Teatro Genova Teatro Duse Mercoledì 11 febbraio 2015

Il matrimonio del Signor Mississippi: la recensione

Il matrimonio del Signor Mississippi: una scena d'insieme

Genova - Parlando della sua drammaturgia, Friedrich Dürrenmatt usava la parola verschlüsselt (cifrato) per descrivere alcuni dei suoi personaggi, andando così a sottolinearne la natura enigmatica, come se si trattasse di messaggi in codice da decifrare, indovinelli o rompicapo su cui scervellarsi - l'aspetto comico non è mai assente dal suo lavoro. Ma è come se le parole, la scrittura, quindi ogni singolo elemento diventasse un tassello di un incastro che il drammaturgo complica a suo piacimento, in realtà, per svelare qualcosa ma in modo indiretto, metaforico, simbolico, allusivo e giocoso. Scervellarsi sembra proprio la parola calzante, per un suo gusto macabro grottesco che indugia sul letterale e l'allegorico al contempo proprio come in una burla.

In Il matrimonio del Signor Mississippi - scritto nel '51, ma rivisto fino agli anni '80 - è la struttura macchinosa del play stessa a ricordarci questo gesto pervasivo e invasivo dell'autore, più manifesto in una serie di inserti narrativi di scuola brechtiana che rendono farsesco il senso didattico del maestro e giocano piuttosto su una crudele manipolazione di uomini, idee e cose. Come scrisse Violet Ketels intervistando Dürrenmatt in America in occasione del riconoscimento della laurea ad honorem della Temple University (1969), «Dürrenmatt è talvolta un esistenzialista, altre volte un marxista. È uno svizzero borghese e uno svizzero violentemente rivoluzionario. In King John scrive da marxista, ne La meteora da cristiano di Berna». Prendendo spunto da queste parole si potrebbe dire che ne Il matrimonio del Signor Mississippi scriva incarnando appunto entrambe le figure e aggiungendone una terza quella di colui che ama la vita e l'umanità e il concetto stesso dell'amore, nella sua semplicità di trasporto verso l'altro/a.

Nella nuova produzione del Teatro Stabile di Genova, per la regia di Marco Sciaccaluga, quest'accumulo di ossimori viene arrotolato - forse persino imbavagliato - più pesantemente di quanto sia necessario dentro lo schema della commedia, che inscatola e normalizza i contrasti, opprimendone la forza reciprocamente distruttiva.

Il salotto tanto precisamente borghese che accoglie tutta la vicenda è semplicemente tale e tale resta a lungo, accogliendo ogni cosa come parte integrante che non crea alcuna sfasatura. Come se la scena e la drammaturgia parlassero due lingue diverse. Riesce bene, d'altra parte, l'ampio cast di interpreti che si destreggia dentro personaggi passionali ma spesso deliranti, tra continui colpi di scena e, più tecnicamente, tra dialogo e parti narrative rivolte al pubblico - talvolta volutamente pedanti - con autonoma agilità (almeno nella maggior parte dei casi) per esempio è il caso del Florestan di Ugo Dighero, del Saint -Claude di Andrea Di Casa, e del conte Bodo di un Roberto Serpi davvero in parte e quasi più convincente nei monologhi narrativi che nei dialoghi.

Un gesto osé da parte della regia è qualcosa che la scrittura drammaturgica di Dürrenmatt sembra a più riprese instillare. Ma non arriva. Resta il fatto che sarebbe stato senz'altro gradito, anche se si capisce che un grande lavoro è stato fatto sugli interpreti. Un paio di soluzioni smuovono lo spazio: due grandi quadri che raccontano due diverse visioni del mondo; un grande pannello che, escludendo il salotto borghese, porta tutto in proscenio e apre al mondo esterno, alla politica e alla piazza; e lo sfascio finale, arena di un apocalittico tutti contro tutti.

Curatissimi i ruoli minori: dall'esile e stupefatta cameriera di Rachele Canella - la voce della verità in un mondo fatto di comode bugie; ai tre ruoli congiunti: ora tre uomini con l'impermeabile, ora tre ecclesiastici, e ancora tre studenti di psichiatria, interpretati da Davide Mancini, Davide Mazzella e Valerio Puppo - comicamente orrifici, solenni, o beoti al seguito del professor Überhuber - che sembra un altro gioco di parole di Dürrenmatt, ma in realtà è anche un reale cognome.

Una partitura ad incastri quella di Dürrenmatt, certo curiosa e interessante (in cui si interseca in modo altrettanto preciso la nona di Beethoven), una combinazione di elementi e momenti impervia. Ma anche un testo denso di intenti iconoclasti che non lascia alcuna via di fuga ideologica intatta, riducendo tutto a quel bieco - e troppo umano - gioco votato in primis alla sopravvivenza ma anche al potere, ché l'uno senza l'altra, sembra dirci il drammaturgo, non ha valore.

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