Libri Genova Mercoledì 30 luglio 2014

Le strade dell'Appennino? Come una sinfonia di Mozart

Monte Penna
© vengomatto / flickr.com

Genova - Faccio colazione assieme a Peter, un settantacinquenne della Bassa Sassonia innamorato dell’Italia, che tutti gli anni viene da solo a farsi un pezzetto di Alta Via dei Monti Liguri.
«Altro che Baviera o Tirolo» mi dice in un italiano stentato.
«Qua è come un secolo fa: trovi cose autentiche». Prima o poi arriverà a Ventimiglia, dove vivono alcuni parenti. Tanto, fretta non ne ha.

Quando ci salutiamo, si sistema lo zaino sulla schiena facendo attenzione a non stropicciare una camicia impeccabile, stirata come se andasse in ufficio, poi s’incammina a passo regolare attraversando la prateria di quello che era un lago, prima che i monaci di Villa Cella, attorno al milletrecento, ne facessero defluire le acque lungo l’Aveto per ricavarne una piana coltivabile.
Ma anche senz’acqua è ugualmente marina quest’alba radiosa. Il motorino inizia a veleggiare nel verde elettrico della prateria bagnata, fendendo un odore potente di fieno fresco. Strizza l’occhio a cavalli dal pelo fulvo e ondeggia allegro lungo la discesa innaturale che gli tocca questa mattina. La risalita verso il crinale emiliano, infatti, avviene necessariamente al contrario, discendendo verso nord il corso dell’Aveto, fiume ligure che, contro ogni logica, va a buttarsi nel Trebbia e, dunque, in Adriatico.

Ma l’Appennino in fondo è questo: un gioco di specchi, una commedia degli inganni in cui quasi nulla è come appare. In cui è la leggenda ad alimentare la realtà e non il contrario. È la fabula a dare linfa ai ricordi, sfumando i confini fra immaginario e reale. E dove l’assurdo è sotto ad ogni sasso, come quello della balena, ad esempio. Un masso a mollo nell’Aveto, nel punto in cui i monaci picconarono il varco fra le rocce per prosciugare il lago e su cui qualcuno disegnò, con vernice bianca e tratto infantile, le fattezze del cetaceo. Gigante marino che adesso mi fissa con occhi ebeti di mostruosità elementare, dal letto di un fiume che pare l’istantanea di una frana, pieno di altri enormi massi attorno ai quali saltella un’acqua spensierata.

Dal bosco spuntano in strada, furtivi come guerriglieri, frotte di fungaioli. Con il contenuto del cesto rigorosamente coperto da frasche e pannetti, si avviano a passo svelto lungo la
strada, per passare da un lato all’altro del bosco.
«Com’è andata?» chiedo a una signora di mezza età che mi passa accanto, gettando gli occhi sulla cappella di un porcino che spunta da un paniere mal coperto.
«Mah, qualcosa ha fatto…» risponde senza smettere di camminare. E per sicurezza copre con il tovagliolo il lembo di fungo sporgente.
«Viene spesso da queste parti a funghi?»
Solo adesso si blocca e si gira.
«Scusi ma anche lei va a funghi?» mi fa con aria inquisitoria.
«Beh, sì… ma non oggi e non qua».
«Meglio così!» poi gira i tacchi e se ne va.

In Val d’Aveto coi porcini non si scherza. È domenica e si sente nell’aria. Da Rezzoaglio e su, lungo tutta la valle del Gramizza, fino al muro fintamente dolomitico del Maggiorasca, è tutto un rincorrersi di campane. Nelle frazioni, una cristianità spicciola col vestito buono esce da messa spingendo passeggini e indugiando al sole sui sagrati. L’autunno è un commesso viaggiatore che arriva da lontano, chiedendo permesso coi suoi odori fuligginosi a un’estate che oggi è ancora padrona di casa.

A un certo punto, risalendo il Rio Nero e altri affluenti sempre più sottili del bacino dell’Aveto, la valle perde ogni dimensione residenziale. Spariscono le frazioni, i gruppuscoli di case. Si azzerano gli aromi e i vocii delle grigliate domenicali. Solo praterie e boschi. E in alto, verticale, come calato dal cielo, il Penna, la montagna sacra. Uno degli ascensori verso Penn, il dio dei Celti, adorato poi dalle popolazioni italiche, primi fra tutti i Liguri e latinizzato dai romani in Giove Penninus. Un dio che, letteralmente, significa vetta e il cui culto si è talmente impastato con la montagna da fondersi nei toponimi di tutta la mandria di cime e borghi che scende in ordine sparso lungo lo stivale: Pennine, Penna, Pennino, Pennabilli… e, naturalmente, Appennino.

Un diminutivo che non rende la devozione e il terrore di chi considerava queste cime la casa degli onnipotenti. E che solo per un attimo, quando rimango immobile a fissare la mole isolata del Penna da mille metri più in basso, riesco a comprendere.
Paradossalmente è proprio a due passi dal contatto con gli dei che la sacralità si rompe. Al Passo del Chiodo, immerso nella foresta del Penna, è tutto un via vai d’auto e motociclette rombanti, che portano a spasso due categorie universali dell’italiano fuoriporta: il motociclista e il picnicista. Spietatamente orientati all’obiettivo, che sia una piega in curva o una teglia di melanzane alla parmigiana da sbranare, sembrano del tutto invulnerabili alla sifonata di gelo che sprigionano le ombre spesse di faggi e abeti.

Tiro dritto, ancora in un tunnel di latifoglie, in bilico fra le valli di Taro e Ceno, fiumi fratelli, compagni di sorgente che nella discesa verso valle si allargano, corrono in direzioni antitetiche, ma poi si ritrovano a Fornovo e marciano compatti verso il Po. Una discesa, lentissima, su un manto di ghiaino che mi costringe a divaricare le gambe per sfiorare con i piedi l’asfalto. È in questa posizione da incontinente che m’imbatto in una brigata di motociclisti fermi in mezzo alla strada, maglietta bianca, tuta in pelle d’ordinanza arrotolata con le maniche in vita. Mi fermano come doganieri, evidentemente divertiti da un dilettante che si fa largo con uno scooter buono al massimo per andare a far spesa, fra Triumph, Agusta e Guzzi d’annata, tutte tirate a lucido. Basta accennare alla meta del mio viaggio, Melito di Porto Salvo, per suscitare ilarità e spontanea simpatia. Così, si fa amicizia e mi raccontano che oggi si sono dati appuntamento sul Penna da tutto il nord Italia.

C’è chi viene da Lugano, da Marostica, da Verona. Ci sono liguri e piemontesi.
«Ma perché proprio qua?» gli chiedo.
«Ma come, devi andare fino in Calabria su due ruote e non lo sai?» mi fa un rider panciuto appoggiando la mano sul mio manubrio «Ma perché l’Appennino è speciale, caro mio. Guarda le curve, ce n’è una uguale all’altra? Ogni cento metri hai un cambio di pendenza, un avvallamento, una semicurva, un falsopiano. E devi star attento all’asfalto che cambia in continuazione. E poi la luce, con i giochi d’ombra dei boschi, anche lei non è mai la stessa per più di un minuto. È un Esperanto, guidare qua sopra, è come ascoltare una sinfonia di Mozart: complicatissima, ma dentro hai tutto».
«E io che me la prendo per le buche e il ghiaino».
«Caro mio, c’è ben altro… ma cosa parlo a fare con te che con ‘sto cosino qua neppure pieghi in curva… Ma che, ci vai per davvero in Calabria?»

Con una risata mi rilasciano e il cosino può sgambettare fino a Ponte Strambo, in val Taro, addomesticando con la spen-sieratezza dei piccoli, un dislivello di mille metri.

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