Generazione disagio al Teatro della Tosse - Genova

Teatro Genova Teatro della Tosse Martedì 6 gennaio 2015

Generazione disagio al Teatro della Tosse

Un momento dello spettacolo Dopodiché stasera mi butto

Genova - Nel nostro quotidiano la parola disagio è diventata tanto familiare quanto idiomatica, spostando tutta l'attenzione verso un generico malessere del nostro tempo. Il collettivo Generazione disagio assorbe e gioca con questo abnorme linguistico nel suo spettacolo Dopodiché stasera mi butto - in scena al Teatro della Tosse dal 7 al 13 gennaio 2015 - presentato in un formato ancora da work in progress (vengti minuti) all'interno del concorso nazionale Intransito (Genova, novembre 2013) e segnalato con una menzione speciale, e successivamente risultato vincitore nel concorso Giovani Realtà del Teatro 2013 (Udine).

Insieme a Enrico Pittaluga, anima motrice di questo nuovo gruppo, ripercorriamo la genesi dei personaggi in scena: un dottorando, un precario, un bamboccione casalingo, uno studente/praticante architetto. Come li avete scelti? «Sono figure prese per somiglianza con quanto ci sta intorno, nell'immediato presente e recente passato. Sono i nostri coinquilini, o lo sono stati, o sono figure incontrate tramite amici, vivendo a Milano. C'è chi ha fatto filosofia e continua la carriera universitaria (il dottorato). Lo stagista architetto, forse il profilo più milanese di tutti, che lavora fino alle tre di notte per poi consegnare un progetto che non potrà mai firmare. Ognuno di noi ne ha incontrato uno. C'è il precario che, all'inizio, lavorava nei call center e che man mano che lo spettacolo è cresciuto ha cambiato fisionomia. In ognuno ci sono elementi della nostra vita, ma direi più biografici che autobiografici».

E come mai non avete pensato di includere una figura femminile? «Inizialmente è stato un po' un caso e la voglia di coinvolgere nella mia idea quattro colleghi a me vicini per semplice affinità e gusto artistico. Poi però il progetto è maturato ed è diventata una scelta che non sento più come una mancanza. Credo che la riflessione sul disagio di questa generazione poggi anche sulle difficoltà di comunicazione con l'altro sesso che finisce per essere sempre sopra le righe, tendenzialmente machista, in qualche modo goffo perché sintomo della paura di affrontare l'amore. Credo che questi personaggi starebbero molto meglio se avessero l'amore e riuscissero ad andare oltre relazioni sessuali da consumare nel weekend».

Di quale disagio parlate in sostanza? Scorriamo i significati della parola a partire dalle definizioni del dizionario Treccani online. Disagio inteso come mancanza di agi, di comodità e simili? «No, direi che non è questo il senso principale anche se dal punto di vista economico, denunciamo una serie di mancanze relative alla condizione precaria».

Disagio come senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericamente senso d’imbarazzo. «Ecco, questo è centrato». L'ultima: Mancanza di cosa necessaria o opportuna. «In un certo senso funziona anche questo, specie se riferito a cose concrete: dal "vorrei un divano ma non posso permettermelo" a "vorrei un cane, ma non so come inserirlo nella mia routine". Direi però che la mancanza più spiccata è l'essere sprovvisti di mezzi intellettuali per affrontare un oggi che non ha niente a che fare con i valori con cui si è cresciuti: il posto fisso, la famiglia, i valori della chiesa e quindi finire per accettare il mondo così com'è, senza capirlo e senza essere a proprio agio in esso. Essendo cresciuti con uno scollamento valoriale profondo, si torna all'interno del nucleo famiglia: baluardo di un tempo che non c'è più, concetto che più degli altri resiste anche se è ormai incapace di svolgere la sua funzione. Eppure è qui che si è costretti continuamente a tornare, con tutto il disagio che ne consegue, cercando di spiegare ogni volta la propria precarietà e il proprio mondo freelance a chi si aspetta di vederci sistemati» negli affetti o nella professione.

Per promuovere le repliche al Teatro dell'Elfo di Milano (dal 26 dicembre al 4 gennaio), avete creato una serie di video-promo su You Tube, A Natale regala il Disagio, che però non sono affatto un trailer dello spettacolo, ma prodotti a sé, del tutto autonomi. «C'è stata anche una forte discussione proprio su questo tra di noi, ma poi abbiamo ci siamo convinti che aveva più senso creare video di situazione: pillole per attirare l'attenzione, che giocassero sul mezzo, sull'ambivalenza e su quella stessa comicità greve e un po' volgare che pervade lo spettacolo. D'altra parte il mezzo è anche un po' il contenuto. Il promo teatrale sarebbe stato inutile, l'avrebbero guardato e condiviso quattro o cinque addetti ai lavori o colleghi, punto. Così invece si è creato un prodotto veloce e virale che sfrutta anche l'esperienza che ci siamo fatti lavorando in varie web-series».

Nella locandina ho notato che avete tutti un doppio nome o doppio cognome, è uno scherzo? «Ci divertiva inventarci dei nomi con cui millantare discendenze artistiche o semplicemente esotiche. Un po' per fare il verso a una mania tipica di Facebook, riferirsi a questo non voler accettare la propria condizione, e un po' come gioco autoironico sulla propria identità e su questa necessità di trovare realizzazione altrove rispetto a se stessi, magari cercando in una maschera piccole varianti fasulle di un se stesso fragile».

E all'orizzonte cosa vi aspetta? «Dopodiché stasera mi butto rimane il nostro spettacolo manifesto. Inquadra chi siamo. Mi piacerebbe andare avanti e lavorare su tematiche più precise in futuro e magari con una drammaturgia più classica, una trama. In questo spettacolo è stato divertente giocare con pedine umane, distruggerle generando una catarsi. In futuro, di quanto fatto, resterà il linguaggio aperto a un pubblico vasto con coinvolgimento attivo e la vena dissacrante con cui siamo partiti. Ho già un paio di idee, ci lavorerò da febbraio. Il bello è che non avendo voluto creare una compagnia, siamo tutti più libere di andare e venire dal nostro collettivo e continuare a fare tesoro anche di esperienze da scritturati. Non avere il peso di una compagnia, ci lascia anche la libertà di non creare una nuova produzione se non abbiamo niente da dire».

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