Attualità Genova Mercoledì 16 luglio 2014

Alla scoperta del ghetto, dove nasce piazza don Gallo

Ursula, Sara e Rossella le trans del ghetto
© Andrea Carozzi
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Genova - Il ghetto di Genova è quel dedalo di caruggi sospeso nel tempo all'interno del sestiere di Prè. Una zona nascosta della città vecchia dove genovesi e turisti raramente mettono piede, se non per caso. La luce del sole filtra poco tra i vicoli angusti, e dei vecchi bar e negozi non restano che serrande abbassate.
Un luogo che per la sua impenetrabilità ha visto nascere il movimento underground delle prime transessuali genovesi, che dagli anni Sessanta popolano i bassi di questa parte di quartiere.

A farmi da guida per le strade del ghetto è Rossella Bianchi, una delle trans che da anni lavora in questa zona, nonché presidente dal 2009 dell'associazione Princesa, promotrice dei diritti e dell’identità sociale e personale delle persone transgender.
La incontro in quella che sta per essere intitolata piazza Don Gallo (venerdì 18 luglio l'inaugurazione). L'obiettivo è quello di farmi raccontare la storia del ghetto e dei suoi abitanti, senza perdere l'occasione di chiedere del Gallo, che negli ultimi anni della sua vita ha abbracciato la causa delle transessuali evitando che venissero cacciate dai loro caruggi.

«Quando l'ex sindaca Marta Vincenzi decise di chiudere i bassi dove noi lavoravamo, ci rivolgemmo a Don Gallo» ricorda Rossella: «lui organizzò subito un incontro con le istituzioni comunali e grazie al suo intervento e a quello degli abitanti del quartiere la chiusura non avvenne. È per questo che oggi siamo ancora qua».

Don Gallo definiva le abitanti del ghetto come i suoi apostoli e amava particolarmente la piazza che si appresta a prendere il suo nome, mi racconta Rossella. «Andrea veniva spesso a trovarci, una volta ha festeggiato pure il suo compleanno qui con noi, proprio in questo slargo che fino a due anni fa portava ancora le ferite della Seconda Guerra Mondiale. Ora è stato restaurato e noi ci siamo occupate di decorarlo con degli addobbi floreali, perché è qui che secondo noi si trova il suo spirito».
La piazza è larga e luminosa e, mentre parlo con Rossella, ci corrono accanto diversi bambini di nazionalità diverse che giocano a pallone e a nascondino.

Se i muri del ghetto potessero parlare probabilmente mi racconterebbero le storie che Rossella mi snocciola lungo il piccolo tour che intraprendiamo all'interno dei vari caruggi di questo posto così surrealmente silenzioso: «sono arrivata qui negli anni Sessanta, era una zona di prostitute, ma piano piano noi transessuali abbiamo preso campo e in breve tempo ci siamo appropriate dell'area. Anche perché gli uomini che venivano qui cercavano noi e non loro».

«Ricordo che all'epoca era ancora in vigore una legge anti mascheramento del periodo fascista» mi racconta Ursula, un'altra transessuale storica del ghetto che incontriamo in vico Croce Bianca, «quindi la Polizia arrivava praticamente tutti i giorni per dar vita a retate che facevano rizzare i capelli. Una volta per sfuggire all'arresto sono saltata da un tetto all'altro», conclude sorridendo come chi ricorda con trasporto e nostalgica allegria i vecchi tempi.

La vita del ghetto era più movimentata durante gli anni Sessanta, c'erano diversi esercizi aperti fino a tarda notte come il bar dell'Esterina di vico dei Fregoso, popolato da transessuali, ladruncoli e gente che viveva di espedienti per tirare a campare.
«Negli anni Settanta purtroppo è arrivata l'eroina» continua Rossella: «molte di noi ci sono cascate e sono morte, perché all'epoca si credeva davvero di poter smettere con facilità. Il ghetto si è popolato di spacciatori e drogati, i locali hanno cominciato a chiudere e di conseguenza la zona ha cominciato a morire».

Oggi il ghetto è ancora una zona di confine, ma sta tornando a vivere. «L'eroina, con tutti i suoi demoni, è sparita e le abitazioni che per anni sono state sfitte sono tornate ad essere abitate da immigrati e studenti». Anche la delinquenza sembra aver abbandonato i suoi stretti vicoli.
Rossella e le sue compagne di vita però sono ancora qui. Pochi anni fa hanno fondato, su suggerimento di Don Gallo, l'associazione Princesa, per la difesa dei loro diritti. In vico Croce Bianca 7 è anche nato GhettUp, la Casa di Quartiere gestita dalla più giovane delle transessuali del ghetto, Sara Hermanns: «GhettUp è stato aperto grazie al Comune di Genova», spiega Sara: «qui teniamo corsi di alfabetizzazione per stranieri e forniamo un supporto pratico a chi decide di diventare trans».

Piazza don Andrea Gallo probabilmente non avrebbe potuto nascere in una zona diversa da questa. Il prete da marciapiede sarebbe stato felice di essere ricordato in una zona ricca di storie che hanno come protagonisti quelli che spesso vengono definiti gli ultimi. Quegli ultimi che teoricamente un giorno saranno i primi, vero Don?

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