Teatro Genova Teatro Carlo Felice Mercoledì 18 febbraio 2015

Rancatore: «Sul palco, diretta da Dario Argento»

Desirée Rancatore
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Mercoledì 18 febbraio, ore 18, alla Feltrinelli di Genova Desirée Rancatore e il direttore Giampaolo Bisanti presentano la Lucia di Lammermoor. Introduce il musicologo Massimo Pastorelli.

Genova - A Salisburgo ancor prima di compiere 19 anni. Ben 12 volte Lucia. E il prossimo anno, saranno 20 di palcoscenico per la soprano Desirée Rancatore, che ha alle sue spalle una brillante carriera e applausi dal pubblico di mezzo mondo per la sua tecnica e il suo talento, dal Giappone a Londra, fino a Venezia.

Eppure Rancatore ricorda che, quando ancora studiava canto, in una famiglia dove la musica è sempre stata il pane quotidiano, lei non pensava affatto di poter un giorno diventare una voce solista tanto apprezzata: «Mentre studiavo da stilista, la carriera lirica da solista mi ha scovato. In un anno è uscita una gamma di suoni che non finiva di salire. Nessuno se l'aspettava».

Rancatore è a Genova in questi giorni per interpretare ancora una volta - la prima nel 2006 a Bergamo - la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, diretta da Dario Argento, che è invece alla sua seconda regia operistica dopo il suo Macbeth, lacrime e sangue a Novara (Teatro Coccia, stagione 2013-2014). La soprano sarà in scena per il debutto il 21 febbraio (ore 20.30) e poi per altre due repliche il 27 febbraio (ore 20.30) e il primo marzo (ore 15.30).

Perfettamente a suo agio su una poltrona a sacco rossa - quello stesso pouf che Fantozzi ha reso tanto famoso - Rancatore sfoggia un ampio sorriso e parla con entusiasmo del suo lavoro, come fosse il primo giorno. «La regia di Argento è stato l'elemento che mi ha incuriosito di questa produzione. L'altro, la volontà di tornare a Genova, dove mancavo da qualche tempo».

Come si lavora con un regista di cinema e quale Lucia devono aspettarsi i melomani? «Argento ha fatto un grande lavoro sulla psicologia dei vari personaggi, cosa che chi ha esperienza teatrale riesce ad assorbire facilmente adattando la propria visione a questo punto di vista e di fuoco. La cosa bella è che finalmente la scena della follia è piena di sangue, come da libretto per altro. Insomma, per Argento era un invito a nozze. Non sarà una Lucia splatter, però: Argento porta il suo linguaggio sul palcoscenico con un tocco tutto suo, ma nel rispetto della tradizione operistica».

C'è qualcosa che Rancatore non sa fare? A leggere il suo curriculum sembrerebbe poco, ma lei stessa ci scherza su: «A parte cantare, sono molte le cose in cui non sono brava». Certo è che nel canto non è mai stata colta di sorpresa. Prova ne siano i commenti positivi di Stinchelli e Suozzo, conduttori della Barcaccia - programma sulla lirica di Rai Radio3 - noti per essere estremamente spigolosi e mai clementi nelle loro analisi sulle doti vocali dei cantanti lirici. Di loro Rancatore, dice: «Sono sempre stati costruttivi con me, anche quelle poche volte che hanno mosso critiche».

Che cosa porta Rancatore a questa sua tredicesima Lucia? «La mia Lucia è frutto di un approfondimento sulla pazzia, come stato patologico. In particolare, mi sono soffermata sull'isteria che nell'800 era considerata la malattia delle donne dell'epoca. Ho studiato i manuali e le immagini che riproducono le donne affette: i loro corpi contorti nella malattia. D'altra parte c'è da ricordare un altro elemento, Lucia vive in un mondo di maschi: il fratello, il precettore Raimondo e Edgardo; pochissime le occasioni di confidarsi con un'altra donna. Ha solo Alisa, sua dama di compagnia, che però è d'accordo con il fratello Enrico e non è così fidata. Caratterialmente però è molto forte, dice sempre no, è solo davanti al precettore e alla chiesa e alla lettera falsa che cede veramente. Da lì in poi comincia il suo crollo. È una donna sola. Quando Edgardo le strappa l'anello e la maladice entra nel vortice della follia. Di questa produzione mi piace molto che nella scena della pazzia non debba indossare una camicia da notte, ma il suo vestito, anche perché non ci sarebbe il tempo e poi in qualche modo è più chiaro che appena Arturo fa un tentativo di farla sua, lei lo ammazza brutalmente. Le violenze che subisce sono infatti certo psicologiche ma anche fisiche, si capisce dal sottotesto. Il suo gesto è quindi estremo e perfettamente legittimo, specie nello stato visionario in cui si trova, che la porta a vedere Edgardo dappertutto».

Quale coloritura per la celebre aria della scena della pazzia? «Lucia è un personaggio incredibile, soprattutto dal punto di vista vocale, per la varietà e l'agilità che offre, dà la possibilità di spaziare su tutto quello che si può esprimere. Non la si può rendere come donna abbandonata, presa. Proprio perché si arrende ma solo a un certo punto. Tornando alla scena della pazzia, un'aria di soli 20 minuti... - scherza. Nasco come virtuosa della coloritura, ma la mia voce si è evoluta negli anni, farò quella di tradizione che cerco di non riprodurre mai come mero virtuosismo, perché altrimenti perde senso. Quel famoso Mi bemolle per esempio è un dolore acuto che va fatto sentendo la voce interiore di Lucia. Quindi o lo si fa per esprimere qualcosa o dice poco».

Fra tutte le eroine della lirica che ha interpretato, il ruolo più amato è Adina de L'elisir d'amore, cantato per la prima volta nella produzione di Laurent Pelly all'Opéra Bastille di Parigi e, per esempio, a Kobe e Tokyo. Perché proprio Adina? «Mi diverto moltissimo con questo personaggio. Sull'aria dell'ultimo atto, ho aperto io la seconda parte e aggiunto delle coloriture. Gli unici bis che ho fatto sono stati dell'aria di Adina: alla Fenice, a Piacenza, a Palermo. Con questo personaggio mi diverto perché mi somiglia anche se, sono meno antipatica di lei».

Come legge questi ruoli femminili? Chi sono queste donne che porta in scena? «Le donne che metto in scena sono particolari. Violetta per esempio è una escort di lusso dell'epoca: colta, bella, che sa stare in società, ammirata da tutti, e che vive in maniera dissoluta ma ha dentro grandi valori. Per esempio la scena con il padre è una scena di grande dignità. Credo che proprio la dignità sia una delle cose più importanti per le donne, per questo nell'interpretarle ci metto tanta passione. Ci sono personaggi a cui si può mettere carne, oltre che voce e canto, altri meno. Dove non ho potuto mettere del mio, come per la regina della notte, poi non l'ho più cantata, perché umanamente non mi dava niente, era solo una incazzata dall'inizio alla fine».

Quale ruolo ancora da esplorare? «Mi piacerebbe debuttare nella Manon di Debussy e spaziare di più nel repertorio mozartiano: Ilia, Susanna, Pamina».

Altre esperienze? Cinema, teatro di prosa, musical? «Sono molto aperta, specie se si tratta di produzioni di qualità, non ho preclusioni né pregiudizi. Ho fatto un film documentaristico sull'opera girato a Instanbul, con Elijah Moshinsky: Mozart in Turkey, una produzione inglese uscita nei cinema in Inghilterra. Avevo 22 anni, è stato bellissimo, girare all'alba, e avere accesso a stanze del palazzo reale che sono chiuse al pubblico, bella esperienza. Mi piacciono anche i musical, non sono per il non-contaminiamoci. L'arte è arte e il talento è talento, basta ci sia la qualità».

Il posto nel mondo che hai amato di più per il pubblico o per qualche aspetto dell'esperienza? «Il Giappone. È stato tutto bellissimo. Per loro i cantanti d'opera sono delle vere e proprie star, si fanno anche due ore di fila per un autografo dopo uno spettacolo di tre ore. Ho firmato di tutto: foulard, camice. E questa accoglienza ti dà una carica che ogni volta di ritorno dal Giappone la mia autostima è alle stelle. Anche il pubblico inglese è eccezionale, ho fatto una sostituzione una volta veramente da acrobata. Ero a Palermo e stavo per partire per il Giappone, due giorni dopo. Il mio agente mi chiama e mi dice Ah, ci sarebbe un'emergenza. E io dico: Dove? E lui: A Covent Garden, domani alle 5. Alle nove del giorno dopo ero in teatro, ho provato i costumi: per fortuna mi andava tutto. Poi ho incontrato il direttore, Sir John Eliot Gardiner, che mi ha detto: Io so che lei fatto tante Gilde. Io sono un grande musicista. Semplicemente ci seguiamo a vicenda, d'accordo. È stata una delle esperienze più grandiose, mi sono commossa in scena per il calore del pubblico e poi mi ricordo che mi hanno scortato fuori perché dovevo tornare a Palermo per partire per il Giappone».

Prossimi impegni? «Dopo Lucia, Rigoletto». Di nuovo Gilda? Non è noioso rifare lo stesso personaggio più e più volte? «No, non mi annoia mai Gilda, ogni volta che riapri la partitura scopri qualcosa che non hai visto, Verdi è così. E poi ho la fortuna di cantarlo con Leo Nucci, averlo accanto è sempre una grande spinta. Dopo mi aspettano i Puritani a Torino e poi spero un mesetto per me». E dove? «Quando non faccio nulla sto nella mia Palermo, con i miei amici. La mia casa è lì, amo moltissimo la mia città anche se ne riconosco tutti i difetti. Mi godrò la casetta, il giardino, gli alberi di arancio e limone. Vado fiera dei miei agrumi: mi alzo e faccio il tè con i miei limoni».

Un sogno per il futuro? «A me piace cantare. Ho un amico, Marco Betta, un autore di opere che scrive benissimo. Mi piacerebbe un giorno scrivesse per me. Anzi, faccio un appello: Marco, scrivi qualcosa per me. Per il resto sono piuttosto aperta, per me si può fare qualsiasi cosa. Ho fatto L'elisir d'amore sulla spiaggia con Michieletto e i gonfiabili, a Palermo».

Sei femminista? «Dipende da cosa si intende con questa parola. Se ci si riferisce alle doti di intuizione e percezione delle donne, allora dico sì. Ammiro le donne per tutto quello che abbiamo conquistato, e dico ancora sì. Però in me c'è anche un lato femminile che un po' si è perso. Non mi piace essere sempre al comando di tutto. Mi piace anche essere femminile, non solo femminista. Trovo che tra donne però dovremmo essere più solidali».

Come si protegge la propria voce? «Io vivo per la mia voce. Il mio primo pensiero la mattina è: proviamo la voce. La curo con una vita sana, con rimedi naturali: limone miele propoli. Senza parlare troppo, la risparmio un po'. E, studiando. Una donna cantante è una perfetta compagna perché, anche se si arrabbia, non griderà mai, tutt'al più ti canterà la sua rabbia».

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