Concerti Genova Lunedì 7 settembre 2015

Gianni Coscia: «quando suono col mio amico Umberto Eco»

Gianni Coscia

Genova - Se il suo maestro di tromba non fosse improvvisamente partito per il fronte, forse avremmo avuto un virtuoso trombettista. O più semplicemente un avvocato, professione che ha effettivamente svolto in virtù della sua laurea in Legge.
Invece Gianni Coscia, alessandrino, classe 1931, è diventato uno dei fisarmonicisti più acclamati a livello europeo, accanto a nomi come Richard Galliano e Marcel Azzola.

«Sedotto» dalle musiche di Gorni Kramer, negli anni ha collaborato con artisti del calibro di Luciano Berio, Fabrizio De Andrè (sua la fisarmonica di Dolcenera), Milva, Claudia Mori (qualcuno ricorderà la loro partecipazione al Festival di Sanremo 1994), Enrico Rava, Renato Sellani, Gianluigi Trovesi. Ha girato i festival di mezzo mondo e, nei ritagli di tempo, si diverte ancora a suonare con il suo vecchio compagno di scuola Umberto.
Umberto Eco, per la precisione.

Gianni e Umberto si ritrovano a Camogli, entrambi ospiti del Festival della Comunicazione: Eco inaugura la kermesse con l'incontro dal titolo Comunicazione: soft e hard in piazza Battistone; Coscia si esibisce in piazza Colombo con un trio di recente formazione. Insieme a lui, Paolo Franciscone alla batteria e Stefano Risso al contrabbasso. «È un progetto a cui tengo molto» spiega, «perché questi due ragazzi torinesi sono molto bravi e precisi: non di quei musicisti che quando suonano, suonano e basta, ma di quelli che sono anche capaci di ascoltare».

Il loro percorso musicale, per giunta, ha inizio proprio dalla Liguria: «a tenere a battesimo il trio è stato, nell'agosto 2013, l'Albenga Jazz Festival organizzato dall'associazione Le Rapalline, un gruppo di veri appassionati che fa le cose con stile». A poche settimane fa, invece, risale l'esibizione al Festival di Cervo. Cosa suoneranno a Camogli è difficile dirlo in anticipo: «di sicuro non mancheranno brani del mio repertorio e pezzi standard della storia del jazz», spiega il fisarmonicista, «ma di solito vario molto a seconda delle circostanze e, al momento, mi baso sulla reazione del pubblico».

La formazione musicale di Gianni Coscia ha inizio nella Alessandria dei primi anni Quaranta. «Mi piaceva il jazz e volevo imparare a suonare la tromba», ricorda: «ascoltavo i dischi americani che mio cugino Aristide Coscia, calciatore che nel 1942 vinse lo Scudetto con la Roma, riusciva a procurarsi anche durante la guerra. In quel periodo un maestro di banda iniziò a insegnarmi il solfeggio, poi però partì per la guerra e tornò dopo sei anni. Nel frattempo mio padre, che suonava la fisarmonica, mi insegnò i rudimenti dello strumento. Avevo 9 o 10 anni».

Risale a poco tempo dopo il suo primo ricordo di Umberto Eco: «una volta ci incontrammo di fronte all'allora liceo musicale di Alessandria. Lui aveva con sé un violoncello». Poche chiacchiere tra i due ragazzini: l'incontro vero e proprio, quello decisivo, avviene in quarta ginnasio, sui banchi del Liceo Classico Plana (che peraltro, nota personale, ha frequentato anche chi scrive): «all'epoca ci divertivamo a fare gli spettacoli di rivista che allora andavano molto di moda: inventavamo storie per prendere in giro i professori e i nostri compagni, lui scriveva i testi e io le musiche».
Dopo il liceo, le loro strade si separano con l'inizio dell'Università: «lui scelse Filosofia, io Legge. Sua madre, ricordo, era preoccupata che sarebbe morto di fame». Coscia, però, era sicuro del contrario: «una delle poche cose di cui mi posso vantare è di aver capito, già allora, che Umberto aveva 7 o 8 marce più di tutti gli altri».

Gianni e Umberto sono amici ancora oggi: «qualche volta andiamo a prendere un aperitivo a Milano. Quasi sempre passiamo l'ultimo dell'anno insieme a Monte Cerignone, nelle Marche, dove lui ha comprato una casa», racconta Coscia. «E ogni tanto ci divertiamo con gli amici a suonare vecchie canzoncine degli anni Trenta e Quaranta». Com'è Eco musicista? «Lui è uno che sa tutto, anche in campo musicale. L'unica cosa che non lo ha mai interessato è lo sport. È un virtuoso del flauto dolce, fin da ragazzino metteva su i dischi e ci suonava sopra le parti soliste. Ha una buona lettura musicale e possiede una bella serie di flauti».

Se quello con Umberto Eco si è trasformato in un'amicizia lunga una vita, per lui gli incontri importanti sono stati molti. Tra quelli che lasciano il segno, ne spiccano due con altrettanti liguri illustri: Luciano Berio e Fabrizio De Andrè. La collaborazione con Berio risale al 1993, per le musiche di uno spettacolo contro l'antisemitismo. «Era una persona di un'umanità e una generosità incredibile. Ricordo che rimasi stupito dalla sua calligrafia sul pentagramma: sembrava stampata. Una volta gli dissi che avevo notato la sua perfezione nella scrittura e lui mi spiegò che usava delle matite particolari. Non tornammo più sull'argomento, ma un giorno, un mese dopo, mi arrivò a casa un pacchettino da parte sua: Berio mi aveva mandato alcune delle sue matite, che ancora oggi conservo gelosamente».

Pochi anni dopo, la chiamata di Fabrizio De Andrè, che lo vuole ospite del suo ultimo album Anime salve, del 1996. «Mi chiamò perché aveva bisogno di una fisarmonica per Dolcenera. Non so come mi avesse conosciuto, forse mi aveva visto al Premio Tenco. Le registrazioni durarono due giorni, e furono due giorni meravigliosi. De Andrè era un uomo di grande umanità: dietro a quella facciata burbera, quasi scostante all'impatto iniziale, c'era una persona dolcissima e sensibile».

E proprio al Premio Tenco Coscia tornerà a breve: «venerdì 3 ottobre mi esibirò a Sanremo insieme a una fanciulla di 89 anni che riuscì a sopravvivere ad Auschwitz suonando la fisarmonica: Esther Béjarano. Insieme proporremo alcuni dei brani che lei stessa suonava nel campo di concentramento».
Scorre tanto Piemonte nel sangue di Gianni Coscia, ma anche qualche goccia di Liguria. «Vivo ad Alessandria e ultimamente faccio la spola con Milano per fare il nonno, perché lì vivono i miei nipotini. Ma in Liguria torno sempre volentieri: la frequento fin da bambino, quando coi genitori andavo in vacanza ad Arma di Taggia. In fondo, posso definirmi un tipo da bagna cauda e acciughe».

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