Teatro Genova Teatro della Tosse Mercoledì 14 gennaio 2015

Cinque allegri ragazzi morti, un musical senza filtri

Davide Toffolo

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Genova - «Nella saga di Toffolo, Carmm, ci sono tutti i sentimenti che appartengono all'umano, tra cui la vendetta. Non c'è niente di fantastico. I ragazzi protagonisti sono adolescenti di cui si raccontano storie che sono certo metaforiche, ma parlano di momenti tipici di questa età, di momenti della vita: quando i sentimenti sono dirompenti e il conflitto interiore incastra la persona, la inchioda in uno stato di morta vivente. Il moto è così forte da portare all'immobilità».

Così in un'intensa chiacchierata la regista Eleonora Pippo, artefice dello spettacolo Cinque allegri ragazzi morti. Il musical Lo-Fi (CARMMLOFI), tratto dall'omonimo graphic novel di Davide Toffolo, racconta del suo lavoro, della sua precoce passione per il gruppo rock indipendente e del suo essere nata attrice ma per questioni di "punto di vista forte" essere passata dall'altro lato del palcoscenico per lavorare soprattutto sulla drammaturgia contemporanea. L'occasione per incontrarla nasce dalla tappa genovese de Cinque allegri ragazzi morti. Il musical Lo-Fi in tournée ormai da un anno e questa settimana - da giovedì 15 a domenica 18 gennaio 2015 - al Teatro della Tosse in una delle ultime date.

«Toffolo lo conosco da quando avevo 17 anni. Studiavo ragioneria alle superiori e il primo concerto l'ho visto nella palestra della scuola di Pordenone».

Quale passione ti lega alla drammaturgia contemporanea e perché sei partita da lì come regista? «Mi interessa tutto quello che è modificabile, legato alla realtà e in rapporto immediato. La relazione con il drammaturgo è fondamentale, come mi è capitato con Davide Carnevali per Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se ne accorse. Quindi una spinta legata alla questione temporale: essere nel 2015, ma potenzialmente anche più avanti per essere, davvero, nel presente e tra le vicende delle persone di oggi».

Perché tra i nove episodi della saga hai scelto proprio L'alternativa e La festa dei morti? «Sono partita da L'alternativa perché era un episodio nodale, centrato sulla difficoltà dei personaggi di non riuscire a stare nella pelle e quindi costretti a subire una trasformazione per esempio una ragazza diventa un lupo. L'altro, La festa dei morti, l'ho scelto perché si parla d'amore - io sono estremamente romantica. Si parla dell'incontro tra uno dei Ragazzi morti, Gianni Boy, e una mortale Paolina, vicenda trasgressiva perché i cinque ragazzi morti sono condannati a nutrirsi di carne umana e gli è proibito avere relazioni con i mortali». Che ne sarà degli altri sette episodi, pensi di lavorarci ancora? «Assolutamente sì, vorrei riuscire a farli tutti e ci sto già lavorando».

Parlando di trasformazioni, di vendette e maledizioni vengono in mente le favole, quelle un po' più macabre magari, con le streghe cattive, i ricatti, i travestimenti. «Diciamo che della fiaba io cerco soprattutto l'aspetto più dark, perché questo è un musical horror e non c'è proprio niente di rassicurante: il pubblico è costantemente illuminato insieme agli interpreti e si confronta costantemente con la loro emotività, molto alterata in maniera empatica. E per creare ancora più senso di vicinanza non ci sono cambi luci, né scenografie». Quindi il pubblico finisce per trasformarsi in interprete anche se non vuole? «Vuole eccome, in questo anno di tournée ho visto chi parlava con i performer chi cantava le canzoni, insomma una immersione partecipe molto immediata»

A livello drammaturgico com'è andata la tua collaborazione con Davide Toffolo e la sua grafic novel? Hai tagliato, riscritto, aggiunto? L'avete fatto insieme? «Per scrittura io intendo tutto: movimento, canto, posizione nello spazio. Soprattutto si è trattato di un montaggio: pochissime parole, proprio come nel graphic novel, canzoni, passi di danza. Qundi un montaggio di pochi elementi». E l'aspetto grafico, hai mai pensato di reintrodurlo in qualche modo? «No. Semplicemente non mi interessava. Le graphic novel a me piacciono molto perché c'è molto da vedere, poco da leggere e ti da molto tempo per fantasticare». E Toffolo? «Davide è con noi in scena. Ha portato la sua presenza di artista, di musicista e scenica, che è molto forte. Lui interpreta la vittima delle sue stesse creature. Per cui la verità della sua persona si mescola con la finzione». La drammaturgia scenica come dicevi è ridotta al minimo, ma allora cosa resta del musical? «La struttura: poche parole e subito canzoni. E poi è Lo-Fi perché non c'è illusione, quella tipica che il musical si porta dietro. Una scelta che si realizza soprattutto con l'assenza di intervento sulle luci e questa volontà di stare nella realtà più brutale, ho voluto che fosse tutto chiaro. Altra scelta: non amplificare i cantanti che devono tener conto solo della proprie capacità. Il che significa che ad andare in scena è anche la fatica degli attori, con un lavoro fisico che deve tendere a coinvolgere il pubblico e a non perderne l'attenzione. Rifiuto le strutture che creano distanza, cerco l'onestà delle emozioni che ovviamente finisco per diventare un meccanismo attrattivo che aggancia il pubblico. E poi c'è la musica: una comunicazione che non passa attraverso competenze intellettuali, ma tocca altre corde, è qualcosa di fisico, emotivo, senza filtri».

Ti sei formata come attrice a Torino e hai lavorato con diversi registi - Giancarlo Cobelli, Lorenzo Loris, Carmelo Rifici, Tim Stark, Elio De Capitani, Claudio Longhi, Franco Branciaroli, Jurij Ferrini e Valerio Binasco. Che cosa ti hanno lasciato? Cosa ricordi dell'esperienza professionale con loro? «Tutti mi hanno lasciato qualcosa. Di Cobelli ricordo quanto mi ha fatto piangere. Però aveva ragione lui. L'ho capito dopo. Ero appena uscita dalla scuola ed ero piena di tutta quella tipica presunzione. D'altra parte avevo un mio punto di vista forte che probabilmente già si faceva sentire e che mi avrebbe portato appunto a cambiare rotta. E poi non ascoltavo, mentre credo che sia una caratteristica fondamentale per tutti gli attori».

Altri? Per esempio Branciaroli? «Avevo una piccolissima parte, ma con lui ho imparato moltissimo guardandolo da dietro le quinte entrare in scena in ogni replica con una grande energia. E poi la sua straordinaria forza vocale. Mi ha insegnato che si deve essere un po' super eroi per andare in scena tutte le sere in modo convincente. Tra gli altri ricordo Stark, che mi ha dato una gran fiducia e il tempo di elaborare qualcosa di mio a partire da una sua indicazione. Con Rifici invece, ci siamo formati insieme, nella stessa scuola, ed è stato un lavoro molto pionieristico con l'adattamento di un romanzo. Un lavorare più alla pari».

Cosa ti ha portato alla regia? «Credo proprio questo mio avere un punto di vista forte e la volontà di non doverlo contrattare con altri. Più praticamente: in un momento di fermo, ho deciso di fare una prova di regia lavorando sull'adattamento di Yumiura di Yasunari Kawabata, un racconto breve giapponese che ho presentato al Teatro Due di Parma (2004). Tutto è partito da lì. Poi c'è stato 5 donne con lo stesso vestito nel 2005 dello sceneggiatore premio oscar Alan Ball - suo lo script di American beauty; Itagliani! di Antonella Cilento, Sotterraneo di J. M. Benet i Jornet; Campana/Il 75° di Israel Horovitz; Ulisse chatta con gli dei, Amleto gioca alla playstation, Raskolnikov legge fumetti di Villiam Klimàcek, il lavoro di Carnevali e Save your wish di Elena Arcuri».

Cosa intendi fare con il resto della saga? Pensi di utilizzare lo stesso linguaggio, gli stessi performer? O pensi di cambiare qualcosa? «Penso che ci saranno molte modifiche. Perché continuo a vedere tanto teatro, soprattutto all'estero. E poi guardo ore e ore di sfilate di moda. Quelle che preferisco sono quelle di Chanel, curate da Karl Lagerfeld. È un regista fantastico, le sue messe in scena sono straordinarie». Quale sarà il prossimo episodio della saga a cui lavorerai quindi? «Le origini dei cinque ragazzi morti, si intitola proprio così e parte dal loro incidente e dal rito voodoo di cui sono vittime».

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