forte. Addirittura al debutto a Milano (al Teatro dell'Elfo) una signora ha gridato più volte dalla sala "Sparagli, sparagli" e siccome c'era la TV è stata ripresa e ne è rimasta indelebile traccia che la dice lunga sul potenziale di comunicazione di tutto ciò che sta a monte del femminicidio».

Dopo le indimenticabili figure femminili, quale uomo porti in scena? «È un fotografo, una figura volutamente caratterizzata per ricordare appunto quanto il fenomeno della violenza sia trasversale e tocchi tutti, anche chi potenzialmente potrebbe essere riconoscibile come persona aperta».

E a livello intimo fin dove si arriva a descrivere la personalità del tuo personaggio? «C'era l'esigenza di dare molte sfacettature, anche perché la violenza diventa sempre più feroce. Si procede per accumulo, parola su parola, elementi di linguaggio scarnificato che passo dopo passo sono sempre più feroci senza che mai si arrivi alla violenza fisica. La fragilità e l'insicurezza nell'uomo hanno origini molto varie ma hanno una forza spesso da loro stessi sottostimata. La volontà di sminuire l'altra è un modello che opera nella testa come forma mentis, è una gabbia, è la gabbia dello stereotipo dell'uomo vincente, dell'uomo che non esprime e non mostra le sue emozioni, che non piange. Ma è un tormento. Da cui deriva la volontà di dominare e controllare fino alle conseguenze estreme. C'è però anche una grande tenerezza, talvolta malata, ma c'è un aggancio affettivo indiscutibile per cui le manifestazioni di gelosia vengono poi lette dalla donna come dimostrazione di interesse e amore. È troppo semplice dire: io lo manderei a cagare».

La donna? «Le donne che si trovano in queste situazioni non sono certo delle sprovvedute, tantomeno delle cretine. Sono persone che hanno un aggancio forte con i loro uomini».

Come hai lavorato al testo? Hai raccolto testimonianze oppure elaborato materiali di altra origine? «Per fortuna potevo lavorare sul personale solo per una piccola percentuale (sorride). Quindi ho avuto bisogno di incontrare persone, ma sapevo bene cosa cercavo. ho incontrato donne e uomini». Attraverso i Centri Antiviolenza? «Sì anche. Però è stato difficile raccogliere materiale con loro perché c'è un sistema di grande protezione verso le persone che sono prese in carico. Ho trovato più apertura a Genova dove Arturo Sica con la sua associazione, White Dove, mi ha aiutato molto facendomi incontrare diversi uomini». Che esperienza è stata, come si raccontano? «Un ragazzo non si è nascosto neanche dietro a un dito, mi ha raccontato tutto, compresa la sua rabbia, la sua paura di arrivare all'atto estremo e il suo percorso. Qualcun altro, meno istruito, aveva meno strumenti, altri mi hanno detto "mi ci ha portato lei" oppure "ma no le ho solo bloccato il braccio". Molti stanno lì ancora a giustificarsi e molti non riescono proprio a raccontarsi, è proprio impossibile per la loro mentalità». Come sono i racconti delle donne invece? «Restituiscono la vicenda con più oggettività. Sono più lucide anche nelle loro responsabilità. E qui è di nuovo la potenza del modello culturale all'opera nella testa degli individui. Alle bambine si chiede sempre molto presto di avere pazienza, di accudire, di obbedire, ai maschi no».

Perché Polvere? «Da pulviscolo, una polvere fina e sottile, quella che si vede solo in controluce, quando un raggio di sole entra in una casa e la rivela in tutta la sua densità. Perché tratto di quella violenza invisibile, di quei gesti, quelle parole apparentemente innocue, che però levano, destrutturano, sminuiscono, annientano poco a poco, fino a restringere ogni libertà. È tutto davvero invisibile: molte donne hanno iniziato a tenere un diario proprio per questo, perché loro stesse dubitavano della loro memoria, di quanto era stato detto, fatto. La donna che vive dentro questo pulviscolo si trova avvilupata tanto che si chiede spesso "Ma è successo davvero?" Per questo, la donna necessita di essere ascoltata e sostenuta da altri, ma spesso è proprio la famiglia d'origine che la respinge che le fa terra bruciata intorno ed è l'uomo spesso a innescare questo meccanismo. Tante ancora ci stanno dentro e sono devastate».

Qual è la via d'uscita? O almeno nel corso delle tue ricerche cos'hai scoperto? «Spesso sono i figli che fanno scattare la molla del rifiuto. Le donne sono capaci di subire cose inaudite, ma spesso quando vedono i figli venire coinvolti e soffrire, tante volte le porta a liberarsi. Oppure di fronte ad eccessi di violenza. C'è poi un altro aspetto. Molte e tanti cominciano un percorso terapeutico, ma specialmente per il maschile (non solo certo) ci vuole dall'altra parte una persona davvero preparata perché siamo di fronte a casi che vengono definiti manipolatori narcisisti quindi bravissimi e fascinosissimi quando vogliono e altrettanto feroci in altre circostanze. Non è raro che vengano rispediti nella vita con i migliori auguri, tanti non colgono la situazione. Mentre ci sono terapeuti preparati che la colgono al volo».

Prima di Genova, il 10 marzo, Saverio La Ruina ha fatto una scappata a Parigi dove il suo La Borto è andato in scena al Théàtre de Chelle in traduzione (Federica Martucci e Amadine Mèlan) con il titolo Arrange-toi in una coproduzione tra il TNP de Villeurbanne (fondato nel '51 da Jean Vilar), il Théâtre de Vienne et l’Espace Albert Camus. «Un titolo piuttosto appropriato e che ha senso anche in italiano: arrangiati, frase tipica anche da noi»

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