Teatro Genova Teatro Carlo Felice Domenica 28 dicembre 2014

Tosca di Puccini al Teatro Carlo Felice di Genova: la recensione

Scarpia (Carlos Álvarez) e Tosca (Maria Guleghina) in una scena
© Marcello Orselli

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Tosca è in replica domenica 28 dicembre (ore 15.30), martedì 30 dicembre (ore 20.30) e venerdì 2 gennaio 2015 (ore 20.30).

Genova - Una storia immensa. Davide Livermore non ha dubbi nel definire così Tosca, il melodramma in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, tratto dall’omonimo dramma (1887) di Victorien Sardou, in scena al Teatro Carlo Felice fino al 2 gennaio 2015.

Livermore, torinese di nascita, tenore di formazione, dedito alla regia teatrale dal 1998, è appunto l’autore della regia, ma anche di scene e luci, di questa interessantissima edizione dell’opera. Dirige l’Orchestra Stefano Ranzani che, definendosi umile operaio della musica, desidera ridurre il suo ruolo a favore del compositore come attore protagonista.

Alla prima, che si è svolta nella serata di sabato 20 dicembre 2014, la tensione emotiva è alta. Il pubblico si presenta vestito elegantemente, come richiede la speciale occasione dell’inaugurazione della stagione operistica genovese.
Gli esperti seduti in poltrona sono molti, così come i melomani più esigenti. Nessuno è deluso. Gli applausi scrosciano generosi.

L’intreccio drammaturgico, di per sé ricco di colpi di scena, tiene il pubblico con il fiato sospeso. Che Tosca avesse un gran libretto lo riconobbe anche Giuseppe Verdi. Puccini gli diede musicalmente vita con una partitura intensa, che disegna l’azione e che oggi possiamo leggere come una proto-storyboard narrativa vicina alla cinematografia.

Rappresentata per la prima volta a Roma nel 1900, Tosca si svolge esattamente un secolo prima, nella stessa città, che fa parte del restaurato Stato Pontificio, dopo la caduta (1799) della prima Repubblica Romana istituita dai francesi.
È l’anno 1800, il 14 giugno, il giorno della Battaglia di Marengo, che vide Napoleone Bonaparte di nuovo vittorioso sull’esercito austriaco.

Rispetto al dramma originario gli atti da cinque sono ridotti a tre e dei 23 personaggi creati da Sardou ne rimangono 9. L’azione si concentra in sole 16 ore, dall’Angelus di mezzogiorno all’ora quarta dell’alba tragica. Si tratta di una «storia claustrofobica - la sintetizza così Livermore - di tre animali chiusi nella stessa gabbia, dove non se ne salva nemmeno uno».

I tre accordi iniziali, tema che ricorrerà 27 volte nei tre atti, introducono l’ombra malvagia del Barone Scarpia - impersonato dal dotatissimo baritono spagnolo Carlos Álvarez, al debutto nella parte -, capo della polizia pontificia, che alligna in tutta l’opera, come il suo ghigno crudele (Sogghigno di démone; Tu ridi… / all’orrida pena?; Rideva, l’empio mostro… rideva… / già la sua preda pronto a ghermir!).

Mario Cavaradossi - rappresentato da uno dei migliori tenori del mondo, l’italiano Roberto Aronica - , pittore repubblicano, è il primo amoroso, ma anche una personalità importante dal punto di vista politico, un uomo illuminista, che muore per un’idea (Libertà sorge, crollan / tirannidi!; Del sofferto martir / me vedrai qui gioir…).

Floria Tosca - interpretata da una leggenda vivente come il soprano ucraino Maria Guleghina -, celebre cantante, sfugge al tradimento e alla violenza e da donna pia (non feci mai male ad anima viva!) si trasforma in omicida, che può persino perdonare il suo carnefice (Muori dannato! Muori!! Muori!!! / È morto. Or gli perdono).

Al di là di questo triangolo classico del baritono, che impedisce al tenore di amare il soprano (L’uno al capestro, / l’altra fra le mie braccia…), la quarta protagonista è Roma, con i suoi suoni - il colpo di cannone del Castello, il Te Deum in chiesa, le campane mattutine, il canto del pastorello - e i suoi luoghi tipici.

La scenografia fissa diventa i tre ambienti in cui si svolgono gli atti. Livermore ricrea genialmente lo spazio fisico delle emozioni con diversi close-up. Nel primo atto, nella chiesa di Sant’Andrea della Valle: la Cappella Attavanti, l’impalcatura con il quadro della Maddalena, la statua della Madonna; nel secondo atto, a Palazzo Farnese: la camera di Scarpia con la tavola imbandita e la camera della tortura; nel terzo atto, sulla piattaforma di Castel Sant’Angelo: la casamatta, il cortile, le scale e il parapetto.

L’apparato scenico si avvale così di una sorta di prisma girevole, che esalta la fuga prospettica delle architetture, alterandole e mutando al contempo il punto di vista.
Il supporto marmoreo, simbolicamente triangolare della piattaforma, è cintato da balaustre, scale e cancelli e consente diversi livelli di svolgimento dell’azione, che sembrano combinarsi molto bene: quello superiore, dove stanno i potenti, i ricchi rappresentanti della Roma ottocentesca e gli oppressori, e quello inferiore, dove si nascondono gli oppressi, i fuggiaschi e i poveri, dove si collocano la tortura, il carcere e la fucilazione.

Completano la scenografia le proiezioni sullo sfondo, che riproducono in successione la cupola seicentesca di Carlo Maderno, affrescata da Giovanni Lanfranco, vista dal basso, simboli e allusioni religiose - il Cristo crocifisso, battiti d’ali, un volto confuso su una campitura scarlatta - e vedute paesaggistiche.
Dalle file di candele votive in primo piano all’inizio dell’opera, si passa alla scena tutta bianca del II° atto, sulla quale si stagliano Tosca e Scarpia, entrambi in premonitori abiti rossi. La tensione raggiunge qui il suo acme, nel contrasto emozionale tra erotismo e sesso, sensualità e crudeltà, misticismo e ossessione del potere, cattolicesimo e morte.

Stupenda è l’idea registica del piano sequenza finale, nel III° atto, in cui l’angelo mimo di Castel Sant’Angelo si anima slanciandosi muto - e impotente - verso Tosca (probabile citazione della situazione analoga de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders). La donna, tragicamente beffata dalla finta/vera fucilazione di Cavaradossi, sta correndo a suicidarsi. La scena ruota e noi vediamo in primo piano il suo corpo senza vita, sfracellato al suolo.

Meritano una citazione: il Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice, sempre ottimamente assortito, e i costumi che riprendono lo stile dell’epoca, fatti in parte in una pazzesca sartoria di Roma e in parte nella pazzesca sartoria del Teatro di Genova, come ha dichiarato Gianluca Falaschi che li ha disegnati.

Le tre celebri romanze, una per atto (Recondita armonia, Vissi d’arte, E lucevan le stelle), esaltano ancor più i toni universali dell’opera lirica italiana, un grande patrimonio artistico al quale dovrebbero maggiormente avvicinarsi i giovani e capirne i significati, come sollecita il soprintendente Maurizio Roi.

Gelosia, eroismo, perfidia, amore e morte. Da una situazione estrema sorge una storia estrema. E davvero, osserva Livermore, questo linguaggio è attuale, perché ancora oggi «ascoltare e vedere Tosca è come stare sospesi sull’abisso dell’anima, la nostra».

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